«Axa pronta per l’aumento Mps. Investiamo sul Tesoro italiano»

Henri de Castries (4) Imc

De Castries (presidente e AD Axa): «nel 2013 abbiamo acquistato Btp per 2 miliardi», «Le fondazioni hanno svolto un ruolo importante. Oggi sono limitate da poche risorse»

Henry de Castries Imc«Nel 2013 abbiamo investito 2 miliardi in titoli di Stato italiani, perché abbiamo fiducia nel Paese e nel governo di Enrico Letta. E siamo pronti a mantenere la nostra quota di azionariato contribuendo alla ricapitalizzazione del Montepaschi, perché siamo convinti che il piano di ristrutturazione avrà successo e sosteniamo l’ottimo lavoro di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola». Henri de Castries (nella foto) è presidente e amministratore delegato di Axa, uno dei primi colossi europei e mondiali delle assicurazioni con oltre 90 miliardi di premi, presente in modo stabile e significativo in Italia: con i 6 miliardi circa di raccolta, fra la filiale diretta e la joint venture Axa-Mps, è fra i big ten nazionali del settore. Il suo punto di osservazione e il suo punto di vista sono dunque quelli di un importante investitore internazionale.

Che non indietreggia di fronte allo spread e al rischio Italia? 

«Credo che la migliore notizia per l’Europa e per l’Italia sia stata in questi giorni la conferma del governo Letta. Confidiamo che con la maggiore forza ora nelle mani possa proseguire con più determinazione sulla strada delle riforme fondamentali. Rispetto molto Letta e penso operi per il bene del Paese».

Eppure tra Alitalia e Telecom sembra prevalere a tratti la sensazione di una Paese in vendita. Se non in svendita. 

«Mi lasci dire che siete troppo pessimisti. L’Italia ha un tessuto invidiabile di piccole e medie imprese. E grandi aziende familiari, come Luxottica o Ferrero, presenti e stimate in tutto il mondo. E dinastie familiari di imprenditori che stanno svolgendo un lavoro straordinario, come quello di John Elkann in Fiat, insieme a Sergio Marchionne. Noi, come investitori, siamo evidentemente più ottimisti perché più fiduciosi: i 2 miliardi di acquisti nei bond governativi italiani quest’anno diventano ancora più significativi se considerato lo stock, pari a 18 miliardi».

Però una delle nostre fragilità è proprio la rarità delle grandi imprese, che è invece un punto di forza francese. 

«Le rispondo con una (quasi) battuta: da un merger fra i nostri punti di forza nascerebbe il Paese più forte e bello del mondo».

Restando alle nostre fragilità: cosa pensa del ruolo della Fondazione a Siena? 

«Le fondazioni hanno svolto un ruolo importante di azionisti a sostegno dello sviluppo delle banche. Oggi tale posizione è limitata dalla mancanza di risorse».

Passi avanti su eventuali acquisti di Milano assicurazioni? 

«No news, no comment».

Cosa pensa del nuovo corso di Mario Greco in Generali? 

«Con il lavoro di ristrutturazione che sta svolgendo renderà più competitiva la compagnia. Che è uno dei nostri principali concorrenti. Detto questo a maggior ragione non mi chieda, per favore, se abbiamo progetti di consolidamento con Trieste: ho già risposto “no” troppe volte».

E invece come vede i segnali di ripresa? 

«La situazione sta lentamente migliorando. La ripresa però resta fragile perché non è omogenea».

Ma la situazione politica americana? 

«Problemi di breve periodo».

Tuttavia non è ancora iniziato il cosiddetto tapering, cioè la riduzione degli incentivi… 

«Arriverà. Questione di tempo».

E secondo lei le grandi assicurazioni che ruolo possono avere nella ripresa? 

«Siamo investitori di lungo periodo e svolgiamo quindi un ruolo importante nel dare stabilità al sistema finanziario e nel contribuire appunto a investimenti con orizzonte lungo, che significano più crescita e più lavoro. Il regolatore dovrebbe supportare le assicurazioni, e non bloccarle».

E di fatto? 

«Diciamo che su questa strada ci si sta muovendo troppo lentamente».

Axa come sta orientando il proprio sviluppo? Trasferisce risorse dai mercati maturi a quelli emergenti? 

«Non direi che trasferiamo risorse. Investiamo molto sui mercati che promettono sviluppo come l’Estremo oriente, dalla Cina alle Filippine, il Messico, la Turchia e anche la Russia. Dal 2008 abbiamo impegnato oltre 6 miliardi in questi Paesi».

Lei in passato ha detto che l’età pensionabile andrebbe abolita. Lo conferma? 

«Diciamo che se a 70 anni si può contribuire allo sviluppo anche a favore dei giovani, perché andare in pensione? Insomma: l’età del ritiro dovrebbe essere libera».

Autore: Sergio Bocconi – Corriere della Sera

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