All’Inps torna il Cda: Tagli a Civ e sindaci, Treu o Marè al vertice

INPS - Sede Roma Eur (2) Imc

INPS - Sede Roma Eur (2) Imc

(Autore: Roberto Mania – La Repubblica)

Arriva la rifoma dell’istituto con un emendamento alla legge di Stabilità. Si pone fine, dopo lo scandalo Mastrapasqua, al modello di governo monocratico, con il solo presidente al comando. Decreto Madia ostacolo per il commissario

Arriva la riforma della governance dell’Inps (nella foto, la sede di Roma – Eur). Fine dell’era del governo monocratico con il solo presidente al comando, modello che dopo lo “scandalo Mastrapasqua” ha portato al commissariamento, ripristino del consiglio di amministrazione, composto da tecnici sulla carta non lottizzati dai partiti. Il governo ha deciso quale riforma approvare mentre è ancora aperta la discussione su quale “veicolo” legislativo utilizzare: il ministero dell’Economia sembrerebbe orientato a presentare un emendamento già alla legge di Stabilità, mentre vi sarebbero perplessità dalle parti del dicastero del Lavoro, in particolare perche nella legge Finanziaria non si possono presentare norme di carattere ordinamentale. Palazzo Chigi vuole comunque che si faccia presto. Se non sarà con la legge di Stabilità, la riforma, che riguarderà anche l’Inail, potrebbe arrivare sotto forma di emendamento alla “legge Madia” sulla pubblica amministrazione all’esame del Senato, oppure con un apposito decreto legge.

Abolito nel 2010 (governo Berlusconi) il consiglio di amministrazione dell’Inps ritornerà ma molto più snello. Dovrebbe essere composto da tre membri, tra i quali il presidente. Cura dimagrante anche per il Civ, il consiglio di indirizzo e vigilanza dove siedono i rappresentanti di imprenditori e sindacati: dagli attuali 22 membri si dovrebbe scendere a 14. Ristretto a pochi componenti anche il collegio dei sindaci (attualmente composto da un presidente, un vice, sei membri effettivi e sette suppletivi) con un prevedibile notevole risparmio visto che oggi il costo dei sindaci ( dirigenti pubblici di prima fascia fuori ruolo) pesa per quasi tre milioni l’anno sul bilancio dell’Inps (2,4 milioni su quello dell’Inail). Il direttore generale (sia Mauro Nori all’Inps sia Giuseppe Lucibello all’Inail dovrebbero essere confermati entro la fine dell’anno) risponderà al cda, con meno autonomia dunque rispetto all’attuale ordinamento.

Ma chi entrerà nel prossimo consiglio di amministrazione dell’Inps? Due nomi sono i più citati: quello dell’attuale commissario straordinario, Tiziano Treu (classe 1939), e quello di Mauro Marè (1959), attualmente presidente del Mefop, la società del Tesoro per lo sviluppo dei fondi pensione integrativi, fortemente sostenuto dal ministro Pier Carlo Padoan. Così sembrerebbe scontato il passaggio di Treu da commissario a presidente. Eppure l’articolo 6 del “decreto Madia”, entrato in vigore prima dell’estate, potrebbe rendere tutto più complicato per Treu. Quella norma, infatti, vieta alle amministrazioni pubbliche di «conferire» a pensionati (com’è Treu) «incarichi dirigenziali» se non per un massimo di un anno e a titolo gratuito. Secondo alcune interpretazioni di tecnici del governo sarebbero escluse le nomine effettuate dal governo, com’è appunto quella alla presidenza dell’Inps. Proprio sulla base di questa lettura sarebbe stato scelto Treu quale commissario straordinario. Se però si vanno a rileggere le dichiarazioni che il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha rilasciato in Parlamento rispondendo a un’interrogazione il 29 ottobre scorso, qualche dubbio resta. Perché Poletti ha spiegato che quello del commissario Treu è un incarico straordinario per durata e contenuti, facendo capire che le cose potrebbero cambiare di fronte a un incarico ordinario. La circolare applicativa del “decreto Madia”, pubblicata venerdì scorso, ha precisato poi che i pensionati possono fare i commissari. Ma non ha chiarito in quali altri casi possano assumere cariche direttive. Tanto che nelle bozze della riforma dell’istituto, nello scrivere i criteri per selezionare i membri del cda, i tecnici hanno indicato la professionalità, la capacità manageriale, la qualificata esperienza nel settore, «non escludendo soggetti in quiescenza in virtù dell’acquisizione di più elevati livelli dei predetti requisiti». Questa volta, insomma, la questione generazionale rischia di ribaltarsi.

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