Cassazione sul caso Fonsai: Niente Opa, danni ai piccoli azionisti

Fondiaria Sai - Brochure (2) Imc

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(di Alessandro Galimberti – Quotidiano del Diritto)

Il lancio dell’offerta pubblica per chi supera il 30% è un obbligo e non un onere. Diritto al risarcimento per gli esclusi se dimostrano di «aver perso una possibilità di guadagno»

La Prima sezione civile della Cassazione (sentenza 20560/15, depositata ieri) chiude, almeno per il momento, l’annosa controversia della scalata Sai alla Fondiaria Assicurazioni, operazione terminata nel settembre del 2002 con la fusione e la contestuale nascita di Fonsai. Fu una scalata complicata, congelata all’inizio dall’Isvap ma scollinata poi grazie alla comparsa dei “cavalieri bianchi” – che agirono, ricostruisce la Corte, nell’interesse di Sai e della controllata Premafin – ma che lasciò sullo sfondo un consistente gruppo di soci non coinvolti dall’operazione. Gli stessi soci che, già nel 2003, si erano rivolti al tribunale di Milano per vedersi risconosciuto il diritto al risarcimento da “mancata chance”, innescando un lungo valzer di decisioni. Il primo verdetto di merito fu a loro favorevole – tribunale di Milano – ma in appello la sentenza fu riformata, determinando il ricorso deciso ieri.

Secondo la Prima di Cassazione, l’avvio di una scalata che punti al controllo societario – cioè a una quota superiore al 30% delle azioni – comporta l’obbligo giuridico del lancio di un’Opa, facendo nascere contestualmente il diritto al risarcimento del danno in caso di inottemperanza. In questo solco si era peraltro mosso, e proprio su questo caso già nel decennio scorso, il tribunale di Milano, pienamente sconfessato però dal giudici di Appello dello stesso distretto. A giudizio di questi ultimi, infatti, l’offerta pubblica di acquisto sarebbe solo un onere dello scalatore, la cui omissione potrebbe peraltro essere sanata ex post dalla sterilizzazione del diritto di voto e dall’obbligo di rivendita azionaria previste dall’articolo 110 del dlgs 58/1998. Questa conclusione presupporrebbe di considerare come oggetto di tutela della norma il “buon funzionamento dei mercati” e non anche i diritti dei possessori di azioni di minoranza. Proprio qui si innesta il ragionamento dei giudici di Cassazione che, riabilitando il percorso logico del tribunale di Milano, spiegano che la natura di obbligo giuridico dell’Opa nelle scalate per il controllo trova fondamento anche nella Direttiva 2004/25/CE «successiva ai fatti di causa, ma evidentemente ispirata a principi preesistenti». In riferimento alle Opa la norma europea parla appunto di «misure necessarie per tutelare i possessori di titoli, in particolare quelli con partecipazioni di minoranza» e della necessità, per lo scalatore, di «promuovere un’offerta per tutelare gli azionisti di minoranza di tale società».

Quanto alla connessione giuridica tra gli scalatori e le “vittime” della scalata, la Prima teorizza un «contatto qualificato» sul modello del rapporto tra paziente ospedaliero e medico, e quello tra alunno e insegnante, (casi in cui il contratto non è tra i due soggetti in relazione) nei quali si crea «un affidamento di uno di essi nell’altrui condotta».

Secondo i giudici di Cassazione, infine, il danno da mancata Opa è risarcibile «ove gli azionisti di minoranza dimostrino di aver perso una possibilità di guadagno» che non è detto coincida con il prezzo di vendita se l’offerta fosse arrivata, «dovendosi considerare anche gli eventi successivi incidenti sul valore di borsa delle azioni rimaste in portafoglio».

A questi principi dovrà quindi conformarsi la nuova sezione dell’Appello di Milano cui la controversia è destinata a tornare.

Nel frattempo da UnipolSai fanno sapere che l’orientamento della giurisprudenza di legittimità – anticipato nelle decisioni 14392, 14399, 14400 del 2012 – è già stato recepito nella relazione al bilancio 2014 e nella semestrale 2015, con relativi accantonamenti per il rischio di soccombenza.

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