Attacco ai fondi pensione

Salvadanaio rotto (3) Imc

Salvadanaio rotto (3) Imc

(Autori: Roberta Castellarin e Paola Valentini – Milano Finanza)

Bocciato il sistema italiano: insostenibile. Ecco perché è sempre più urgente integrare l’assegno pubblico. Intanto i fondi confermano di rendere di più del Tfr, anche se la stretta fiscale…

Da luglio scorso la Germania ha abbassato l’età della pensione da 67 a 63 anni per chi ha 45 anni di servizio, senza penalizzazioni sull’assegno, tornando indietro rispetto alla riforma del 2007. Secondo le stime del governo tedesco, della norma beneficeranno circa 240 mila persone da qui a metà 2015. Della norma possono usufruire solo i nati tra il giugno 1951 e il dicembre 1952 mentre per i nati tra il 1953 e il 1963 l’età del pensionamento viene gradualmente aumentata fino a tornare a 65 anni per i nati nel 1964). Intanto l’Italia ha alzato l’età in cui ci si può ritirare dal lavoro. Oggi a sud delle Alpi si supera l’asticella dei 66 anni. E la bozza della legge di Stabilità 2015 alza anche la tassazione dei rendimenti dei fondi pensione dall’11,5 al 20%.

Il ritorno della Germania da 67 a 63 anni costerà da qui al 2030, 160 miliardi di euro, finanziati dall’aumento dei contributi di un punto l’anno dal 2019. Fino a quella data sarà lo Stato a farsi carico dei costi. Il basso debito pubblico e la ridotta disoccupazione lo consentono. Mentre l’Italia, ancora alle prese con un debito superiore ai 2 mila miliardi, non ha margini di manovra. Va in questa direzione l’inasprimento del prelievo fiscale sui fondi pensione. E l’evasione di contributi previdenziali, il classico lavoro in nero, fa sì che all’Inps non arrivino risorse preziose. Senza dimenticare che l’Italia ha dalla sua una speranza di vita tra le più alte al mondo, che ha costretto gli ultimi governi a posticipare l’età del buen retiro. Il problema infatti è che lo Stato italiano deve pagare le pensioni per più anni rispetto agli altri Paesi dove l’attesa di vita è più bassa. Non stupisce quindi che il punteggio globale del sistema pensionistico dell’Italia pone il Paese è al 19° posto tra 25 Stati esaminati da un’analisi di Mercer e Australian Centre for Financial Studies (Acfs). Ma quanto a livello di sostenibilità l’Italia è ultima. L’indagine ha confrontato i sistemi pensionistici di 25 Stati in termini di adeguatezza, sostenibilità e integrità e copre il 60% della popolazione mondiale. Tra i Paesi esaminati è la Danimarca ad assicurarsi il primo posto, grazie alla solidità dei risultati su tutte le tre macro-aree alla base della classifica, seguita da Australia e Olanda. Il sistema pensionistico danese vanta una buona copertura finanziaria, alti livelli di attività e contributi, prestazioni adeguate e un sistema pensionistico privato dalla normativa eccellente. La Germania è nella prima metà della classifica (11° posto).  Ma, spiega l’analisi, il punteggio ottenuto dallo Stato tedesco potrebbe aumentare se salisse la partecipazione al lavoro dei più anziani. Mentre l’Italia, insieme a Messico, Cina, Indonesia, Giappone e Corea del Sud, fa parte del gruppo di coda del ranking. È cioè tra le nazioni che rivelano preoccupanti debolezze cui è necessario far fronte al più presto per non penalizzare efficacia e sostenibilità del sistema nel lungo periodo. Fanalino di coda è l’India.

Lo studio si basa sul Melbourne Mercer Global Pension Index (Mmgpi), che misura i sistemi previdenziali dei principali paesi al mondo sulla base di oltre 50 indicatori che fanno capo a 3 macro-aree: adeguatezza, sostenibilità e integrità. L’Mmgpi di quest’anno segnala che i valori dell’Italia sono nella media per adeguatezza e integrità, ma il sistema pensionistico tricolore è quello messo peggio in termini di sostenibilità. Per cui in totale l’Italia è diciannovesima. Per adeguatezza si intende il livello delle prestazioni, l’architettura dello schema previdenziale, i rendimenti degli investimenti, ma anche i risparmi privati. All’interno della sostenibilità si trovano indicatori quali la percentuale di adesione a fondi di previdenza complementare, gli aspetti demografici, alcune evidenze macroeconomiche come l’importo dei contributi previdenziali versati dai lavoratori e dai datori di lavoro e debito pubblico. L’integrità, infine, considera diversi elementi di normativa e governance del rischio pensionistico, così come il livello di fiducia che i cittadini hanno nel loro sistema. «È la sostenibilità di medio-lungo periodo, l’area dove il sistema pensionistico italiano risulta più debole, pari a 13,4 contro una media di 49,7 e agli 86,5 punti della Danimarca, best-in class. Sebbene l’adeguatezza delle pensioni erogate oggi in Italia sia più che soddisfacente, la bassa sostenibilità ci dice che questo in futuro può non essere più vero», spiega Roberto Veronico, responsabile divisione Retirement di Mercer Italia.

Le ragioni? «La minima adesione, solo il 14% della popolazione in età lavorativa, a piani pensionistici privati, e il conseguente basso livello degli asset, pari solo al 6,6% del Pil, tra i più bassi dei 25 paesi analizzati, in un contesto demografico di invecchiamento della popolazione», sottolinea Veronico. E visto che è stata inserita in via sperimentale nella legge di Stabilità 2015 la possibilità per i lavoratori di trasferire per tre anni (dal marzo 2015 al giugno 2018) una quota del proprio Tfr in busta paga, per i fondi pensione si apriranno tempi duri perché dovranno avere ancora più armi per convincere i lavoratori ad accantonarla presso di loro. A partire dai rendimenti. Il Tfr in azienda si rivaluta all’1,5% annuo più il 75% dell’inflazione Istat, mentre la parte di Tfr che verrebbe erogata al lavoratore non avrebbe rivalutazione. Quanto ai fondi pensione, i loro risultati dipendono dall’andamento dei mercati. E grazie alla bassa o nulla inflazione, alla discesa dello spread e a mercati azionari in ripresa (almeno fino a qualche giorno fa) negli ultimi tempi in media i comparti previdenziali hanno messo a segno rendimenti superiori al Tfr. La situazione è confermata anche per quest’anno. In base ai dati raccolti da MF-Milano Finanza su un campione significativo di fondi pensione negoziali, il rendimento medio dei nove mesi è stato il 5,5%, contro lo 0,99% della rivalutazione netta Tfr. Ma c’è anche chi ha reso oltre il 10%. Risultati buoni che però, se la misura della legge di Stabilità sarà confermata, dovranno fare i conti con una tassazione più salata. Una sfida in più per i gestori dei fondi pensione, anche se bisogna considerare che si troveranno a confrontarsi con un Tfr più debole visto che la legge di Stabilità introduce un aumento della tassazione anche sulla sua rivalutazione che passerebbe dall’11% attuale al 17%.

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