A Trieste le poltrone scottano, è tornata l’era dei ribaltoni

Generali - Sede di Trieste (Foto Massimo Goina) Imc

Generali - Sede di Trieste (Foto Massimo Goina) Imc

(Fonte: Repubblica Affari & Finanza)

Da Bernheim a Geronzi, da Desiata a Perissinotto e Greco, fino al direttore generale Minali: le posizioni di vertice hanno avuto spesso cambi repentini targati Mediobanca

La battaglia per le Generali (nella foto, di Massimo Goina, la sede di Trieste), tra tante ombre, ha messo in luce una certezza: a Trieste le poltrone di vertice continuano a “scottare” come ai tempi di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi, quando le cariche di presidente e amministratore delegato del Leone duravano per statuto un anno salvo rinnovo. E il rinnovo avveniva solo se si era nelle grazie di Mediobanca, azionista principale e vero dominus del gruppo assicurativo. L’era di Alberto Nagel, infatti, almeno su questo fronte, appare identica a quella del fondatore della banca d’affari e del suo delfino.

Del resto, appena un anno dopo l’uscita dell’allora amministratore delegato Mario Greco, dichiaratosi «non disponibile a un nuovo mandato» e approdato al vertice della concorrente Zurich, è stato silurato il direttore generale e cfo Alberto Minali. Una mossa dovuta, sembra, ai contrasti con l’attuale ceo, il francese Philippe Donnet, sulle strategie e in particolare sulla campagna di dismissioni delle partecipazioni estere del gruppo, parte di un più ampio piano di dimagrimento del gruppo, finalizzato a garantire sempre maggiori ritorni agli azionisti del Leone, tanto che Donnet ha potuto annunciare dividendi aggregati al 2018 per 5 miliardi. Strategia sicuramente gradita a Mediobanca, primo azionista delle Generali con il 13,04% (e che fa quasi metà utile grazie ai profitti del Leone) e agli altri grandi soci. Ma che ha il limite di ridurre il perimetro di attività del gruppo assicurativo e le sue dimensioni, rischiando di scatenare gli appetiti di altri predatori più grandi. Come Intesa Sanpaolo o come Axa e Allianz, appunto.

Non sempre del resto gli interessi delle Generali, o quelli che il suo management riteneva fossero tali, hanno coinciso con gli interessi dell’azionista di riferimento. A pagare sono stati sempre i manager. E la storia sembra ripetersi, confermando la sostanziale instabilità dei vertici del Leone.

Un grande ex dell’intreccio Mediobanca-Generali, Cesare Geronzi, già presidente di entrambi gli istituti e costretto alle dimissioni dal vertice del Leone dopo appena 12 mesi per contrasti con gli azionisti, togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, critica Piazzetta Cuccia: «L’instabilità del vertice di Generali è determinata da quella che appare un’eterodirezione. È ora di impedire che un azionista possa essere in condizione di governare dall’esterno un’azienda così importante per il Paese, senza assumersi le relative responsabilità». Per Geronzi, l’uscita di Minali è legata al fatto che «chi governa l’azienda non cerca qualità professionale e autorevolezza e non ama gli intelligenti perché preferisce gli obbedienti. E forse Minali non ha obbedito o non aveva la predisposizione all’obbedienza assoluta. Peraltro non è che i manager francesi nominati in Generali abbiano fatto la storia di Axa, ma hanno viaggiato sempre nella periferia del gruppo» (Donnet è stato 22 anni in Axa, prevalentemente nelle attività estere del colosso – n.d.r.).

Considerazioni di un ex con il dente avvelenato? Probabilmente. Ma più o meno le stesse parole furono usate contro Mediobanca un anno fa, al momento dell’uscita dal gruppo di Mario Greco, da un altro ex, che ha passato una vita in Generali e ne è stato amministratore delegato tra il 2002 e il 2012: Giovanni Perissinotto. In un’intervista alla Stampa, Perissinotto, protagonista del siluramento di Geronzi e a sua volta “dimissionato” per contrasti con gli azionisti su strategie e caduta del titolo, aveva parlato di «storia già vista». Per l’ex amministratore, Greco dopo le operazioni di dimagrimento effettuate in tre anni si era evidentemente «accorto che i risultati non si sarebbero trovati senza un’operazione di crescita». Ma queste «non sono gradite agli azionisti» e in particolare, secondo Perissinotto, a Mediobanca «che esercita il controllo ben al di là della sua quota e su questo le autorità hanno sempre avuto un approccio molto distante, rilassato». Mentre così, aveva aggiunto quasi profeticamente, «dopo questo ridimensionamento le Generali diventeranno una realtà aggredibile».

In realtà Greco non ha mai parlato della sua uscita da Generali. Ma la sua “non disponibilità” a un nuovo mandato ha fatto pensare a tutti all’esistenza di contrasti con Mediobanca e con il suo numero uno.

I.a storia degli ultimi 20 anni delle Generali, del resto, sembra confermare, al di là dei commenti degli ex che potrebbero ancora avercela con Nagel, l’eterodirezione e l’instabilità del vertice del Leone, sempre sottomesso ai voleri dell’azionista Mediobanca.

Il primo grande ribaltone avvenne nel 1995, quando in seguito alla fallita scalata alla Compagnie du Midi, Cuccia e Maranghi rimossero Eugenio Coppola di Canzano e Alfonso Desiata (peraltro contrario all’operazione e mandato in “esilio” nella controllata Alleanza), affidando la presidenza ad Antoine Bernheim, socio di Lazard, in grandi rapporti con il fondatore di Mediobanca (di cui era da tempo consigliere) con il quale, attraverso Euralux, aveva fissato l’assetto di controllo del Leone. Quattro anni dopo, però, il fallimento dell’Opa su Assurances Générales de France e la rottura dei rapporti con Cuccia, costarono il posto a Bemheim che dovette lasciare la poltrona a Desiata, tomato in auge a Mediobanca per i risultati ottenuti con Alleanza. Il manager e i vertici della banca d’affari però non erano fatti per intendersi a lungo: nel 2001 infatti Desiata venne sostituito da Gianfranco Gutty che durerà un solo anno perché un nuovo ribaltone, legato allo sbarco in Mediobanca di Vincent Bolloré, alla blindatura dell’azionariato Generali da parte di Unicredit e Capitalia e all’accordo finale tra soci italiani e francesi che sancì l’uscita di scena di Maranghi, riportò in sella Bemheim. Il resto è storia recente con il passaggio di consegne tra il francese, mollato da Bolloré, e Geronzi nel 2010; il dimissionamento di quest’ultimo nel 2011 a favore di Gabriele Galateri e l’allontanamento di Perissinotto dal ruolo di amministratore delegato nel 2012 per far posto a Greco. E dopo un triennio di relativa calma, la nuova bufera: via Greco dentro Donnet nel 2016 e, adesso, l’addio di Minali. Non c’è che dire: le poltrone di vertice in Generali “scottano”.

Related posts

Top