Cimbri risana Unipol ma in Borsa paga le nozze con Fonsai

Carlo Cimbri HP Imc

Per il titolo del gruppo di Via Stalingrado gli ultimi tre anni in Piazza Affari sono stati disastrosi: meno 77 per cento. Quasi come la compagnia di Ligresti (meno 87), mentre l’acquisiszione resta molto incerta

Cimbri ha rispettato le promesse. Dopo tre anni di risanamento i risultati si vedono: il combined ratio, il rapporto tra premi e sinistri nel ramo danni, è sceso da 108 del 2009 a 93 di oggi (contro una media di mercato intorno a 100), ben oltre il target fissato due anni fa a 97,5. Mentre dopo due anni di magra fa di nuovo capolino anche l’utile, che quest’anno dovrebbe raggiungere 250 milioni. Eppure in Borsa il titolo non viene premiato.

Sarà stata la lunga, incerta e ancora in atto guerra per la conquista di Fondiaria-Sai. Sarà stato il peso delle perdite che erano nascoste in Banca Unipol fin dai tempi di Consorte e che poi sono emerse. Sarà stato il lungo processo di risanamento del comparto assicurativo portato avanti dall’ad Carlo Cimbri (nella foto), che solo di recente mostra di aver raggiunto risultati positivi. Sarà stato l’effetto- spread sui titoli stato. Sarà stato un mix di tutte queste cose, ma certo è che per Unipol gli ultimi tre anni in Borsa sono da dimenticare, con performace di poco migliori di quelli registrati da Fondiaria Sai – compagnia ormai in stato pre-fallimentare – che ha perso l’87 per cento del suo valore iniziale. Ebbene, Unipol ha lasciato sul terreno qualcosa come il 77 per cento nell’ultimo triennio. Per contro, Cattolica – pur impegnata in un grosso processo di ristrutturazione – è arretrata molto meno, del 61 per cento. Generali, che ha perso nello stesso periodo “soltanto” il 32 per cento, ha addirittura obbligato il suo amministratore delegato a lasciare.

Insomma, per Unipol sono stati tre anni di passione in Piazza Affari. I suoi azionisti, vedendo soltanto la performance del titolo, non possono certo dichiararsi soddisfatti. Mentre le pene, per il titolo, potrebbero non essere finite se andrà in porto in un modo o nell’altro il processo di fusione con Fondiaria- Sai. «Ci sarà la necessità di fare un grosso aumento di capitale (da 1,1 miliardi di euro, Ndr) – dice un analista – e s’è già visto cos’è successo con Unicredit. Questo solo timore tiene lontani da tempo dal titolo i possibili investitori».

Eppure la compagnia dovrebbe presentare profitti nel 2012 per 250 milioni. Che resterebbero, per fortuna, anche nel caso in cui andasse avanti la fusione con Fonsai. Quest’ultima, infatti daterebbe dal primo gennaio 2013.

E’ stata spesso messa in dubbio la razionalità dell’operazione di fusione. Ma una razionalità di fondo esiste, e non è soltanto quella, come ricorda un altro analista, relativa al fatto che è un’operazione “di sistema”, fatta per consentire alle banche di non vedersi svalutato un miliardo di crediti verso Fonsai o, peggio ancora, di vedersi trasformati i crediti in equity. C’è anche una razionalità industriale dell’operazione. Non è difficile riconoscere che con la fusione nascerebbe il primo player nel ramo danni, con il 30 per cento circa del mercato: «Il punto è – spiegano all’ufficio studi di Intermonte – che questo settore è da qualche anno diventato profittevole. Inoltre, è un mercato molto concentrato: i primi tre, Generali, Fonsai e Unipol hanno il 60 per cento del totale, il che significa che c’è anche poca concorrenza. Ci sono anche altri elementi positivi: cambiamenti regolamentari che aiutano le imprese (ad esempio sulle frodi o sulle microlesioni), mentre l’attuale recessione comporta un calo del traffico e dunque della sinistrosità nell’Rc auto».

Dunque, ci sono margini di guadagno crescenti nel ramo danni. Unipol, del resto, negli ultimi anni ha lavorato sodo per rimettere in sesto il business industriale. Cimbri ha rispettato, e anzi raggiunto in anticipo, i target del piano industriale, come si è visto prima.

Molte perplessità, in questi ultimi anni, erano arrivate non tanto dalle gestione assicurativa – che ora rivela chiaramente la bontà della ristrutturazione effettuata quanto da Unipol Banca, molto esposta sul fronte dei crediti immobiliari, e che ha avuto bisogno di una ricapitalizzazione da 400 milioni. Cimbri, tuttavia, nella più recente conference call con gli analisti, ha rassicurato sulla situazione dell’istituto di credito, oggetto di recente di un’ispezione della Banca d’Italia, che ha chiesto maggiori rettifiche su crediti per 12 milioni su un portafoglio di 13 miliardi. Un’inezia, insomma, rispetto al volume dei prestiti. Insomma, da questa (piccola) parte del business – il comparto assicurativo è di gran lunga preponderante – non sembrano poter arrivare preoccupazioni.

Autore: Adriano Bonafede – La Repubblica Affari & Finanza (Articolo originale)

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