Assicurazioni obbligatorie contro i danni da terremoto

Assicurazione terremoto

Assicurazione terremoto

(di Costantino De Blasi – noiseFromAmerika)

Sì però…

Quando accade un tragedia come quella che in queste ore ha colpito i comuni di Amatrice e Accumoli viene riproposta la questione dell’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali. La materia viene spesso trattata con approssimazione e il dibattito si riduce spesso ad uno scontro ideologico sul ruolo più o meno attivo che deve avere lo Stato. Onde evitare di tornarci, dirò subito cosa penso: questa è una delle classiche questioni in cui se ci deve essere una discussione essa deve prescindere da posizioni ideologiche, perché a favore di un intervento tutto statale ci sono tante ragioni quante ce ne sono a favore di un intervento tutto privato.

Oggi i costi dell’emergenza e della ricostruzione sono a carico del bilancio pubblico, di solito attraverso una legislazione di urgenza e attraverso la dichiarazione di stato di calamità naturale. Secondo uno studio del 2013 dell’OCSE i danni da calamità naturali sono costati in media al nostro Paese 0,2% del PIL, circa 3.2 miliardi a valore attuale. Insomma se lo Stato fosse un’azienda privata dovrebbe accantonare annualmente circa 3 miliardi in un fondo rischi per risolvere (quasi) tutte le emergenze. La più recente legislazione in materia è quella del 2012 che prevede il riordino della Protezione Civile e assegna ad essa la gestione dei fondi ordinari destinati alle calamità naturali. L’ammontare di questi fondi viene determinato anno per anno in Legge di Stabilità. Per l’anno in corso e per il 2017 sono stati stanziati per il fondo della Protezione civile 47,8 milioni di euro. Solo per il terremoto di cui si parla il governo ha oggi annunciato uno stanziamento d’emergenza di 50 milioni.

Le maggiori spese dovute ad eventi non previsti sono dunque oggetto di legislazione speciale.

A memoria mia, la prima proposta di legge organica sull’obbligo di stipula di una polizza contro il rischio terremoto fu presentata nel 1996. Dopo un primo passaggio in commissione fu stralciata dal calendario dei lavori parlamentari per essere poi inserita, con alcune modifiche e senza successo, nella legge finanziaria di quell’anno.

È stata poi riproposta a più riprese senza che si arrivasse mai in sede deliberante.

Con queste premesse, dal lato della contabilità pubblica delegare la copertura a soggetti privati sembrerebbe utile. Ma i privati, ossia le Compagnie, che dicono?

Oggi tutte le compagnie abilitate ad emettere polizze nei rami elementari offrono la possibilità di estendere la copertura assicurativa ai rischi legati agli eventi catastrofali. La copertura è opzionale e si abbina alla garanzia base Incendi. Al valore di ricostruzione a nuovo del fabbricato si applica un tasso che è funzione

a) della tipologia di immobile;

b) delle caratteristiche costruttive;

c) del territorio (Comune, Provincia o Regione) in cui è ubicato;

d) dell’indice di pericolosità sismica (o inondazione, o altri eventi catastrofali) della zona in cui è stato costruito.

In ordine al punto d) il CNR elaborò qualche anno fa una mappa puntuale dei comuni italiani dove si teneva conto non solo del rischio storico, ma anche delle caratteristiche orografiche, della natura del sottosuolo, della presenza o meno di falde acquifere ecc. Quindi sotto questo aspetto gli elementi per una tariffazione del rischio catastrofe sono pienamente soddisfatti.

All’indomani del terremoto dell’Emilia del 2012 le compagnie cessarono di offrire la garanzia terremoto nelle province di Modena, Ferrara, Parma e Reggio Emilia, laddove prima di quella data venivano emesse polizze senza particolari cautele e a tassi relativamente contenuti. Il rischio sismico era sottostimato. In seguito a quell’evento aumentarono le cautele nell’assunzione del rischio anche negli altri territori e la garanzia, soprattutto per le major, divenne oggetto di verifica tecnica pre-rilascio. Significa che per poter acquistare l’estensione era necessario che un tecnico fiduciario dell’assicurazione esprimesse un consenso o, nel caso di beni di particolare valore come i capannoni industriali, una dichiarazione di assicurabilità.

A questo punto è necessaria una precisazione, scontata e stucchevole a mio avviso, ma necessaria per quello che spiegherò in seguito. È del tutto legittimo che una compagnia cerchi di ridurre il rischio di indennizzo. Ne va del suo equilibrio finanziario e di bilancio e qualche volta della sua stessa sopravvivenza. Un basso rischio è sempre preferito ad un rischio medio o alto e laddove questo rischio è medio o alto cerca sempre di mitigarlo.

Gli strumenti per mitigare il rischio di danno sono 3:

  1. Rifiutare la copertura: capita che le estensioni ai catastrofali siano puramente simboliche, in particolare nelle polizze dedicate alla clientela retail;
  2. Inserire in polizza franchigie e scoperti;
  3. Inserire in polizza gli stop loss, ovvero il massimo indennizzo previsto per quella data partita e per quel dato evento assicurato.

Su tutti gli eventi catastrofali, ma in particolar modo sulla garanzia terremoto, le franchigie sono sempre alte sia in termini relativi che in termini assoluti. Ad esempio su una polizza che assicuri un edificio industriale del valore superiore al milione di euro la franchigia media raramente è inferiore ai 25.000 euro e spesso viene offerta di default quella da 50.000 euro. Lo scoperto, calcolato in percentuale, si applica sul danno oggettivamete riscontrato e resta a carico dell’assicurato. Mediamente per la garanzia terremoto lo scoperto è compreso fra il 20 e il 30%

Lo stop loss è una ulteriore limitazione che si applica al complesso dei beni assicurati (ad esempio fabbricato + contenuto) ed è espresso anch’esso in percentuale, calcolata però sulla somma assicurata.

Per poter elaborare una copertura le compagnie poi utilizzano altri parametri: il MUR (Massima Unità di Rischio – Maximum Foreseeble Loss in inglese) che individua la partita soggetta a maggio rischio fra quelle oggetto dell’assicurazione, e l’MPL (Maximum Probable Loss) che individua qual è la percentuale più probabile di danno di un determinato bene. Per fare un esempio, in caso di incendio le probabilità di rovina totale del fabbricato e dei macchinari sono inferiori (di molto) a 100; in caso di terremoto più vicine a 100. Questa è la ragione dello stop loss.

Qualora si decidesse di rendere obbligatoria l’assicurazione contro gli eventi catastrofali tutti questi parametri dovrebbero essere rivisti. In mancanza le aspettative degli assicurati resterebbero deluse. Le compagnie sarebbero altrimenti indotte a 1) stipulare polizze non gradite; 2) elevare in modo sostanziale i premi; 3) restringere ancor di più le coperture tramite franchigie, scoperti e stop loss. Quindi problema di fatto irrisolto.

Una delle leggende che circolano nel settore assicurativo racconta che più polizze si stipulano, più si abbatte il rischio. La struttura dei conti di una compagnia è formata da varie voci. Prima di tutto i premi puri, quelli cioè che coprono soltanto il rischio oggetto della polizza; gli accantonamenti per integrare il margine di solvibilità; le riserve; i costi di distribuzione (autorizzazioni, elaborazione, compliance, marketing, provvigioni alle reti); costi fissi di gestione per personale e software, costi fissi e variabili per gestione sinistri e i costi per il contenzioso; costi per la riassicurazione. Mi concentro sulle ultime tre voci. I costi gestionali aumeterebbero sicuramente perché volumi massicci di premi conseguenti alla obbligatorietà non potrebbero essere lavorati dalle attuali strutture che spesso sono ridotte al minimo. I trattati riassicurativi sono un problema se possibile ancor più grande. Allo stato andrebbero tutti rivisti per aumento dei massimali. Quando una compagnia assume un rischio non coperto dal trattato in essere, oppure estende la gamma di prodotti ad altre tipologie di evento, ne stipula un altro cosiddetto facoltativo nella tipologia excess of loss. Il riassicuratore assume il rischio soltanto a partire da un certo importo; nei fatti la polizza principale agisce per il riassicuratore come fosse una franchigia. I costi marginali dei trattati riassicurativi facoltativi sono più alti di quelli generali, calcolati in multipli dei premi puri attesi. Una possibile alternativa è rappresentata dai Cat Bond, operazioni di cartolarizzazione che scaricano sul mercato, quindi una plularità di soggetti, il rischio assunto.

Comunque la si giri i costi aumenterebbero e verrebbero con ogni evidenza incorporati nel premio finale pagato dal cliente. Fatto 100 il premio incassato per una polizza, quella polizza sta in equilibrio economico con un rapporto non superiore a 60.

Un altro problema è legato al monitoraggio delle caratteristiche strutturali degli immobili. Sappiamo che il territorio è quasi per intero a rischio, sebbene la frequenza di eventi di magnitudo > 6.0 sia bassa. Ciononostante i terremoti distruttivi avvengono. Le caratteristiche costruttive degli edifici, purtroppo specie nelle zone a maggior rischio, sono insufficienti. Delegare la gestione alle compagnie private potrebbe fare da stimolo per mettere in sicurezza (e premiare dal punto di vista dei costi) il patrimonio immobiliare. Resta da stabilire chi dovrebbero sopportare i costi di una ristrutturazione obbligata.

In fase di stipula le compagnie sarebbero stimolate a fare una verifica tecnica del fabbricato. Ma una perizia, con cosiddetta stima accettata da allegare ad un contratto che paghi un premio annuo di circa 250 euro, non costa meno di 450/500 euro.

Si può ragionare se sia il caso di introdurre nella nostra legislazione un costo obbligatorio a carico dei cittadini che verrebbe percepito come un’ulteriore tassa sugli immobili. Prima di tutto va ricordato che i premi assicurativi sul ramo Incendio sono già gravati da un’imposta secca del 22,25%. Secondo l’Ania le imposte sui premi assicurativi generano circa 9 miliardi annui di gettito. È possibile immaginare una riduzione dell’aliquota o addirittura una detassazione e persino, come proposto anni fa da Gianantonio Stella, una detrazione. Sarebbe disponibile l’amministrazione finanziaria a rinunciare in tutto o in parte a questo gettito? Vista la salute dei conti pubblici nutro seri dubbi.

Superato questo ostacolo di finanza pubblica, bisognerebbe poi andare incontro alle aspettative del cliente che in caso di perdita totale del bene si aspetta la completa ricostruzione della sua abitazione. Come abbiamo visto sopra però, l’attuale impianto assicurativo non arriva a garantirlo.

Nei paesi dove l’assicurazione obbligatoria è prevista, si utilizza un sistema misto pubblico-privato. L’ente pubblico contribuisce garantendo il proprio intervento fino ad un certo limite, mantenendo quindi l’impegno ad indennizzare la maggior parte dei sinistri (il caso della Nuova Zelanda), mentre l’assicuratore privato interviene nei casi di excess of loss. Questo sistema ha il vantaggio per l’assicuratore di ridurre le frequenze e lavorare solo sulla magnitudo, adottando tutti i sistemi di copertura – riassicurazione o bond – sopra descritti.

All’inverso ci sono sistemi (Francia) che prevedono l’intervento diffuso delle compagnie, (quello che succede anche in Italia senza obbligo) e un intervento dello Stato solo per gli eventi più gravi o estesi. In entrambi i casi c’è una condivisione del rischio.

Fra i due sistemi quello che rappresenta a mio avviso un equilibrio più sostenibile è il primo, perché riduce l’impatto dei costi, consente una miglior distribuzione del rischio fra compagnie fronting che emettono la polizza (che manterrebbero il controllo dei rischi ordinari) e riassicuratori/mercato dei bond.

In ogni caso, quella precedente è la mia (credo fondata, ma aperta a suggerimenti) opinione. I dati da cui partire sono quelli che ho illustrato e, alla luce della situazione in essere, è abbastanza chiaro che sarebbe del tutto opportuna una discussione ragionata e documentata. Purtroppo, come accade ogni volta, questo sembra non accadere.

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