Bedoni (Cattolica): «I nostri tesori? Persone e tecnologia»

Paolo Bedoni (2) Imc

Paolo Bedoni (2) Imc

(Autore: Samuele Nottegar – Corriere del Veneto)

«Ecco perché puntiamo sui giovani»

Paolo Bedoni (nella foto), 60 anni, già presidente nazionale di Coldiretti, dal 2006 presiede Cattolica Assicurazioni puntando su giovani e innovazione.

Bedoni, cosa significa fare innovazione per una compagnia come Cattolica che ha una così lunga storia alle spalle?

«Significa fare tesoro di quella storia ed investire sull’eredità che essa ci consegna. Cattolica fu fondata alla fine dell’Ottocento proprio per dare una risposta ai problemi che si ponevano allora, in modo particolare al mondo agricolo di fronte ad una travolgente rivoluzione industriale. E da allora si è venuta evolvendo, ampliando il proprio raggio d’azione e sempre avendo un occhio attento alle modificazioni e alle esigenze nuove della società. Questo significa avere identità e soprattutto ispirarsi ad un sistema di valori. Non è contemplata l’ordinaria amministrazione. Quando questo è avvenuto e si è guardato ai risultati di breve si è messa a rischio l’esistenza della società. L’autoreferenzialità è l’anticamera dell’irrilevanza sociale. Di fronte ad una crisi come quella che ancora stiamo vivendo l’innovazione – in senso lato, non solo tecnologico – è fondamentale. Perdere questo appuntamento è perdersi».

Siete reduci da un aumento di capitale che ha reso più solida la compagnia. Quali sono i punti del vostro piano qualificanti nel campo dell’innovazione?

«L’aumento di capitale, che ha avuto una grande risposta dal mercato, è stato concepito a sostegno di un Piano d’impresa orientale ad una crescita sostenibile e quindi interamente costruito sul concetto di innovazione. Non c’è crescita senza innovazione. Noi investiamo, e molto, sull’innovazione tecnologica, ma anche e direi soprattutto sul nostro modo di stare sul mercato. Quindi centralità del cliente e non centralità del prodotto. Tutto sta cambiando intorno a noi e pensare di uscire dalla crisi con le formule tradizionali è, più che illusorio, colpevole. Per la sua natura e per le sue conseguenze questa crisi ha messo fine all’illusione consumistica come motore di uno sviluppo senza limiti. E’ cambiato stile di vita e struttura dei consumi. Dobbiamo guardare alla persona, alla famiglia e all’impresa. A questo ci deve servire l’innovazione tecnologica. Per questo abbiamo scelto di metterla al servizio di chi opera sul territorio ed è in grado di cogliere le nuove esigenze. La tecnologia deve aiutarci a personalizzare i rapporti, non a generalizzarli».

Per innovare bisogna investire sul capitale umano, su una formazione che copra l’intero ciclo della vita lavorativa dei dipendenti. Voi come agite in tal senso?

«Un tempo, per mettere in evidenza l’importanza delle risorse umane in un’azienda, si diceva che “il capitale ogni sera torna a casa”: Non dobbiamo dimenticarlo mai. Nel nostro caso il capitale è decisamente una famiglia allargata perché la funzione dei dipendenti è di quella di essere riferimento e stimolo di una squadra più ampia i cui componenti scendono in campo ogni giorno nel territorio, nella vita reale della società. E sappiamo che si tratta di una società irrequieta, più attenta, più selettiva nelle sue scelte. Per questo abbiamo bisogno di una vera e propria rivoluzione nella formazione del capitale umano tenendo soprattutto conto di questa proiezione sul territorio. Ecco la centralità della questione etica. Avere o non avere valori non è proprio la stessa cosa».

Qual è il vostro rapporto con il mondo delle start up e dei giovani, come acquisite le nuove tecnologie necessarie per rispondere alle esigenze di mobilità dei vostri clienti?

«Sui giovani noi abbiamo incentrato il nostro investimento di responsabilità sociale d’impresa. Per questo nasce Progetto di vita – Cattolica per i giovani che è una struttura di servizio per le nuove generazioni che si affacciano al mondo del lavoro ma anche, e direi soprattutto, un laboratorio di futuro. Per questo è nato PortanuovaLab, il portale sull’innovazione nel rapporto tra scuola e lavoro. Per questo siamo entrati in H-Farm che è partito come incubatore di startup ma sempre di più guarda al tema educational. Per questo pensiamo a Ca’ Tron come ad un investimento che genera innovazione a 360 gradi, dall’agricoltura all’energia, dal digitale alla formazione. Questi sono i nostri laboratori, stiamo sul campo».

Come sogna tra dieci anni la tenuta di Ca’ Tron?

«I sogni hanno un senso se sono alla nostra portata. Me lo immagino prima di dieci anni il futuro di Ca’ Tron. Direi così: campo di sperimentazione ecosostenibile e generatore di cultura del territorio. Impariamo dall’esempio di Silicon Valley. Prima di tutto investiamo sulla scuola e sulla formazione, sui cervelli più e prima che sulle fabbriche. E’ l’investimento più illuminato e più duraturo. Più che sognare spero di agire utilmente, di dare una mano a costruire un “laboratorio di futuro” di un Veneto che guarda al mondo e all’Europa più avanzata e non al suo ombelico».

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