Dubbi di Unipol sui mini-bond

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Molti ostacoli all’investimento da parte delle assicurazioni

UNIPOLDa Solvency alla liquidità. Sono numerosi gli ostacoli che si frappongono all’investimento degli investitori istituzionali, in particolare delle compagnie di assicurazione, nelle piccole e medie imprese italiane. Nodi illustrati ieri alla commissione Finanze della Camera dal direttore generale pianificazione e immobiliare Unipol, Gian Luca Santi.

Le compagnie, per esempio, non sono strutturate per analizzare il rischio di investimento dei nuovi mini-bond introdotti con il decreto Sviluppo. Una pratica che si addice di più alle banche che quotidianamente lavorano con imprenditori e imprese. I mini-bond sono strumenti emessi da società non quotate, nati con l’obiettivo di favorire il ricorso al mercato del debito da parte delle aziende più piccole e ad oggi sono ancora poco diffusi. Quotati in un apposito segmento creato da Borsa Italiana (Extramot pro), gestiscono complessivamente 1,5 miliardi, con soli sette emittenti. L’attività di analisi di questi strumenti, ha sottolineato Santi, richiederebbe «costi non proporzionati alla dimensione media delle emissioni».

A ciò si aggiungono problemi legati all’illiquidità dello strumento, visto che le compagnie di assicurazione sono chiamate a investire per definizione in strumenti liquidi. Bisogna poi considerare l’assenza di idonei strumenti di copertura, la disponibilità di soli rating parziali e la necessità di una dotazione patrimoniale molto superiore a quella richiesta per i titoli di Stato in base a Solvency II. La strategia per superare buona parte di questi ostacoli, ha suggerito il direttore generale di Unipol, potrebbe essere l’investimento per il tramite di un fondo comune specializzato in mini-bond. In questo modo, ha spiegato Santi, si permetterebbe una maggiore diversificazione del rischio e una maggiore liquidità dell’investimento per la compagnia, ma bisognerebbe mettere in conto anche costi più elevati considerando la remunerazione richiesta dai gestori. Per il decollo del mercato potrebbe poi essere di aiuto una garanzia, anche solo parziale, da parte dello Stato e un trattamento fiscale allineato a quello dei titoli pubblici (12,50% e non 20%).

A discutere dell’argomento saranno tra l’altro tutti i protagonisti del mercato che martedì 12 parteciperanno al convegno a porte chiuse, organizzato al ministero dell’Economia insieme all’università Cattolica, per trovare la strada del rilancio economico e del sostegno alle imprese. Il titolo è emblematico: «Credit crunch. Credit fund».

Autore: Anna Messia – Milano Finanza (Estratto articolo originale)

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