Contro il terrore è meglio assicurarsi? Il caso inglese e quello italiano

Terrorismo (definizione) Imc

Terrorismo (definizione) Imc

(di Jessica Mariana Masucci – Il Foglio)

Quando il clamore è passato e l’attenzione di tutti si è spostata altrove, ai proprietari di un bar, di un ristorante, di una qualsiasi attività colpita da un attentato terroristico, restano i cocci da raccogliere. E se ciò che è accaduto a Manchester, a Parigi, a Copenaghen, a Berlino, a Istanbul accadesse al locale sotto casa nostra? In Italia, mentre le grandi imprese sono quasi tutte assicurate contro il terrorismo, quelle piccole sembrano pensarci meno, sebbene negli ultimi due anni sia stato dimostrato che potrebbero essere dei bersagli.

“Più del 95 per cento delle grandi e medie aziende, considerando la nostra base clienti, hanno una copertura assicurativa antiterrorismo, per le piccole siamo sotto il 50 per cento”. La stima è di Andrea Bono, general manager in Italia di Marsh, società multinazionale di intermediazione assicurativa e gestione dei rischi. Al momento, non ci sono dati ufficiali su quante pmi siano coperte contro il rischio terrorismo. Inoltre, è difficile rilevare questo dato poiché in genere gli atti di terrorismo sono ricompresi in polizze dette “all risks” o “multirischi”. Quello che l’imprenditore può fare è controllare se un evento del genere è compreso o meno nella propria polizza ed eventualmente chiedere una estensione della copertura.

Anche se, secondo l’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicurative, “c’è più attenzione da parte degli imprenditori nel verificare se la polizza multirischi a copertura della propria azienda comprenda anche il rischio terrorismo”, non sempre dalle parole si passa ai fatti. Chiedere informazioni sull’argomento non necessariamente si traduce in una richiesta di maggiore assicurazione. Tant’è che sempre l’Ania, interpellata sul punto, ha considerato che “sebbene lo stato di allerta per potenziali attacchi terroristici sia aumentato notevolmente nell’ultimo periodo, il mercato non si attende una significativa variazione della domanda assicurativa”.

“In alcuni paesi la copertura terrorismo è molto diffusa – spiega l’associazione degli assicuratori –, in concomitanza con le diffusione delle coperture vita e danni, sicuramente maggiore rispetto all’Italia, che risulta un paese sottoassicurato rispetto agli altri, in particolare per quanto riguarda le polizze danni non obbligatorie”. A ben vedere il problema non è solo nei numeri ma soprattutto nell’approccio alla cultura del rischio. “C’è una disponibilità da parte dell’offerta ma è un’opportunità che non è sempre colta”, ha osservato a riguardo il gm di Marsh.

Che il problema sia tra i pensieri dei leader mondiali e dei capi di grandi aziende è confermato anche da una classifica diffusa a valle dell’ultimo World Economic Forum di Davos. Per la prima volta in 10 anni nel Global Risk Report realizzato dal Forum, il terrorismo rientra nella top 5 dei rischi percepiti come più probabili. E’ al 4° posto dopo eventi meteorologici estremi, migrazioni su larga scala, disastri naturali e precede i cyberattacchi con furti di dati (e chi è stato colpito da WannaCry, nelle ultime settimane, forse ha dovuto ricredersi).

Però cosa accade al livello del ristoratore o del gestore di una discoteca o di una pensione a gestione familiare in centro? Su un campione di medie imprese italiane, alla domanda: “Esistono dei rischi più importanti di altri che potrebbero influenzare le scelte strategiche dell’azienda o che potrebbero comprometterne la continuità?”, il rischio terrorismo si piazza all’ultimo posto, con un 2 per cento. Il dato è contenuto in un’indagine condotta dalla società di ricerche Eumetra Monterosa e presentata a ottobre 2016, in occasione del convegno annuale di Anra, l’Associazione nazionale dei risk manager e responsabili assicurazioni aziendali. “L’Italia in media è molto meno assicurata e una cultura della gestione del rischio è meno presente che altrove”, ha detto il presidente di Anra, Alessandro De Felice. “Ma è una ‘media del pollo’ – dice De Felice – e c’è una enorme spaccatura tra aziende medio-grandi, che hanno una maturità nella gestione dei rischi al pari di altri Paesi (se non superiore) e aziende medio-piccole dove è quasi sconosciuta”. Forse meno fatalisti di noi, gli stranieri hanno in alcuni casi anche pensato all’ipotesi peggiore. Nell’eventualità di un attentato, oppure di una catastrofe, per dare la sicurezza che le attività colpite siano indennizzate e possano rimettersi in piedi, lo Stato offre delle garanzie come riassicuratore in ultima istanza.

Tra i pionieri di questi pool riassicurativi ci sono proprio i britannici, che in risposta agli attentati dell’Ira dei primi anni Novanta, hanno creato nel 1993 la Pool Re, che unisce imprese del settore assicurativo e il Tesoro inglese nello sforzo di coprire le perdite causate da danni e interruzioni di attività a seguito di attentati. Tra il 1993 e il 2012 la Pool Re ha sborsato un totale di 625 milioni di sterline (ieri la Pool Re ha diffuso un breve comunicato nel quale si dichiara a disposizione delle vittime dell’attacco a Manchester).

L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conta che su 34 Stati membri, almeno 10 hanno scelto di essere coinvolti nella gestione finanziaria del rischio e delle conseguenze di attacchi terroristici. Nella pagina del sito dell’organizzazione, in cui sono elencati i “national terrorism risk insurance programmes”, il tricolore italiano è assente.

“Anche in Italia sarebbe un valido strumento”, ha commentato l’Ania, aggiungendo che “si sta discutendo da molto tempo dell’utilità di istituire un sistema assicurativo pubblico-privato a copertura dei danni da catastrofi naturali, che potrebbe prevedere al suo interno anche la copertura terrorismo”.

L’idea che lo Stato crei gradualmente i fondi per rifondere gli indennizzi in caso di terremoti, alluvioni e attentati, è sostenuta anche dai risk manager italiani. Ma, secondo il presidente di Anra il problema è a monte della discussione: “C’è una mancanza di coraggio e di cultura da parte della politica nell’affrontare il tema con serenità. Si grida allo scandalo, si dice che è un regalo alle assicurazioni”. “E’ assurdo – dice De Felice – che la collettività non risolva in modo preventivo, creando un assicuratore di ultima istanza, ma aggravando la fiscalità: lo Stato prima paga, poi tassa benzina e sigarette”.

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