Cattolica, l’uscita di Vicenza è in stallo

La sede di Cattolica Assicurazioni (2) Imc

La sede di Cattolica Assicurazioni (2) Imc

(di Laura Galvagni – Il Sole 24 Ore)

Scaduto il «lock up» di Verona sulla quota del 15% del capitale sociale: la banca può vendere quote superiori al 3% ma in accordo con la compagnia. Le cessioni in Borsa non devono comportare «significativi impatti negativi per la quotazione»

La decisione di Cattolica (nella foto, la sede), presa formalmente il 4 agosto scorso, di chiudere l’accordo di bancassicurazione con Popolare Vicenza porta con sé lo scioglimento di tutti gli intrecci azionari che hanno legato le due società dal 2007 fino ad oggi. Sulla carta, almeno. L’esercizio del diritto di recesso è stato contestato dalla banca vicentina con una prima lettera datata 24 agosto nella quale la popolare sottolinea di «ritenere che vi siano fondate ragioni per escludere la legittimità» dello strappo consumato da Cattolica. Allo stesso tempo l’istituto ha tentato di aprire un canale di dialogo con la compagnia sul tema. Il gruppo guidato da Giovan Battista Mazzucchelli ha però respinto l’eccezione e ha richiesto in primis il rispetto dei vincoli contenuti nell’accordo. Innanzitutto, con le dimissioni immediate di ogni rappresentante della Popolare ai vertici della società assicurativa. Cosa, quest’ultima, che non è ancora stata fatta. E che in parte ha inasprito ulteriormente il confronto. Con conseguenze, però, ancora tutte da ponderare. Secondo l’interpretazione di Cattolica, che non ammette repliche, la trasformazione in spa della Popolare ha innescato il recesso, poiché, peraltro, contrasta con un principio cardine contenuto nella partnership: in nessun modo il 15% detenuto dalla Vicenza in Cattolica poteva ritenersi come una quota di “controllo”. Di qui, l’esercizio della put che per la compagnia impone all’istituto di versare più o meno 175 milioni per rilevare il controllo dei tre veicoli che negli anni hanno gestito la partnership, Berica Vita, Abc Assicura e Cattolica Life. Tra gli effetti del divorzio ce n’è un altro però, altrettanto chiave: la Bpvi non è più vincolata a tenere in portafoglio nemmeno un’azione della compagnia assicurativa.

Il lock up su circa 4 milioni di azioni è scaduto di fatto con l’esercizio del recesso da parte di Cattolica. In tutto, però, la Popolare ha in mano poco più di 26 milioni di titoli che sul mercato valgono attorno a 140 milioni di euro (meno della metà del valore a cui era iscritta la quota a bilancio 2015). Ora al di là, delle interpretazioni sulla legittimità o meno di far valere il recesso, per la Popolare disfarsi di quelle azioni potrebbe rivelarsi complesso. E per diverse ragioni.

All’epoca in cui venne siglata la partnership fu firmato un patto che disciplinava la potenziale valorizzazione del pacchetto Cattolica. Quel patto, come recita un documento depositato in occasione dell’avvio delle procedure per lo scioglimento dell’accordo, stabiliva che nel momento in cui la Vicenza avesse deciso di vendere una quota superiore al 3% della compagnia avrebbe dovuto avvisare il gruppo assicurativo che avrebbe a sua volta avuto 30 giorni di tempo per individuare un socio terzo disposto a rilevare i titoli. Sulla carta si tratterebbe di una potenziale via d’uscita per la Vicenza. Peccato che viene anche definito il prezzo al quale dovrebbe chiudersi la transazione: il maggiore tra quanto pagato dalla Popolare in occasione dell’aumento di capitale Cattolica del 2007 lanciato a 44,87 euro e la media dei valori di Borsa degli ultimi tre mesi, potenzialmente di poco superiore ai 5 euro. La compagnia quindi, difficilmente, eserciterà questo diritto. Il che consentirà alla Vicenza di cedere liberamente le azioni sul mercato. Tuttavia dovrà farlo, come stabilisce il patto, con «modalità tali che, di per sé sole, non comportino un significativo impatto negativo per la quotazione delle azioni Cattolica». Come detto si tratta di 26,27 milioni di titoli, un 15,07% che, tra l’altro, vale 1 solo voto poiché Cattolica è una società cooperativa.

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