Cultura aperta per l’innovazione

Startup - Innovazione - Tecnologia Imc

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(di Guido Romeo, Nòva 24 – Il Sole 24 Ore)

I Big data sono la chiave: tutti i settori si confrontano con nuovi servizi possibili

«Quella innescata dal digitale è una rivoluzione industriale estremamente sfidante, perché continua a cambiare forme e settori di impatto mentre avanza», spiega Gionata Tedeschi, managing director per la digital strategy di Accenture in occasione della presentazione del rapporto Digital Density di Accenture in occasione della Round Table di Nòva, primo di un ciclo di quattro incontri organizzati da Nòva 24 in collaborazione con Accenture. Il calcio d’inizio non poteva che essere dedicato ai nuovi mercati creati dai bit come le tlc e alla digitalizzazione di quelli esistenti, dall’energia alle assicurazioni.

Le tecnologie della rete, infatti, stanno rivoluzionando non solo le relazioni con i clienti, ma soprattutto i servizi e i modelli di business. E accelerare in questo settore è sempre più urgente per l’Italia. Siamo il settimo paese più industrializzato del mondo, ma nel digitale il ranking di Accenture ci relega al 16° posto nel mondo, appena prima dell’India e ben staccati dai leader come Olanda, Stati Uniti, Norvegia, Corea del Sud e Gran Bretagna. «Nel 2020 ci saranno sei miliardi di smartphone nel mondo – sottolinea Tedeschi –. È questo tipo di clienti che le aziende italiane devono attrarre perché crescere sul fronte digitale può significare guadagnare da 1 a 1,9 punti percentuali di Pil». Molte grandi aziende si sono già mosse con successo. «Non bisogna più pensare ai mercati – sottolinea Tedeschi – ma ai sistemi dove intervenire». I trasporti, per esempio, sono composti da tanti servizi che dialogano tra loro per creare valore: prenotazioni, ristorazione ed entertainment.

Per fare innovazione bisogna inoltre saper mettere a sistema le risorse interne e proprietarie con quelle di una comunità più vasta, attivando cioè delle dinamiche di “open innovation” come per esempio con hackathon, collaborazioni di ricerca e condivisione dei clienti. Il denominatore comune di questi scenari sono i Big data. «Oggi il problema non è più l’accesso alle informazioni, ma saperle filtrare – osserva Simone Lo Nostro, direttore mercato e Ict di Sorgenia. Nel mondo dell’energia saper governare i Big data è la chiave per il mercato della generazione distribuita dove, come dice il fondatore di Tesla Elon Musk, ogni famiglia potrà non solo generare energia, ma anche vendere i kilowatt che non consuma direttamente».

Perché questo possa succedere ci vogliono però investimenti in reti intellgenti, le smart grid, che sono alla portata solo dei grandi distributori. «Sul fronte del cliente finale la sfida è ancora più forte – avverte Lo Nostro –, perché la digitalizzazione deve dare al consumatore la massima trasparenza e a farlo consumare meglio, magari diminuendo addirittura il Kilowatt che acquista».

«In un mercato sempre più digitalizzato le imprese devono ripensare i propri modelli di business – gli fa eco Barbara Cominelli, direttore Commercial operation and digital di Vodafone Italia. L’innovazione nasce dalla sintesi di risorse interne ed esterne, da forme di collaborazione e creazione condivisa, da nuove filiere non più verticali e statiche ma orizzontali e dinamiche con l’ecosistema di partner, che può andare dai grandi brand alle startup, fino ad arrivare al coinvolgimento degli stessi clienti che diventano vere e proprie fonti di idee nuove».

Bisogna muoversi in fretta perché nei mercati digitali non è il pesce grosso che mangia quello piccolo, ma spesso il pesce veloce che mangia quello grosso. «Più che tecnologica, l’innovazione è una sfida culturale», aggiunge Gian Paolo Meloncelli, a capo della strategia e dello sviluppo di Generali, entrata quest’anno nella top-50 del Mit delle aziende più innovative del mondo: «Fino a non molti anni fa i premi andavano calcolati in base a età, sesso, cilindrata… Oggi, grazie a scatole nere e alle auto connesse possiamo offrire formule customizzate per ogni cliente e per il mondo della sharing economy dove il possesso lascia sempre più spesso il posto all’uso temporaneo di auto o case».

Non mancano però i rischi. «I modelli di business del capitalismo delle reti sono già in funzione, ma hanno una contraddizione di fondo – osserva Aldo Bonomi, sociologo e direttore del Consorzio Aaster, perché gli effetti prodotti da questi approcci, dal risparmio energetico, alla prevenzione degli incidenti, possono essere valutati solo sulla metrica del Bes, il “benessere equo e sostenibile”. Mentre le aziende sono ancora valutate sul Pil. Manca ancora un modo per remunerare tutti gli attori che contribuiscono a ai sistemi distribuiti di innovazione. Altrimenti sarà difficile far davvero crescere questi ecosistemi dell’innovazione nel lungo termine».

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