Consob, rapporto 2018 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane

Euro - Rispamio - Calcolo Imc

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La Consob ha recentemente pubblicato il Rapporto 2018 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, nel quale vengono fornite evidenze in merito alle scelte di portafoglio degli investitori retail alla luce dei relativi modelli decisionali, livello di conoscenze finanziarie e attitudini comportamentali.

Il Report 2018 – curato da Nadia Linciano (coordinatrice), Valeria Caivano, Monica Gentile e Paola Soccorso della Divisione Studi, Ufficio Studi Economici Consob – si articola in più sezioni. La prima sezione illustra i macro-trend di ricchezza e risparmio delle famiglie; la seconda delinea le caratteristiche socio demografiche e attitudini individuali del campione; la terza esplora le competenze finanziarie e attitudine verso il rischio dei decisori finanziari; la quarta sezione è dedicata alle abitudini di financial control (pianificazione finanziaria, gestione del budget familiare, indebitamento e risparmio); la quinta e la sesta indagano, rispettivamente, le scelte d’investimento più diffuse e la domanda di consulenza finanziaria da parte degli individui intervistati. Il Focus di questa quarta edizione del Rapporto è invece dedicato alla theory of planned behaviour e alle intenzioni di accrescere la cultura finanziaria e di monitorare il bilancio familiare.

Ricchezza e risparmio delle famiglie italiane

La ricchezza netta delle famiglie italiane rimane stabile sui livelli del 2012, mentre il tasso di risparmio lordo continua ad attestarsi al di sotto della media dell’area Euro. Persiste il divario fra Italia ed Eurozona con riferimento sia alle scelte di portafoglio, soprattutto per la componente assicurativa e previdenziale, sia al livello di indebitamento. La diffusione di alcuni prodotti e servizi bancari vede l’Italia in linea con la media dell’area Euro, dopo l’incremento registrato nel periodo 2011-2017, mentre sono meno incoraggianti i dati relativi alla familiarità con gli strumenti di pagamento digitali.

Conoscenze finanziarie e attitudine verso il rischio

La cultura finanziaria delle famiglie italiane, evidenziano le curatrici del Report, rimane contenuta: in media, un intervistato su due non è in grado di definire correttamente nozioni finanziarie di base; il dato scende a meno di uno su cinque nel caso di concetti avanzati. Prima di mettersi alla prova, tuttavia, il 40% del campione dichiara di avere, nel complesso, un livello elevato di conoscenze finanziarie, anche se la stessa valutazione ex ante riferita alle singole nozioni oggetto di indagine registra in genere percentuali inferiori. Questo disallineamento tra conoscenze effettive e percepite trova conferma anche nell’auto-valutazione ex post.

Tra i concetti attinenti alle abilità di calcolo complementari alla cultura finanziaria, quello di percentuale risulta ampiamente compreso dagli intervistati; viceversa, quasi l’80% del campione non ha familiarità con la nozione di probabilità. Il quadro delle conoscenze finanziarie si completa con la cosiddetta risk literacy, definita con riferimento alla familiarità con specifici prodotti finanziari e alla capacità di valutarne il rischio relativo. Tra gli strumenti più conosciuti si annoverano i titoli di Stato (indicati dal 54% degli intervistati), mentre solo il 10% del campione è in grado di ordinare correttamente alcune opzioni di investimento per livello di rischio.

Le conoscenze finanziarie (reali e percepite) e le capacità di calcolo sono positivamente correlate al livello di istruzione e ad alcune
inclinazioni personali (apprezzamento delle informazioni numeriche e delle attività cognitive impegnative), mentre risultano negativamente associate con l’ansia finanziaria. La cultura finanziaria, inoltre, mostra una correlazione negativa con la propensione a sopravvalutare le proprie conoscenze (così come emerge dall’auto-valutazione ex-post).

I fattori di background della cultura finanziaria indicati con maggiore frequenza sono l’esperienza (di tipo professionale o legata alla gestione del bilancio familiare) e l’interesse personale, mentre all’istruzione scolastica e alle esperienze di investimento si riconosce un ruolo meno importante.

La maggior parte del campione mostra un’elevata avversione alle perdite e dichiara di non essere orientata all’assunzione di rischio nelle scelte di investimento. Queste attitudini sono più frequenti al crescere dell’età e della propensione all’ansia finanziaria, mentre risultano negativamente correlate con le conoscenze finanziarie, la preferenza per le informazioni numeriche, l’apprezzamento per le attività impegnative sul piano cognitivo e la ricchezza.

Pianificazione finanziaria e risparmio

L’attitudine a gestire le risorse familiari nell’ambito di un processo strutturato di pianificazione e controllo (cosiddetto financial control) è ancora poco diffusa. Il 47% degli intervistati dichiara di predisporre un bilancio familiare, mentre solo il 30% tiene traccia scritta delle spese. La maggior parte del campione, tuttavia, valuta gli acquisti attentamente, salda le utenze a scadenza e onora i debiti contratti. Solo un terzo delle famiglie, infine, dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti.

Il financial control si associa positivamente a conoscenze finanziarie, abilità di calcolo, inclinazione verso le informazioni numeriche e capacità di auto-controllo, mentre l’ansia finanziaria sembra essere un fattore deterrente.

Fra coloro che non predispongono un piano finanziario, meno del 10% ne riconosce l’importanza, mentre circa il 65% lo ritiene inutile. Il 20% degli intervistati non saprebbe come affrontare una riduzione significativa del reddito disponibile, mentre più del 30% si adopererebbe per rivedere al ribasso le abitudini di spesa (il 58% degli individui indebitati, fanno notare le curatrici del Report, ha contratto un debito per far fronte a spese correnti).

Lo stile di vita potrebbe rimanere inalterato per circa un quinto delle famiglie, prevalentemente grazie ai risparmi accumulati. Nel dettaglio, le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare (soprattutto per motivi precauzionali) nel 40% dei casi circa e in modo occasionale nel 36% dei casi; il 25% non accantona nulla, soprattutto per vincoli di bilancio. L’abitudine a risparmiare in modo regolare si associa positivamente con la propensione a pianificare, la ricchezza e la cultura finanziaria (reale e percepita); è inoltre più frequente tra gli individui più sicuri della propria abilità di raggiungere gli obiettivi prefissati (auto-efficacia) e più inclini all’auto-controllo.

Scelte e abitudini d’investimento

A fine 2017 il tasso di partecipazione delle famiglie italiane al mercato finanziario si attesta al 29%; dopo i depositi bancari e i prodotti postali, le attività che pesano di più nel portafoglio degli investitori sono i fondi comuni e i titoli di Stato. La propensione all’investimento è più frequente fra gli individui residenti nel Nord d’Italia, con maggiori conoscenze finanziarie (effettive e percepite) e maggiori abilità di calcolo; allo stesso modo, risultano associate positivamente fiducia, ottimismo, l’attitudine per le informazioni numeriche e per le attività impegnative sul piano cognitivo. Per contro, risultano negativamente correlate l’avversione al rischio e l’avversione alle perdite, nonché la tendenza a provare disagio nella gestione delle finanze personali.

Queste caratteristiche personali sono in larga parte coincidenti con quelle che rilevano anche rispetto all’interesse verso gli investimenti etici e socialmente responsabili (SRI), ancora poco conosciuti: più del 60% degli intervistati, infatti, dichiara di non averne mai sentito parlare e meno di un terzo manifesta interesse dopo essere stato informato degli elementi che in astratto li qualificano.

Per acquisire informazioni utili per le scelte di investimento le famiglie italiane si avvalgono prevalentemente di persone che operano nel settore finanziario (ad esempio, il funzionario di banca con cui sono in contatto), persone di fiducia (amici e colleghi) e fonti informative specialistiche; documenti ufficiali come i prospetti finanziari vengono citati soltanto dal 25% degli intervistati. Tra gli elementi informativi più apprezzati ricorrono quelli relativi al rischio di perdite in conto capitale e ai costi dell’investimento.

Tra coloro che dichiarano di seguire un solo stile decisionale (75% del campione), la metà ricorre ai consigli di amici e parenti (cosiddetta consulenza informale), poco più del 20% si affida alla consulenza professionale ovvero delega un esperto, mentre il 28% sceglie in autonomia. Per quanto riguarda la fugura del consulente (sia questi professionale o meno), le caratteristiche ritenute più importanti sono l’agire nel miglior interesse dell’investitore, essere competente e usare un linguaggio chiaro; più del 40% degli investitori indica l’essere sollevati dall’ansia finanziaria. La propensione ad investire in autonomia, invece, è più frequente al crescere delle conoscenze finanziarie e delle competenze percepite; viceversa, è meno diffusa tra gli investitori inclini all’ansia finanziaria. Circa il 40% dichiara di non monitorare l’andamento degli investimenti effettuati; il restante 60% del campione indica più frequentemente le performance del portafoglio rispetto ai costi tra le informazioni più importanti ai fini del controllo.

L’attitudine al monitoraggio è più frequente tra gli intervistati assistiti da un consulente professionale, oltre a crescere con l’età, il livello di istruzione e le competenze finanziarie; viceversa l’ansia finanziaria, l’avversione al rischio, l’avversione alle perdite e la preferenza per la consulenza informale mostrano una correlazione negativa.

La domanda di consulenza finanziaria

Più del 50% degli intervistati non è in grado di definire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti. Tra gli elementi che orientano nella scelta dell’esperto (sia questi un consulente professionale o un funzionario bancario) si annoverano le indicazioni dell’istituto bancario di riferimento, la fiducia, i prodotti offerti e le competenze.

Nel 37% dei casi gli investitori sono convinti che la consulenza sia gratuita, mentre nel 45% dei casi essi dichiarano di non sapere se il consulente viene retribuito. Nel complesso, il 50% circa non è disposto a pagare per il servizio. La disponibilità a pagare si associa positivamente con la cultura finanziaria, la conoscenza delle caratteristiche del servizio, l’orientamento al lungo termine (definito come capacità emotiva di sostenere perdite nel breve periodo) e l’abitudine a monitorare gli investimenti.

Per quanto concerne il rapporto fra cliente e consulente, nella fase dello scambio informativo gli investitori ritengono importante comunicare all’esperto anzitutto la capacità finanziaria di assumere rischio e le aspettative riguardo ai rendimenti attesi. Dopo aver ricevuto la raccomandazione di investimento, più del 60% segue il consiglio, mentre soltanto il 10% si rivolge a una fonte diversa per una second opinion. Il 30% circa dei risparmiatori che si affidano a un consulente o a un gestore dichiara di non aver avuto alcun contatto con il professionista di riferimento nel corso dell’anno precedente.

Tra gli investitori che incontrano regolarmente il proprio consulente, gli argomenti principali di conversazione riguardano, dopo l’andamento dell’investimento, gli aggiustamenti di portafoglio resi necessari dalla congiuntura di mercato. In caso di turbolenze finanziarie, infine, soltanto il 20% degli investitori si rivolge al consulente o viene da questi contattato.

Focus: le intenzioni di accrescere la cultura finanziaria e di monitorare il bilancio familiare

Secondo la cosiddetta Theory of planned behaviour (TPB), i comportamenti osservati sono direttamente influenzati dalle intenzioni, che a loro volta sono associate a tre ‘costrutti psicologici’: l’attitudine verso il comportamento anche in termini di giudizio sulla sua importanza ed utilità; la pressione sociale avvertita a supporto del comportamento; il livello di controllo sul processo percepito. I costrutti psicologici sono a loro volta influenzati da caratteristiche individuali, profili socio-demografici e livelli di informazione e conoscenza (fattori di background).

L’ indagine 2018 utilizza la TPB per analizzare le intenzioni relative a due comportamenti che ricadono nella sfera economico-finanziaria: l’approfondimento delle conoscenze in materia di risparmio e investimenti e il controllo delle spese familiari. Per quanto riguarda il primo comportamento, l’attitudine verso l’accrescimento delle proprie competenze può classificarsi come elevata solo per il 20% degli intervistati (la frequenza è maggiore per le donne).

Si attesta su livelli inferiori al 10% la percentuale del campione che avverte una pressione sociale (riconducibile a familiari, amici e colleghi) elevata rispetto a questo tema. Quasi un quarto degli intervistati, infine, percepisce un alto livello di controllo sull’impegno necessario per approfondire le proprie conoscenze.

Nel complesso, l’attitudine verso l’innalzamento della propria cultura finanziaria e il controllo comportamentale percepito sono correlati positivamente con ricchezza e reddito, cultura e competenze finanziarie (reali e percepite) e con alcune caratteristiche personali quali l’inclinazione verso le informazioni numeriche, l’auto-efficacia e l’ottimismo; viceversa, essi sono meno diffusi tra gli uomini, gli overconfident e le persone a disagio con la gestione delle proprie finanze. Queste ultime, per contro, avvertono maggiormente la pressione sociale, al pari degli individui con un livello di istruzione più elevato.

Nel complesso, il 25% del campione dichiara l’intenzione di allargare le proprie conoscenze finanziarie sia in maniera generica sia in maniera ‘specifica’ (ossia rispetto a un orizzonte temporale di un anno). Con riguardo al monitoraggio del bilancio familiare, l’attitudine comportamentale è classificabile come bassa o molto bassa nel 40% dei casi; l’80% degli intervistati avverte una pressione sociale bassa; circa un quinto percepisce un livello di controllo basso. L’intenzione a monitorare il bilancio familiare (sia generica sia specifica) è più frequente fra quanti si dichiarano favorevoli al controllo delle spese, percepiscono un’elevata pressione sociale e ritengono di poter controllare il processo.

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