Dalle Sezioni unite solo uno spiraglio per il danno punitivo

Corte Cassazione (3) Imc

Corte Cassazione (3) Imc

(di Giulio Ponzanelli – Quotidiano del Diritto)

Le Sezioni unite modificano l’orientamento giurisprudenziale preesistente e rendono delibabili in Italia le decisioni straniere che comportano una condanna a danni punitivi.

La decisione del 5 luglio 2017 n.16601 è stata molta attesa da tutti gli operatori del diritto e presenta un contenuto largamente prevedibile, anche alla luce della decisione 7613/2015 (ove la Corte di cassazione aveva dato il via libera per il loro riconoscimento in Italia alle astreintes) e dell’ordinanza interlocutoria (9978/2016) con la quale la Prima sezione della Corte di Cassazione aveva richiesto l’intervento delle sezioni unite ritenendo la questione di primaria importanza. Dunque già si delineava il superamento di due decisioni della Cassazione (la 1183/2007 e la 1781/2012) e di una della Corte di appello di Trento, Sezione distaccata di Bolzano, che risaliva al 2008.

Come intuibile, la sentenza ha avuto una forte ricaduta nell’opinione pubblica, assai superiore ad altre decisioni delle Sezioni unite. Ma le sono stati attribuiti un significato e una rilevanza più ampi di quando è scritto nel suo testo, come se il caso deciso non riguardasse tanto solo una vicenda internazional-privatistica, ma potesse addirittura incidere sul livello di risarcimento in Italia.

Il riconoscimento, e la relativa novità, non riguarderebbe quindi solo le sentenze straniere di condanna a danni punitivi, ma anche la stessa configurabilità di una categoria di danno punitivo nell’ordinamento italiano.

La Corte di cassazione, in realtà, fa riferimento alla polifunzionalità posseduta dalle regole di responsabilità civile, che non solo è sostenuta dalla maggioranza della dottrina italiana (e non solo quella più avvezza all’uso delle categorie giuseconomiche), ma che trova anche recezione in una articolata disciplina legislativa che, dal processo civile al diritto del lavoro, dalla proprietà industriale al diritto di famiglia, ha negli ultimi venti anni introdotto figure specifiche di risarcimento del danno che nulla hanno a che vedere con la riparazione del pregiudizio sofferto dal danneggiato e che finiscono per svolgere altre funzioni (sanzionatorie, deterrenti, punitive, dissuasive eccetera).

Proprio la presenza di questo quadro normativo rende possibile la delibazione di sentenze straniere che dispongano risarcimenti punitivi: infatti, per non ricadere nel divieto draconiano dell’ordine pubblico, è necessario che la sentenza straniera, di cui si chiede il riconoscimento, tragga vita da una norma tipica e prevedibile, e che, nell’ordinamento ove la sentenza debba essere riconosciuta, non debba esistere una preclusione assoluta ed incompatibile ai valori sui quali la norma straniera è basata.

E la disciplina interna appena ricordata nella sentenza è la precisa conferma che le finalità punitive e deterrenti proprie dei danni punitivi non possano essere considerate estranee e aliene ai compiti della r.c. Queste finalità punitive e deterrenti hanno però sempre bisogno di essere recepite in una norma. Senza una «intermediazione legislativa», ricordano le Sezioni unite, il giudice non può «imprimere soggettive accentuazioni ai risarcimenti che vengono liquidati».

In altri termini, fuori dagli interventi legislativi diffusamente ricordati nella decisione delle Sezioni unite, il giudice dovrà sempre seguire il principio generale di integrale riparazione del danno, che impone che tutto il danno venga risarcito, ma non autorizza certo a riconoscere un risarcimento ulteriore per la condotta soggettiva con la quale è stata posta in essere l’attività del danneggiante. Il principio dell’equivalenza del dolo e della colpa torna quindi a essere il fulcro del sistema.

Il riconoscimento di sentenze straniere ai danni punitivi (sempre che il loro livello non sia abnorme e/o irragionevole, e l’ultima evoluzione giurisprudenziale nordamericana va proprio in questo senso) costituisce aspetto diverso dal livello del risarcimento interno, che non subirà variazioni.

Del resto, il risarcimento del danno alla persona in Italia è già il più alto in Europa, e non è necessario e opportuno che esso venga accresciuto, perché questo comporterebbe necessariamente e inevitabilmente un aumento del livello dei premi assicurativi, che anch’essi, e non è certo un caso, già sono i più alti in Europa.

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