Cimbri: “Anche Unipol nel Fondo Atlante. Va messo in sicurezza l’intero sistema bancario”

Carlo Cimbri (4) Imc

Carlo Cimbri (4) Imc

(di Fabio Bogo – la Repubblica)

L’amministratore delegato del gruppo assicurativo: “Ci sono state sottovalutazioni nel trasferire in alcuni settori come il credito la sovranità all’Europa”

Carlo Cimbri (nella foto) e l’UnipolSai non si tirano indietro. Il Fondo Atlante avrà il contributo del gruppo assicurativo, perché di fronte alla potenziale crisi sistemica del credito «non si può guardare dall’altra parte. Qui non si tratta di intervenire per aiutare questa o quella banca, ma di mettere in sicurezza un settore importante dell’azienda Italia, e quindi lo stesso Paese».

Dottor Cimbri, ma come siamo arrivati a questo punto, e perché si chiede anche alle compagnie di assicurazione di dare risorse per salvare le banche?

«La situazione attuale è indubbiamente frutto di alcune sottovalutazioni nel processo di trasferimento della sovranità nazionale agli organismi europei in alcuni settori, come quello bancario. La lunga fase di crisi economica che il Paese ha attraversato, con il conseguente indebolimento delle nostre posizioni in chiave europea, accentuatasi nelle fasi di speculazione sui titoli di Stato, ci ha portato ad accettare una concezione luterana nella risoluzione dei debiti e delle crisi bancarie lontana dalla nostra cultura. Il sistema bancario italiano, con la supervisione di Bankitalia, aveva storicamente dimostrato grande stabilità e la capacità di risolvere situazioni critiche. A memoria il fallimento di istituti di credito si contano sulle dita di una mano, l’Ambrosiano, la banca gestita da Sindona… E’ un fatto che i nuovi criteri europei hanno prima contribuito a strozzare il settore del credito e poi accentuato la riduzione del valore delle garanzie, con effetti sulle sofferenze ».

Gli errori li fanno gli uomini. Qui chi ha sbagliato? I governi, la Banca d’Italia, la vigilanza?

«Non alimentiamo sterili caccie alle streghe ma cerchiamo piuttosto di aumentare il livello di consapevolezza degli addetti ai lavori e dell’opinione pubblica. La casa comune europea è un valore che va salvaguardato e la cui struttura deve essere completata nell’interesse delle nuove generazioni che sempre più si troveranno a competere in uno scenario economico e sociale globale con insidie ed opportunità nuove. Detto questo, il nostro Paese può arrivare nella nuova casa comune in prima, seconda, terza classe. Dipende da noi: da chi governa, certo, ma anche da chi fa impresa, da chi intermedia i corpi sociali, da tutti. Far valere adeguatamente il peso economico, sociale e culturale di un grande paese come l’Italia è una responsabilità comune. A volte prevenire situazioni potenzialmente laceranti per l’affidabilità che i cittadini ripongono nel sistema bancario ci dovrebbe indurre a posizioni di maggior contrasto con l’apparato di Bruxelles. Penso alle difficoltà conseguenti alla risoluzione delle quattro banche nei mesi scorsi, ai fatti tragici e alle tensioni anche sociali che ne sono derivate. Per salvaguardare i piccoli investitori, anni fa, dopo il fallimento di Lehman, noi ed altri assicuratori decidemmo unilateralmente di rimborsarli anche senza che ne avessero titolo giuridico. Sono situazioni diverse, certo, ma decidere di rimborsare i piccoli obbligazionisti utilizzando il fondo di garanzia bancario, probabilmente avrebbe attutito l’impatto degli eventi. Normative come il bail in vanno preparate nel tempo e adeguate alle caratteristiche di un sistema ed alla cultura di un paese».

Adesso con il Fondo Atlante ci mettiamo una pezza…

«Lo dirà il mercato. Noi cercheremo di fare la nostra parte. Quando ci sono problemi e c’è un’iniziativa che si propone fattivamente con atti concreti di contribuire a dare stabilità al Paese non ci giriamo dall’altra parte».

Il fatto di essere una compagnia italiana è il peso che grava su UnipolSai, secondo quanto sostiene il rating di Standard& Poor’s…

«Abbiamo revocato il contratto. Non condividevamo da tempo le loro metodologie. Abbiamo – ad esempio – molti titoli di Stato italiani in portafoglio, e siamo soddisfatti di averli. Se qualcuno lo ritiene un demerito, non ci stiamo».

A proposito di investimenti, si parla di un progressivo avvicinamento tra Unipol Banca e Bper. A che punto sono le trattative?

«Noi abbiamo interesse verso tutte quelle entità che fanno banca-assicurazione, quindi la Bper ma anche la Popolare di Sondrio e il Banco Popolare che va a fondersi con la Popolare di Milano. Dialoghiamo con spirito costruttivo con tutti».

Su Rcs, di cui siete azionisti, invece non c’è stato tanto dialogo con Cairo, che ha presentato un’offerta senza avvertire nessuno. Come si schiera Unipol Sai?

«A noi interessa valorizzare al meglio il nostro investimento. Io apprezzo le iniziative coraggiose, sostenute da spirito imprenditoriale. E Cairo mi è anche simpatico come imprenditore. Poi però devo fare valutazioni razionali. Lo scambio ora è nell’interesse di Cairo. Non mi turba il fatto che non abbia avvertito prima di muoversi, ma dico che c’è un’impresa valutata su valori alti, la sua, e un’altra, Rcs, meno perché oggi alle prese con un alto indebitamento. Sotto questo profilo l’offerta fotografa una situazione di mercato che ritengo penalizzante per gli azionisti Rcs. Valuteremo in corso di offerta il da farsi».

Altre cordate in campo?

«Tutto è possibile, ma per quanto ne so io non c’è assolutamente nulla».

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