Brexit: Previdenza, polizze più complicate

Calcolo - Previdenza Imc

Calcolo - Previdenza Imc

(di Marco lo Conte – Il Sole 24 Ore)

Ci mancava solo la Brexit per complicare l’insidioso cammino dei lavoratori italiani verso la pensione, almeno di quelli che risparmiano con l’obiettivo di garantirsi una rendita una volta smesso di lavorare. Quanto sia accidentato lo registrano le ultime statistiche: la Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, ha reso noto che circa un quarto degli iscritti ai fondi pensione ha interrotto i versamenti: 1,8 milioni su un totale di 7,2 aderenti, in costante aumento da anni. È l’effetto della crisi che ha drenato le risorse di molti lavoratori e ha spinto soprattutto gli autonomi a sospendere i versamenti periodici. Certo, è presto per potere dare una valutazione di quanto e come il processo di divorzio tra l’Unione europea e il Regno Unito produrrà effetti su questo ambito. I punti interrogativi maggiori riguardano la domiciliazione dei soggetti in vario modo coinvolti nella gestione previdenziale: banche depositarie, gestori finanziari, veicoli di investimento, compagnie assicurative domiciliati nel Regno Unito. In base a quanto accadrà nel prossimo biennio di trattative, si capirà in quale regime regolamentare e fiscale si troveranno (sempre che non si siano trasferiti in altri paesi comunitari). Stare fuori dalla Ue significa la revoca della possibilità di offrire polizze in uno dei paesi comunitari, senza la necessità di avere una succursale basata su quel territorio. Una possibilità che riguarda soprattutto i rami Rc professionale e danni catastrofali, più che il risparmio e la previdenza: in questo settore le aziende estere domiciliate in territorio italiano sono circa un terzo del totale. Idem per quanto riguarda la vigilanza e le sue regole comunitarie: uscire dalla Ue potrebbe significare per l’Uk il venire meno delle norme a tutela dei consumatori e delle aziende.

C’è poi un altro fronte che resta avvolto da un punto di domanda: da anni si discute di ampliare la gestione di portafoglio a strumenti che investono nell’economia reale; e, in assenza di strumenti pronti sui mercati, alcuni fondi hanno iniziato a sottoscrivere strumenti emessi da società finanziarie con sede nel Regno Unito, che investono in particolare in infrastrutture. I nodi legati alle nuove relazioni tutte da definire tra Bruxelles e Londra complicano la possibilità di utilizzare queste possibilità per decorrelare le gestioni previdenziali dei fondi pensione italiani. Meno sostanziale, forse, ma più evidente il punto di domanda che Brexit pone sulle oscillazioni dei mercati cui le gestioni previdenziali (fondi pensione e Casse privatizzate) sono correlati: quanto c’è da preoccuparsi per questa accresciuta volatilità? Osservando gli effetti provocati in passato sulle gestioni, in occasione di altri momenti di forte turbolenza sui mercati internazionali, è possibile cogliere qualche spunto rincuorante: nel 2011 la crisi del debito italiano e l’impennata dello spread portò i fondi pensione negoziali a chiudere il 2011 con un rendimento dello 0,1%, gli aperti sono scesi del 2,4%, i Pip collegati a fondi comuni del 5,1% mentre quelli agganciati a gestioni separate a +3,5%.

Un risultato non disprezzabile, considerata la drammaticità del momento, così come i risultati del lungo termine: secondo Covip tra il 1999 e il 2015 i fondi di categoria hanno ottenuto un rendimento medio del 3,1%, mentre il Tfr si è rivalutato in misura inferiore, del 2,6%. E in futuro? La Bce continuerà a guidare i mercati finanziari in modo ordinato? Difficile avere certezze su questi scenari, al netto dei cosiddetti “cigni neri”, ossia dei casi estremi che periodicamente occorrono dentro e fuori dai mercati. Di certo c’è da sottolineare come, dopo il default Lehman, i soggetti previdenziali abbiano reso più flessibili le loro gestioni previdenziali: sia nella gestione diretta, che in quella indiretta.

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