Consob, rapporto 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane – II Parte

Famiglia - Investimenti Imc

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In questo secondo (ed ultimo) articolo dedicato al Rapporto 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane – pubblicato un paio di settimane fa dalla Consob e nel quale vengono fornite evidenze in merito alle scelte di portafoglio degli investitori retail alla luce dei relativi modelli decisionali, livello di conoscenze finanziarie e attitudini comportamentali – vengono prese in esame le sezioni relative a scelte ed abitudini di investimento, domanda di consulenza e robo-advice e crowdfunding, focus di questa edizione del Rapporto, curato da Nadia Linciano (coordinatrice), Monica Gentile e Paola Soccorso della Divisione Studi, Ufficio Studi Economici Consob.

Scelte e abitudini di investimento

A partire dal 2008, la partecipazione delle famiglie ai mercati finanziari ha subito una contrazione proporzionalmente maggiore per le donne, le fasce d’età e di ricchezza intermedie e i residenti nelle regioni meridionali. Negli ultimi anni, segnalano i curatori del rapporto, il dato ha tuttavia mostrato un graduale recupero verso valori prossimi al livello pre-crisi: a fine 2015, in particolare, la quota di famiglie che possedeva almeno un prodotto finanziario si è attestata al 50% del totale a fronte del 55% nel 2007. In dettaglio, è diminuita la partecipazione relativa a titoli del debito pubblico domestico, prodotti del risparmio gestito e azioni quotate italiane. Per contro è aumentata la quota di famiglie che possiedono obbligazioni bancarie italiane, il prodotto più diffuso a fine 2015.

In linea con le dinamiche sulla partecipazione, dopo il 2007 la composizione del portafoglio degli investitori italiani ha riflesso l’accresciuto interesse per depositi bancari e postali (la cui incidenza sulle attività totali è passata dal 38% nel 2007 al 52% nel 2015), a fronte della diminuzione della quota di ricchezza detenuta in azioni (-43%), titoli del debito pubblico (-23%) e obbligazioni (-19%). Gli elementi chiave che incoraggiano la partecipazione ai mercati finanziari sono la possibilità di acquistare prodotti con capitale e/o rendimento minimo garantito e la fiducia negli intermediari (come riferito, rispettivamente, dal 72% e del 53% degli investitori), mentre la mancanza di risparmi da investire (60%), il timore di incorrere in perdite in conto capitale (20%), l’esposizione agli andamenti di mercato (15%) e la mancanza di fiducia negli intermediari (più del 10%) sono i fattori che hanno disincentivato la partecipazione ai mercati.

Per quanto riguarda lo stile di investimento, il 24% degli intervistati decide in maniera autonoma, il 38% segue i suggerimenti di familiari e colleghi (cosiddetto informal advice), il 28% chiede consiglio a un professionista e il restante 10% delega un esperto. Il ricorso alla consulenza informale, più frequente tra gli investitori uomini e i lavoratori autonomi, tende ad associarsi negativamente con il livello di istruzione e positivamente con la ricchezza. Il ricorso alla consulenza professionale, invece, cresce al crescere della cultura finanziaria e si riduce per gli overconfident.

La scelta di partecipare ai mercati finanziari e lo stile di investimento adottato, evidenziano i curatori del rapporto, sembrano associarsi a taluni bias cognitivi legati all’attitudine verso una scarsa/errata diversificazione di portafoglio e la contabilità mentale: in particolare, i non investitori esibiscono più frequentemente una bassa comprensione del concetto di diversificazione e una minore propensione verso la contabilità mentale rispetto agli investitori. Con riferimento alla correlazione tra percezione soggettiva del rischio finanziario e modello decisionale adottato, coloro che investono in autonomia sembrano più sensibili al rischio di perdere il capitale investito, mentre la preoccupazione per l’andamento dei mercati rileva sia per gli individui che si affidano ai consigli di un professionista sia per coloro che scelgono l’informal advice.

La domanda di consulenza

Circa il 60% circa degli intervistati non conosce nessuno dei servizi di investimento previsti dalla normativa vigente: il dato è significativamente più elevato per il sotto-campione dei non investitori rispetto al gruppo degli investitori (rispettivamente 70% e 30%). La percentuale di coloro che dichiarano di avere familiarità con i servizi di investimento oscilla tra il 7% (per il servizio di ricevimento e trasmissione di ordini) e il 30% (servizio di gestione di portafoglio). In linea con questa evidenza, la maggior parte degli intervistati (più dell’80% dei non investitori e il 50% degli investitori) non è in grado di identificare nella consulenza e nella gestione di portafoglio i servizi che garantiscono il più alto livello di tutela per effetto dell’obbligo della valutazione di adeguatezza dei prodotti al profilo del clienti.

A fine 2015, l’80% circa delle famiglie attive sul mercato finanziario dichiarava di servirsi della consulenza su base ristretta (ossia riferita a un insieme limitato di strumenti finanziari), avanzata (basata su un’ampia gamma di prodotti e su una valutazione di adeguatezza periodica) o indipendente (ossia fornita da un professionista che non riceve commissioni da banche o da altre società, essendo remunerato esclusivamente dal cliente, e che offre consigli personalizzati in merito a una ampia gamma di prodotti). Solo il 28% di queste famiglie riferisce tuttavia di avvalersi di consulenza MiFID (ossia di raccomandazioni personalizzate e riferite a uno specifico strumento finanziario); le rimanenti fruiscono di consulenza passiva o generica (basate su raccomandazioni generiche e bassi livelli di interazione con il consulente).

Tra le motivazioni che scoraggiano il ricorso alla consulenza le principali sono la dimensione ridotta degli investimenti (34%), la consuetudine a investire in prodotti considerati molto semplici (28%) e la mancanza di fiducia negli intermediari (22%). Tra i fattori che potrebbero elevare la fiducia riposta nei consulenti, si annoverano l’impegno a guidare i clienti nella comprensione dei rischi e nel monitoraggio degli investimenti (35% circa) nonché l’indipendenza (quasi il 25%) e la certificazione delle competenze dell’esperto (15%). Inoltre, circa il 15% degli investitori definisce la fiducia come una percezione soggettiva, alimentata dall’istinto piuttosto che da specifiche caratteristiche o abilità del consulente; tale percezione è più diffusa tra i non investitori (21%), che nella metà dei casi non sono comunque in grado di indicare alcun elemento che possa accrescere la fiducia nel professionista.

La scelta del consulente, sottolineano i curatori del rapporto, è basata soprattutto sulle indicazioni dell’istituto di credito di riferimento (come riportato dal 50% circa degli intervistati che fruiscono del servizio o delegano le decisioni di investimento a un professionista), mentre meno del 20% decide dopo aver valutato più di un’alternativa tra quelle disponibili sul mercato. La consulenza MiFID viene fornita prevalentemente su iniziativa dell’esperto e solo nel 7% dei casi su impulso dell’investitore; un terzo degli intervistati inoltre non sa individuare chi sia il soggetto ‘proponente’. Sia la consulenza MiFID sia la consulenza avanzata risultano diffuse soprattutto tra i soggetti con livello di istruzione elevato, i lavoratori autonomi, i residenti in Italia settentrionale e i più abbienti. I fruitori del servizio di consulenza MiFID sono in genere più aggiornati degli altri investitori e acquisiscono informazioni anche attraverso fonti e canali ulteriori rispetto all’esperto. Essi, inoltre, detengono attività rischiose (come azioni e obbligazioni) in percentuali superiori rispetto agli investitori che si avvalgono di consulenza generica o passiva.

La propensione a remunerare il consulente rimane ancora contenuta e riferita, in media, dal 25% degli intervistati; il dato raggiunge il 50% tra gli investitori assistiti dal servizio MiFID e aumenta al crescere di ricchezza finanziaria e livello di istruzione. Tra coloro che si dichiarano interessati alla consulenza indipendente, la modalità di pagamento preferita sarebbe quella prevalentemente commisurata alle performance del portafoglio. La disponibilità a pagare per il servizio fruito è legata anche alla capacità di formulare un giudizio sul proprio consulente e alla percezione della qualità del consiglio ricevuto.

Con riferimento al primo profilo, per i curatori del rapporto è significativo che la maggioranza degli intervistati non abbia un’opinione sul proprio consulente (in media 60%; il dato scende a 45% per i fruitori di consulenza MiFID) mentre, tra coloro che sono in grado di individuare elementi di giudizio, emergono soprattutto l’apprezzamento per la capacità di comprendere bisogni e obiettivi del cliente e la maggiore rilevanza riconosciuta agli aspetti emotivi ed empatici della relazione (come la disponibilità e l’attenzione verso il cliente) rispetto all’assenza di conflitti di interessi.

Il secondo aspetto (ossia la percezione della qualità delle raccomandazioni) può essere desunto dalla propensione a seguire i consigli ricevuti, riferita complessivamente dal 65% degli intervistati, prevalentemente soggetti che fruiscono della consulenza ristretta e individui con minori conoscenze finanziarie. Tra i motivi per cui i consigli dei consulenti non vengono seguiti, appaiono rilevanti soprattutto la mancanza di fiducia (per oltre il 40% dei soggetti interessati) e l’affidamento a parenti e amici (riferibile al 20% del sotto-gruppo considerato).

La maggior parte degli investitori non è pienamente consapevole del fatto che la qualità della consulenza ricevuta dipende anche dalle informazioni fornite al consulente e si mostra disponibile a offrire all’intermediario solo un quadro incompleto degli elementi informativi necessari alla valutazione di adeguatezza del servizio offerto. Secondo i curatori del rapporto, questa evidenza è coerente con la scarsa attitudine a strutturare il processo decisionale in modo da tener conto dei fattori che più rilevano ai fini di scelte d’investimento corrette e consapevoli.

Focus: robo-advice e crowdfunding

La digitalizzazione è destinata a modificare rapidamente l’intermediazione finanziaria. Innovazioni di portata dirompente hanno già ridefinito in maniera radicale il modo in cui prodotti e servizi finanziari vengono strutturati, distribuiti e utilizzati. Tra queste innovazioni, l’automazione della consulenza finanziaria (cosiddetto robo-advice) e la raccolta di capitali attraverso piattaforme di crowdfunding sono fenomeni particolarmente rilevanti anche per il possibile impatto sugli investitori retail. Oltre ai potenziali rischi, oggetto di indagine da parte delle autorità regolatrici nazionali e internazionali, tali fenomeni potrebbero essere forieri di alcuni benefici.

Per i curatori del rapporto, il robo-advice potrebbe aumentare la fruibilità dei servizi di consulenza da parte di una platea di investitori sempre più ampia per via dei costi contenuti. Il crowdfunding potrebbe consentire alle imprese, soprattutto medio-piccole, di accedere a forme di finanziamento alternative al tradizionale credito bancario che, in conseguenza del modificato contesto di riferimento, ha subito una progressiva contrazione. Il legislatore italiano, segnalano a Consob, ha ritenuto che il cosiddetto equity crowdfunding potesse risultare uno strumento adatto a soddisfare le esigenze finanziarie delle start-up innovative che, in virtù del d.lgs. 179/2012, convertito nella l. 221/2012, possono sollecitare il pubblico risparmio attraverso piattaforme web (successivamente, il d.l. 3/2015 convertito nella legge 33/2015, ha esteso il novero delle società legittimate a offrire strumenti finanziari tramite portali online anche alle piccole e medie imprese innovative e agli organismi di investimento collettivo del risparmio che investono prevalentemente in queste società).

Lo sviluppo della consulenza automatizzata e del crowdfunding presuppone che gli investitori al dettaglio siano dotati di un’appropriata cultura digitale, siano a conoscenza delle opportunità disponibili (e dei relativi rischi) e siano intenzionati a servirsene.

In Italia, alla fine del 2015 la cultura digitale degli utenti di Internet, corrispondenti al 65% circa della popolazione, è alta solo nel 30% dei casi e si riduce al crescere dell’età degli intervistati. Con particolare riferimento all’uso di Internet nell’ambito delle decisioni di investimento, la quota di famiglie che fa ricorso al web per reperire dati e notizie utili a compiere e a monitorare le scelte finanziarie, sebbene in crescita, supera di poco il 12%.

La consulenza automatizzata risulta sconosciuta alla grande maggioranza degli intervistati (74%), i quali dichiarano di essere comunque poco disposti a fruirne per timore di possibili truffe (66%).

Anche il crowdfunding è un fenomeno relativamente poco conosciuto, visto che solo il 26% degli individui dichiara di averne almeno sentito parlare. Il 58% degli intervistati riferisce, ancora una volta, di non essere disposto a investire attraverso una piattaforma di crowdfunding per timore di restare vittima di una truffa. Gli strumenti emessi da piccole imprese e offerti online sono considerati una possibile opzione di investimento solo nel 19% dei casi. Dei soggetti che si dichiarano interessati, la metà investirebbe meno di 1.000 euro, il 34% fino a 5.000 euro e il 16% cifre superiori. Gli intervistati che hanno manifestato interesse per il robo-advice e per il crowdfunding mostrano caratteristiche comuni: si tratta in genere di persone connotate da elevati livelli di istruzione e alfabetizzazione finanziaria.

A fine 2015, i portali di equity crowdfunding autorizzati dalla Consob erano 19, di cui solo nove attivi. A giugno 2016, risultavano concluse 36 campagne su un totale di 48; di queste, 19 si sono chiuse con successo. I sottoscrittori retail sono prevalentemente uomini, di età compresa tra i 36 e i 49 anni, residenti nelle regioni settentrionali e, nel 40% dei casi, nella stessa area in cui è localizzata l’iniziativa finanziata.

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Rapporto 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane

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