Cimbri (Unipol): «Il welfare cambia, adesso c’è spazio per tutti»

Carlo Cimbri (4) Imc

Carlo Cimbri (4) Imc

(di Luca Cifoni – Il Messaggero)

Parla l’amministratore delegato del gruppo assicurativo: «Pubblico e privato debbono unire le forze». «La sfida demografica e dell’invecchiamento si vince affermando il principio di mutualità». «La previdenza è un settore che può diventare un vero volano per il rilancio dell’economia» 

Al centro dell’innovativo contratto dei metalmeccanici ci sono la sanità integrativa e la previdenza complementare. Mentre lo Stato, per offrire ai lavoratori un’uscita più flessibile verso la pensione, con l’Ape, chiede la collaborazione di banche e assicurazioni. Che cosa succede invece nel mondo del welfare? Per Carlo Cimbri (nella foto), amministratore delegato del gruppo Unipol, «succede che il mondo sta cambiando, stanno cambiando i bisogni e occorre attrezzarsi per dare risposte adeguate. Non si può rimanere statici».

Di quali cambiamenti sta parlando?

«Di quelli demografici innanzitutto. L’invecchiamento della popolazione ha due conseguenze principali, che sono sotto gli occhi di tutti: la riduzione della base contributiva della previdenza da una parte e la diffusione di nuove patologie legate proprio alla vita degli anziani. C’è un bisogno di assistenza domiciliare per la quale gli italiani già spendono non meno di 10 miliardi».

I vincoli di finanza pubblica sono ben noti. Di solito dove non arriva lo Stato devono arrangiarsi le famiglie.

«Sì, ma anche il concetto di famiglia sta cambiando. Tradizionalmente sono le donne a farsi carico del lavoro di cura ma questo ha delle conseguenze sulla loro partecipazione al mondo del lavoro. Per cambiare lo status quo e offrire servizi adeguati c’è bisogno di strutturare l’offerta, mettere insieme pubblico e privato, profit e non profit. È quello che cerchiamo di fare con la nostra iniziativa Welfare Italia, che vuole essere un laboratorio, un luogo di riflessione e condivisione di idee per aumentare la cultura del welfare. Si tratta di formulare nuove proposte, per garantire di più a tutti».

L’Italia come altri Paesi europei ha una forte tradizione di Stato sociale. Dove traccerebbe il confine tra il ruolo del pubblico e quello del privato?

«Non vedo un confine netto, rigido. La salute certamente è un diritto universale, ma il compito dello Stato è assicurarsi della qualità delle prestazioni, controllare che siano garantite a tutti. Questo non vuole dire necessariamente che le prestazioni debbano essere erogate nel pubblico. Già oggi si spendono 30 miliardi out of pocket per l’assistenza sanitaria, pagati dalle famiglie. Se vogliamo evitare che accedano alla cure solo quelli che hanno disponibilità finanziarie, dobbiamo far ricorso ad un principio di mutualità. Quindi ha senso, ad esempio, che i fondi sanitari integrativi siano sempre più centrali nei rinnovi contrattuali. Se ho 100 euro di aumento in più va bene, ma con la copertura sanitaria posso permettermi una cura che ha un costo maggiore, quando servirà. Bisogna pensare a queste esigenze non in modo separato ma come un unicum: sanità, previdenza assistenza, come componenti della sicurezza futura».

A proposito di previdenza integrativa, la lunga recessione non ha incoraggiato gli italiani a versare le loro quote. Che spazi vede?

«Certo c’è un problema culturale, bisogna spiegare ai giovani le loro prospettive future. Ma è chiaro che senza lavoro stabile non ci saranno molte risorse da dedicare a questa voce. Serve che il Pil torni a crescere. Questa è la cosa più importante. Per cui bisogna anche ragionare sull’immigrazione: è un tema che oggi viene trattato in chiave di emergenza umanitaria. Ma un’immigrazione di tipo diverso, basata sull’integrazione, sul lavoro, sull’osmosi culturale, può diventare un tassello per stabilizzare il sistema. Non più una minaccia ma, mi creda, una risorsa».

Che si fa però in attesa che la crescita riparta davvero?

«Il ragionamento si può anche rovesciare. In un Paese ad economia matura come la nostra la cosiddetta white economy vale già il 10 per cento del Pil. Come è emerso nel convegno che abbiamo appena fatto a Roma, è un settore in cui gli investimenti possono essere un volano per tutta l’economia, un traino alla crescita».

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