Attuari, pochi e ricercatissimi: “Calcoliamo i rischi aziendali”

Attuari - Analisi - Confronto Imc

Attuari - Analisi - Confronto Imc

(di Massimiliano Di Pace – Repubblica Affari & Finanza)

Il boom di un mestiere che non sembra conoscere crisi. La richiesta da parte di assicurazioni, enti di previdenza e fondi pensione è tanto alta che il tasso di disoccupazione è vicino allo zero. L’85% lavora come dipendente

Una professione che non conosce crisi quella degli attuari, e il cui futuro pare proprio roseo. Lo dichiara con soddisfazione Giampaolo Crenca, presidente del Consiglio nazionale degli attuari: «Attualmente in Italia vi sono circa mille attuari iscritti all’albo, quasi tutti impiegati in compagnie assicurative, società finanziarie, fondi pensione, enti previdenziali, ed anche in aziende non finanziarie, come quelle industriali. Circa l’85 per cento lavora come dipendente, mentre la quota restante opera come libero professionista».

Insomma una professione con un tasso di disoccupazione vicino allo zero, circostanza probabilmente dovuta sia alla ridotta offerta, sia all’incremento della domanda da parte del mondo del lavoro.

Ma cosa fa l’attuario? In sostanza la valutazione del rischio, come spiega Crenca: «Questa valutazione si effettua mediante la misurazione, con strumenti statistici, matematici, finanziari e probabilistici, di fenomeni incerti e aleatori, i cui risultati vengono riportati in una relazione, che permette al committente di prendere le opportune decisioni». Queste decisioni variano a seconda dei settori, ed in alcuni di questi l’intervento dell’attuario è sempre più richiesto.

Il numero degli attuari è dunque sottodimensionato, lo ammette anche il presidente del Consiglio nazionale degli attuari: «La nostra figura è molto specialistica, oltre che complessa, e presuppone un forte interesse per la matematica applicata. Insomma, non è un mestiere per tutti. A questo si aggiunge che si tratta di una professione poco conosciuta, tanto che da alcuni anni l’ordine professionale si è impegnato in una campagna di comunicazione, basata sulla presenza nei media e sugli incontri istituzionali, con il fine di dare maggiore visibilità alla categoria. E i primi risultati si vedono, visto che vi è stato un aumento delle iscrizioni nei corsi di laurea che consentono l’accesso alla professione».

Per diventare attuari occorre possedere una laurea magistrale in statistica, oppure in finanza, o in scienze statistiche, attuariali e finanziarie. A quel punto si può subito procedere con l’esame di Stato, non essendo previsto un praticantato. Vi sono 2 esami di Stato ogni anno, in 2 sedi: Roma e Trieste.

L’esame si basa su 2 prove scritte, una prova pratica, consistente nella soluzione di un problema attuariale, e una prova orale. Il tasso di successo è molto elevato: il 95 per cento.

In definitiva, pare che non vi siano difficoltà particolari ad accedere alla professione, a condizione, ovviamente, di essere molto preparati.

E che essa possa essere fonte di soddisfazioni lo conferma anche una ricerca condotta dal sito specializzato Careercast.com, che segue il mercato del lavoro internazionale, secondo la quale la migliore professione negli Stati Uniti per il 2015 è stata proprio quella dell’attuario. Una felicità per pochi, visto che secondo i dati forniti dal consiglio nazionale degli attuari italiani, questi professionisti sono merce rara nel mondo: 80mila, di cui 22mila in Europa.

«Sono 3 le esigenze in continuo incremento, che spiegano l’aumentato fabbisogno di attuari», spiega Crenca. «La prima deriva dall’aumentata sensibilità del mondo delle imprese verso i rischi, per cui si richiede sempre di più una loro valutazione, così da poter prendere le misure per ridurne la portata. In questo caso l’attuano quantifica le probabilità dell’evento dannoso e la dimensione economica delle sue conseguenze. Se queste sono elevate, l’azienda potrà decidere di prendere quelle misure di sicurezza, oppure assicurative, i cui costi sono inferiori al valore del rischio».

In effetti, i rischi che oggi le aziende affrontano sono molteplici: si va da quelli classici di incendio e furto, passando per quelli finanziari, e finendo con quelli meno tradizionali, come i rischi reputazionali o di perdita dell’operatività.

Per realizzare un intervento, l’attuario ha bisogno che siano soddisfatte 2 condizioni: una policy aziendale di risk management e la disponibilità di dati, che permettano appunto la quantificazione dei rischi.

«Un secondo settore che sta richiedendo sempre più la presenza dei nostri professionisti – continua il rappresentante degli attuari – è quello dei fondi sanitari, dove siamo chiamati a quantificare il premio da far pagare agli assicurati e a verificare l’equilibrio tecnico ed economico del fondo. Laddove poi il fondo intenda trasferire la gestione del rischio ad un’assicurazione, l’attuario contribuisce alla definizione del bando di gara per la scelta della compagnia».

Il terzo settore che sta richiedendo sempre più attuari è quello delle assicurazioni ramo danni, come chiarisce Crenca: «Gli attuari sono sempre più impiegati per la quantificazione dei premi per le coperture assicurative della responsabilità civile, compresa quella per le auto, e dei relativi accantonamenti che le compagnie devono predisporre. A questo si aggiunge che delle norme comunitarie (Solvency II) hanno richiesto, a partire dal primo gennaio del 2016, la presenza obbligatoria per tutti i rami danni di un attuario, che svolga delle attività tecniche per garantire la solvibilità delle compagnie».

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