Caio: “Risparmio modello Poste, così attirerò le famiglie in cerca di prodotti sicuri”

Francesco Caio Imc

Francesco Caio Imc

(di Fabio Bogo – la Repubblica)

Intervista all’amministratore delegato: siamo pronti ad accrescere il nostro peso nella finanza ma non venderemo mai titoli rischiosi come i derivati

Nella rivoluzione del risparmio italiano un posto lo vogliono anche le Poste. Che si candidano a diventare un soggetto forte nella gestione dei flussi di capitale e non hanno paura di aumentare il proprio peso in un settore che sta vivendo un momento di trasformazione e in qualche caso di crisi. «Oggi stiamo assistendo — dice l’amministratore delegato Francesco Caio (nella foto)ad un cambiamento epocale, il mondo vive a tassi zero di inflazione e di conseguenza a tassi quasi zero di remunerazione del risparmio. E per gli istituti ci sono margini più ridotti e rischi crescenti. In questa partita ci siamo anche noi, abbiamo il nostro modello e vogliamo crescere».

Ingegner Caio, mi sta dicendo che le Poste privatizzate vogliono diventare una banca?

«Sto dicendo che noi già gestiamo 470 miliardi di risparmio tramite i nostri prodotti, a dimostrazione del fatto che la missione delle Poste non è mai stata solo quella di consegnare la corrispondenza e che i nostri uffici sono sempre più multifunzionali. Il Conto corrente e Banco Posta lo abbiamo introdotto ad inizio degli anni duemila, ora ci stiamo attrezzando per andare ancora avanti, e lo spazio che abbiamo individuato è quello dei titolari di medie e piccole somme che sono fuori dai circuiti tradizionali. Possiamo raggiungerli perché ne abbiamo i mezzi: 140 mila dipendenti e 13mila uffici postali, una rete che non ha nessun altro».

Il postino operatore finanziario? Non le sembra azzardato?

«No, e le spiego perché. Intanto le Poste hanno un marchio, che è caratterizzato da una forte missione etica: noi siamo sempre stati trasparenti e facciamo della fedeltà una nostra missione, cosa che l’utente percepisce. Poi — e questo secondo punto è legato al primo — non venderemo titoli a rischio, tipo derivati. Puntiamo su prodotti che hanno una limitatissima esposizione di rischio e che rendono più sicuro il risparmio delle famiglie. La nostra esperienza con Anima, la Sgr di cui abbiamo acquisito il 10 per cento da Monte dei Paschi è positiva, come pure è positiva la gestione di Poste Vita. Il risparmio è uno dei nostri tre pilastri. E per questo stiamo facendo una massiccia formazione del nostro personale. Il postino non diventa operatore finanziario, ma può consigliare a chi rivolgersi nell’ambito del nostro gruppo. L’importante è agire con trasparenza e semplicità, e allargare in sostanza la democrazia anche a quei potenziali investitori che non hanno accesso al sistema tradizionale. Lo faremo. Non faremo invece operazioni complicate in campo strettamente bancario. Mi spiego: l’ipotesi che noi si intervenga nell’azionariato del Monte dei Paschi non esiste. Noi siamo un operatore diverso e integrato nelle sue componenti».

Una delle quali è il sistema dei pagamenti. E l’altra lo sviluppo dell’e-commerce. Sul quale state investendo molto. E’ prioritario?

«Certamente. L’e-commerce è il futuro, siamo i primi consegnatori di pacchi di Amazon. Mentre il servizio universale delle lettere perde terreno e non è più remunerativo. Continuieremo a farlo, a giorni determinati e con certezza di puntualità, ma è un servizio declinante. E noi, con il contributo dello Stato sceso a 260 milioni dobbiamo stare sulle nostre gambe Ma l’e-commerce è legato anche al sistema dei pagamenti, e qui torniamo alla nostra vocazione finanziaria. Postepay ha due milioni di clienti, Bancoposta cresce. E con l’identità digitale e la password unica si apre un orizzonte che permette di accedere a tutti i comparti della pubblica di amministrazione e di regolare atti e pendenze, semplificando la vita dei cittadini. In questo senso siamo anche diffusori di cultura digitale».

Un Mr. Agenda Digitale c’è già, il governo ha scelto Diego Piacentini, proviene da Amazon. Prima in quel posto c’era stato lei…

«E’ un manager capace, farà benissimo».

O si tratta solo di un annuncio ad effetto?

«Non credo. L’importante è capire che comunque non ci sono salvatori che raddrizzano le situazioni con la bacchetta magica. Bisogna puntare su poche cose ma fondamentali. E farle bene. Le premesse ci sono».

Sviluppo della banda larga significa più business, più commercio, più investimenti, più denaro, più risparmio da gestire. Voi cosa fate in questo?

«Poste è un’azienda che integra le sue anime, e Internet è una delle nostre missioni. La banda larga non sarà disponibile per tutti, c’è il rischio che si creino delle esclusioni sociali tra chi ha l’accesso e chi non lo ha. I nostri uffici diventano quindi una rete fisica importante per la familiarizzazione con le novità, come quella di usare le app per evitare le code. E i nostri portalettere stanno acquisendo capacità e competenze per aiutare i clienti a rendere più semplici tutte le operazioni che li riguardano».

Lei racconta le Poste come un’azienda che ha ormai fatto il salto nella modernità. Eppure un anno fa a Milano veniva contestato da un gruppo di dipendenti, che criticavano il suo stipendio. Fu una scena cruenta.

«E’ vero, lo ricordo benissimo. Io credo di meritare quello che guadagno, abbiamo realizzato una privatizzazione difficile e ottenuto ottimi risultati finanziari. Quell’episodio è stata una dimostrazione che nell’azienda e intorno ad essa ci sono ancora forze che resistono al cambiamento, perché vedono minacciate abitudini e privilegi che nascono da pratiche opache, interne e del territorio. Vedo però che sono sempre di più quelli che credono nel merito, soprattutto tra i giovani. Forse ho passato troppo poco tempo con loro. Ma non mancheranno occasioni: abbiamo un piano di 5 anni, e anche se da un biennio circolano sempre le voci di un mio addio, io sono ancora qui. E c’è molto da fare».

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