Attività di intermediazione assicurativa e consulenza assicurativa, confini e conflitti

Previdenza complementare - Domande (3) Imc

Previdenza complementare - Domande (3) Imc

Una domanda giunta in redazione ci permette di tornare sull’argomento riguardante la possibile coincidenza tra consulente assicurativo ed intermediario assicurativo. L’Avv. Ivan Dimitri Calaprice, già autore di un approfondimento sul tema nel corso del 2014, ci aiuta ancora una volta a chiarire alcuni aspetti riguardanti sfaccettature ed evoluzioni nella professionalità degli operatori del settore

LA DOMANDA: Buongiorno, in qualità di intermediario iscritto in sezione E, avendo sottoscritto mandati di subagenzia con diverse agenzie e società di brokeraggio, potrei essere legittimato ad emettere alla mia clientela eventuali fatture di consulenza in materia assicurativa in occasione della stipula dei contratti di assicurazione, in aggiunta alle provvigioni che le stesse agenzie e società di brokeraggio mi riconoscono in base agli accordi intercorsi? (R.R.)

Risponde l’Avv. Ivan Dimitri Calaprice

La domanda – come probabilmente già si saprà – riguarda una questione molto dibattuta che può, tuttavia, essere risolta con un po’ di buon senso solo leggendo attentamente alcune inequivoche indicazioni normative e regolamentari.

Anzitutto il punto di partenza: l’art. 109 comma 2 lett. e) del D.lgs. 209/2005 (c.d. Codice delle Assicurazioni private) impone l’iscrizione alla sezione e) del RUI ai “soggetti addetti all’intermediazione, quali i dipendenti, i collaboratori, i produttori e gli altri incaricati degli intermediari iscritti alle sezioni di cui alle lettere a), b) e d) per l’attività di intermediazione svolta al di fuori dei locali dove l’intermediario opera”.

Da questa definizione si evincono – ai nostri specifici fini – due dati incontrovertibili:

  1. Un intermediario lettera e) è un soggetto che svolge attività di intermediazione (al di fuori dei locali di altro intermediario);
  2. Un intermediario lettera e) è un soggetto che svolge la suddetta attività di intermediazione quale addetto di altro intermediario iscritto alla sezione a), b), d).

Il primo dato consente di chiarire il contenuto della prestazione di questo professionista: egli, in quanto soggetto che esercita attività di intermediazione è anche – per definizione – un consulente, posto che l’art. 106 del D.lgs. 209/2005 richiama -per perimetrare l’attività in parola – anche (ma non solo) il paradigma concettuale della consulenza.

Il secondo dato consente, invece, di chiarire il limite dell’operatività di questo professionista: egli è un soggetto che svolge, fra l’altro, un’attività di consulenza in virtù di una relazione funzionale/gerarchica con altro intermediario e non, dunque, autonomamente.

Il Codice delle Assicurazioni, sul punto, non lascia alcun margine di dubbio.

Un intermediario iscritto alla sezione e) del RUI è infatti figura la cui attività è sì (anche) di natura consulenziale, ma può (e deve) necessariamente esplicarsi soltanto “a riporto” di altro soggetto (altro intermediario) che anzitutto ne cura l’iscrizione al RUI e, dipoi, risponde del suo operato (si veda, in proposito, l’art. 119 comma 3 del D.Lgs. 209/2005).

Analoga impostazione (e non potrebbe essere diversamente) offre l’Ivass alla faq 1.3 delle “Domande frequenti sull’attività di intermediazione” – reperibili sul sito istituzionale – allorchè risponde al quesito se “l’attività di mera consulenza assicurativa costituisca intermediazione”.

Le precondizioni che l’Istituto di Vigilanza impone affinchè si possa parlare di consulenza in termini di intermediazione assicurativa sono sostanzialmente due:

  1. l’attività deve essere finalizzata alla proposta e/o presentazione di contratti assicurativi e
  2. deve essere onerosa.

Ora, la fattispecie prospettata nel quesito è proprio questa, quando si fa cenno ad un’attività consulenziale a pagamento (ovvero: dietro presentazione di fattura) resa proprio “in occasione della stipula dei contratti assicurativi”.

L’attività descritta è – dunque – tipicamente “intermediativa” ed in quanto tale non costituisce qualcosa di separato e diverso da ciò che si è già tenuti a fare nella veste di intermediari e non legittima affatto a chiedere pagamenti ulteriori, separati e diversi, per qualcosa che viene già remunerato per lo stesso titolo (con il gioco del ricarico provvigionale).

Essa è – per dirla tutta – un’obbligazione di fare del tutto indivisibile ai sensi dell’art. 1316 c.c.

In altri termini, tornando al quesito: facendo consulenza non si fornisce una prestazione in più al cliente ma si rende solo l’unica prestazione dovuta e si lo fa, peraltro, su espresso incarico di altro intermediario (iscritto alla sezione a, b, d, del Rui) che ha avuto cura di iscrivere al Rui il collaboratore come proprio e che, in quanto suo dominus, risponderà sempre delle condotte dello stesso.

Se – solo per assurdo – si ragionasse a contrario dovremmo desumere che lo stesso soggetto iscritto alla sezione e) del RUI potrebbe operare oltre che come intermediario/consulente addetto di altro intermediario – iscritto alla sezione a, b, d, – anche come autonomo consulente ma sempre e comunque sotto la responsabilità di questi ultimi (in forza dell’ineludibile portato dell’art. 119 comma 3 del D.lgs. 209/2005).

Il che – evidentemente – si profilerebbe in termini di illogicità ed iniquità oltre che di insormontabile assurdità giuridica in quanto l’iscritto in e) diventerebbe – di fatto – un broker del tutto deresponsabilizzato.

Ne consegue, pertanto, che la scelta di fatturare al cliente un’attività di consulenza autonoma rispetto a quella intrinsecamente già connaturata alla attività di intermediazione come definita dal Codice delle Assicurazioni configurerebbe (quantomeno) una violazione delle regole di cui all’art. 47 comma 1 lett. a) ed e) del Regolamento Isvap 5/2006, ove è prescritto che gli intermediari devono comportarsi con diligenza, correttezza, trasparenza e professionalità e in modo da non recare pregiudizio agli interessi dei contraenti e degli assicurati.

Pregiudizio che – facendo pagare più volte un’unica prestazione dovuta – sarebbe integrato da un’imposizione economica aggiuntiva obiettivamente ingiusta e giuridicamente non giustificabile.

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One Comment;

  1. ANONIMO INTERMEDIARIO SEZ E said:

    Per quanto corretta (a mio avviso relativa) possa essere la vostra INTERPRETAZIONE dal punto di vista giuridico, mi rimangono dei dubbi in merito alla GIUSTEZZA della stessa.

    Affermate:
    L’attività descritta è – dunque – tipicamente “intermediativa” ed in quanto tale non costituisce qualcosa di separato e diverso da ciò che si è già tenuti a fare nella veste di intermediari e non legittima affatto a chiedere pagamenti ulteriori, separati e diversi, per qualcosa che viene già remunerato per lo stesso titolo (con il gioco del ricarico provvigionale).
    Bene, è come dire che espletiamo il lavoro in egual maniera e che non passa alcuna differenza fra TIZIO che piazza il prodotto A inadeguatamente e senza conoscerne le insidie e CAIO che invece prima di piazzare il prodotto A passa ore a studiare il prodotto ,proprio per trovare quello adatto, idoneo secondo le esigenze ,evitando di esporre il cliente a rischi ,(cosa che solo un lavoro di consulenza può preservare.) perchè tanto la remunerazione sarà comunque la stessa.

    Il ricarico provvigionale rappresenta una remunerazione correlata esclusivamente ad un prodotto ,ed è predeterminabile,in quanto il prodotto è frutto di lavoro PER IL QUALE E’ POSSIBILE DETERMINARNE I COSTI .(tra i quali appunto le provvigioni)

    LA CONSULENZA NON E’PREDETERMINABILE e spesso si passano svariati giorni a studiare i prodotti piu’ complessi,proprio perchè vendiamo qualcosa che non è nostro e dobbiamo studiarlo bene se vogliamo essere dei professionisti del settore e tutelare il cliente.

    Le Compagnie e le Agenzie ,mettono a disposizione strumenti per la vendita dei loro prodotti,per ognuno dei quali è già predeterminata la provvigione,ed è qui che scatta la consulenza ed è qui che scatta la professionalità,la cui remunerazione,in un ottica di proporzionalità,andrebbe contestualizzata al caso specifico.

    La figura del Broker è di certo differente dalla nostra, in merito alla situazione giuridica che ricade in capo al soggetto,ma di certo non è sinonimo di consulenza infatti

    può un broker benissimo vendere un prodotto a lui sconosciuto,in maniera inidonea e senza alcuna consulenza.

    In merito alla deresponsabilità, non sono d’accordo, perchè fatturando la consulenza, farei comunque un assunzione di responsabilità, comunque il cliente sarebbe sempre tutelato dalla polizza di RC sottoscritta dall Agente anche a tutela del nostro operato,cosa che non è sicuramente fatta a titolo gratuito visto che l’Agente comunque ha il suo ritorno economico frutto del nostro operato.

    Concludendo ,riportate termini quali

    “diligenza, correttezza, trasparenza e professionalità” termini alquanto astratti se si analizza la realtà dei fatti.

    Non posso fare fattura ,non posso andare in ufficio quando voglio perchè gli orari sono degli uffici del dominus, non posso stabilire io il prezzo di vendita ,perchè il prodotto è della compagnia.

    SECONDO QUALI CRITERI DOVREI ESSERE LAVORATORE AUTONOMO,E PERCHE’ DEVO AVERE UNA PARTITA IVA E PAGARE LE TASSE COME SE FOSSI AUTONOMO,

    VERSANDO DI CONSEGUENZA PREMI INPS ,PUR CONSAPEVOLE CHE MAI AVRO’ PENSIONE E SICURAMENTE NON SARA’ MAI ADEGUATA?

    QUI NON NON CONTANO “diligenza, correttezza, trasparenza e professionalità” NEI NOSTRI CONFRONTI

    Vi ringrazio per il tempo dedicatomi e chiedo scusa per lo sfogo.

    Cordialmente

    UN ANONIMO INTERMEDIARIO,COME TANTI

    NB.

    IL MIO NOME NON VIENE RIPORTATO ,NON PER TIMORE CHE IO POSSA APPARIRE,MA PERCHE’ NON ESISTO ,IO PERDO L ANONIMATO QUANDO C’E’ DA SUBIRE (VEDI L’ORIA E LE DIRETTIVE IN DISCUSSIONE A NOI RIFERITE) O QUANDO C’E’ DA PAGARE LE TASSE

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