Dall’albo alle polizze, così diventerà più sicuro usare AirBnb e BlaBlaCar

Sharing economy - Economia collaborativa Imc

Sharing economy - Economia collaborativa Imc

(di Filippo Santelli – la Repubblica)

In principio erano le banche del tempo, forma evoluta di buon vicinato. Ne ha fatta di strada, dai suoi primordi analogici, la sharing economy. Oggi grazie al web si può condividere, dare o ricevere, un po’ tutto: dalle stanze da letto (AirBnb) ai passaggi in macchina (BlaBlaCar), dai lavoretti (Taskrabbit) alle cene in casa (Gnammo). Un mercato globale da decine di miliardi di dollari e 120 piattaforme solo in Italia, hobby per alcuni e vero luogo di lavoro per altri. Nasce per questo, distinguere tra chi lo fa per diletto (o arrotondare) e chi per affari, la proposta di legge che il 3 maggio inizierà il suo iter alla Camera. Una norma quadro, prima al mondo nel suo genere, firmata da un’ottantina di parlamentari bipartisan. Che dovrebbe dare più garanzie a chi approccia l’economia della condivisione e rendere i suoi introiti visibili al Fisco. Ma si scontrerà con la difficoltà di definire un settore in rapida evoluzione.

«Abbiamo pensato a una norma leggera», spiega la deputata Pd Veronica Tentori, 31 anni, prima firmataria. Ma il testo parte proprio da lì, dalle definizioni. Economia della condivisione è quella che permette «un’allocazione ottimizzata delle risorse». Per le piattaforme che la «abilitano» nascerà un apposito registro elettronico gestito dal Garante per la Concorrenza. Entro 120 giorni dovranno presentare all’Autorità uno statuto da approvare. Qualche paletto fisso, ad esempio pagamenti solo elettronici. Qualche altro potrebbe arrivare in futuro, come le assicurazioni obbligatorie per gli utenti. Ma sono escluse le piattaforme che lavorano con imprese o professionisti, come Uber e i suoi chauffeur.

«Rischia di generare confusione, la differenza tra professionale e non si basa spesso su normative regionali molto diverse», obietta il responsabile in Italia di AirBnb Matteo Stifanelli. All’interno dei non professionisti poi la norma fissa un ulteriore confine, a 10 mila euro l’anno. Sotto, le somme incassate da chi offre al prossimo una cena, un letto o un vestito usato sono classificate come occasionali, con tasse agevolate al 10 per cento. Sopra, l’attività si aggiunge ai normali redditi da lavoro, con relative aliquote. «Una soglia troppo rigida», secondo il fondatore di Gnammo, piattaforma per condividere cene, Cristiano Rigon, «che andrebbe piuttosto definita da specifici interventi di settore». Come quello sul social eating, altra norma approdata in Parlamento.

La paura delle piattaforme, che pure la definiscono «un punto di partenza», è che una legge generale sulla sharing economy imbrigli il settore. La convinzione dei promotori che dia una base di trasparenza comune. Anche per questo la norma “crea” una nuova figura giuridica: a fianco all’utente fruitore, chi utilizza il bene condiviso, c’è l’utente operatore, chi lo offre. E stabilisce che le piattaforme agiscano per lui da sostituto d’imposta, facendo emergere un imponibile finora oscuro. L’extra gettito per il Fisco è stimato a 150 milioni, e fino a tre miliardi nel 2025. Quanto ai proventi delle piattaforme però, il codicillo che le obbliga ad avere una «stabile organizzazione in Italia», pagando qui le tasse, dovrebbe saltare: non va d’accordo con le norme comunitarie. Bisognerà aspettare la tanto evocata norma sul fisco delle multinazionali. O uno dei tagliandi annuali che questa legge sulla sharing economy prevede. Un cantiere aperto, per stessa ammissione di chi l’ha scritta.

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