Assicuratori da record

Assicurazioni - Tecnologia - Startup Imc

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(di Anna Messia – Milano Finanza)

Nel 2016 le assicurazioni italiane hanno avuto 6 miliardi di utile battendo tedeschi e francesi. Merito anche dei 360 miliardi investiti in ricchi Btp. Ma secondo Ivass il ora il rischio è troppo concentrato

Il loro mestiere è prendersi i rischi degli altri, proteggendo l’abitazione e l’automobile dei clienti, o assicurando i loro pagamenti e i finanziamenti. Ma nonostante gli ultimi anni di crisi finanziaria siano stati decisamente ad alto rischio, le compagnie di assicurazione italiane si sono rivelate più stabili delle banche e hanno continuato a macinare utili. Anche nel 2016 hanno chiuso bilanci complessivamente positivi per 6 miliardi di euro e con un rendimento di capitale dell’8,6%. Dati decisamente buoni non solo se paragonati ai risultati raggiunti nello stesso periodo da sistema bancario, ma anche se confrontati con la media delle altre assicurazioni internazionali. Le imprese italiane hanno infatti vinto, a sorpresa, la gara europea battendo in profittabilità sia le compagnie francesi sia quelle tedesche. Risultati arrivati grazie alle scelte prudenti fatte dalle compagnie italiane, ha sottolineato il presidente dell’Ivass, Salvatore Rossi, presentando la relazione annuale dell’Istituto, venerdì 23 giugno. Ma ora proprio quella prudenza potrebbe rivelarsi pericolosa.

A rendere profittevoli le imprese italiane ha contribuito infatti non solo il fatto di avere scelto gli impegni giusti nei confronti degli assicurati (evitando i rischi troppo alti) ma anche di avere puntato forte sui titoli pubblici italiani, più redditizi proprio perché giudicati più rischiosi dai mercati. Il 44% degli investimenti totali delle compagnie italiane nel 2016, pari a 810 miliardi, è infatti confluito in titoli governativi e di questi la parte preponderante è composta da titoli del debito pubblico italiano. Un elemento di forza, se si guarda ai rendimenti, ma che allo stesso tempo rappresenta un fattore di debolezza perché la fetta investita in titoli di Stato è decisamente molto grande e, come noto, mettere tante uova in uno stesso paniere può rivelarsi rischioso in economia. «La concentrazione espone le nostre compagnie, più di quelle di altri Paesi, al rischio repentino di innalzamenti dei tassi d’interesse sui titoli posseduti, con conseguente abbattimento del loro valore di mercato», ha sottolineato lo stesso Rossi. Tanto che più volte l’autorità di controllo di settore ha richiamato l’attenzione delle assicurazioni sul tema, invitandole a diversificare di più i propri investimenti. Ma la concentrazione in Bot e Btp, come dimostrano i numeri del 2016, resta molto alta. E se dal punto di vita del conto economico non ci sono pericoli, ben diversa è la situazione se si guarda al nuovo indice europeo, Solvency II, entrato in vigore a gennaio dello scorso anno.

Osservando il solo conto economico un eventuale innalzamento dei tassi d’interesse ridurrebbe solo le plusvalenze latenti, che non vanno a pesare sull’ultima riga di bilancio. E tra l’altro, da questo punto di vista, il fieno in cascina è ancora tanto. In questi anni di discesa dei tassi e di prezzi in salita dei titoli si sono infatti accumulate tante plusvalenze latenti: a maggio 2016 in cassaforte c’erano circa 50 miliardi. Ricchezza che va nelle tasche dei risparmiatori solo nel caso in cui le plusvalenze rientrino nelle gestioni separate (le gestioni in cui investono le polizze tradizionali) e soltanto quando la compagnia decide di vendere i titoli in questione. In questi mesi l’andamento dello spread sui titoli del debito italiano ha già un po’ ridotto quel cuscinetto di 50 miliardi, ma non in maniera incisiva. Insomma, la situazione non sembra preoccupante.

Diverso è il discorso si considera l’effetto di un rialzo dei tassi sul patrimonio delle imprese. «Nel mondo Solvency II, che è fondato sui valori di mercato, una variazione dei tassi si riflette direttamente sul valore degli investimenti e sulla consistenza delle riserve tecniche», ha spiegato Rossi, «quindi sui requisiti di capitale e sui fondi propri». Ovvero direttamente sull’indice Solvency II. E se anche in questo caso le compagnie italiane sembrano essere messe bene, la questione non può di certo essere presa sotto gamba. A fine 2016 l’indice del sistema nel suo complesso era di 2,2 volte il minimo richiesto dal regolatore. Quindi decisamente alto, ma comunque in riduzione rispetto a 2,3 volte di un anno prima. E il calo è dovuto proprio all’andamento registrato in questi mesi dai rendimenti dei titoli di Stato.

La situazione sui Btp va insomma monitorata con attenzione, anche perché uno dei nodi aperti su Solvency II, indicati dallo stesso Rossi, sta nella eccessiva volatilità dell’indice, come mostrato in questo primo anno e mezzo di operatività delle nuove regole. «L’indice di solvibiltà di qualche compagnia è variato anche di 100 punti nell’arco di un anno», ha dichiarato il presidente che ha auspicato l’introduzione di misure anticicliche, come il volatility adjustment.

A tenere alta l’attenzione sui tanti titoli di Stato presenti nei portafogli delle compagnie è poi anche il dibattito aperto, a livello europeo, per imporre un requisito di capitale sui titoli pubblici presenti negli attivi delle compagnie, che tenga conto della rischiosità. Uno scenario che inevitabilimente svantaggerebbe l’Italia rispetto ad altri Paesi, primo tra tutti la Germania e al quale l’Ivass si è opposta con forza sostenendo che gran parte dei divari di rendimento discendono dal rischio di rottura dell’euro. «Un rischio di sistema che le norme europee non possono addossare alle imprese, ha detto Rossi. La richiesta di un requisito di capitale per i titoli governativi a ben vedere non sarebbe tanto un danno per le compagnie quanto piuttosto per il Paese», ha aggiunto il gruppo ceo di Unipol, Carlo Cimbri, a margine della relazione. Le imprese, in effetti, se i requisiti di capitale divenissero obbligatori, potrebbero modificare i portafogli vendendo i titoli pubblici italiani per acquistare quelli di altre nazioni con assorbimenti di capitale più bassi. Ma a danno dell’Italia e a vantaggio di altri Paesi.

Utile e ROE Assicurazioni italiane (MF Milano Finanza 24.06.2017) Imc

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