E il mercato promuove la “cura” estera di Generali

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(di Adriano Bonafede – Repubblica Affari & Finanza)

Gli analisti scommettono sulla validità della razionalizzazione della presenza geografica del Leone che uscirà da 13 Paesi considerati non strategici per rafforzarsi in Europa, Asia e America. Al miliardo in arrivo si potrebbero aggiungere altri 1-2 miliardi di patrimonio libero per fare acquisizioni o altre operazioni che creino valore. Il nuovo piano industriale del 2018 e il nodo della governance

In poco più di quattro anni ha venduto le attività negli Stati Uniti. In Israele, in Russia, in Svizzera, nel Liechtenstein, in Guatemala, Panama, Messico e Colombia. Più, in Italia, il 12 per cento di Banca Generali e il Fata, assicurazione specializzata nelle polizze agricole. Secondo indiscrezioni sta per cedere la filiale olandese, quella belga e una parte delle attività in Germania. In ogni caso lo stesso ad Philippe Donnet (nella foto) ha parlato di tredici dismissioni estere entro il prossimo anno, alla fine del quale disvelerà il nuovo piano industriale.

È vero che in questi anni Generali ha anche acquistato qualcosa, di cui la più importante è la restante quota di Gph – la holding per le attività assicurative nei Paesi dell’Est – più il 50 per cento di Delta Generali in Serbia e la quota di minoranza (7 per cento) della Gdh, la holding tedesca, il 100 per cento dell’inglese Drive Solutions e piccole quote di minoranza in Generali Asia. Però questo processo, che va avanti da anni, in parte realizzato dal precedente ad Mario Greco e in parte voluto e realizzato da Donnet, sta senza dubbio restringendo il perimetro delle attività estere di Generali. Il gruppo che si vantava di essere la più grande multinazionale italiana, presente praticamente in tutto il mondo, si sta restringendo giorno dopo giorno.

Ma non c’è da preoccuparsi. Gli analisti plaudono alla strategia di Donnet e premiano il titolo con una raccomandazione “buy” o “overweight”. Nei giorni scorsi Michael Huttner di JP Morgan Cazenove ha scritto che la giustificazione è semplice: Donnet sta uscendo dai Paesi dove non ci sono economia di scala. Dove Generali è sì presente ma senza possibilità di crescita e con pochi guadagni. Da cui quindi tanto vale uscire. Per fare cassa (l’attesa è di raggiungere un miliardo di euro entro il 2018) da utilizzare per fare acquisizioni o per concentrare gli investimenti dove sono più redditizi. Confermano la visione positiva gli analisti di Hsbc nel loro report del 4 settembre scorso: «La cassa di 1 miliardo che sarà prodotta dalle vendite va ad aggiungersi alla cassa generata dall’attività assicurativa e corrisponde a circa il 4 per cento della sua capitalizzazione di Borsa». Per JP Morgan «Generali offre il tasso più elevato di generazione di capitale interno rispetto alla market cap».

Insomma, non soltanto nessuno critica Donnet per queste vendite ma anzi si giudica positiva questa strategia di cessione dei rami inutili e di “rifocalizzazione” del business. Se a questo si aggiunge l’ottimo andamento del primo semestre – in cui l’utile è aumentato di 1,2 miliardi (più 3,7 per cento), il risultato operativo di 2,6 miliardi (più 4,1) e la solidità patrimoniale si è accresciuta (Solvency ratio a 188 per cento – l’amministratore delegato può dormire sonni tranquilli.

L’appuntamento vero di Donnet è rimandato a fra un anno circa, quando dovrà comunicare al mercato il suo nuovo piano industriale, il primo della sua gestione, essendo arrivato in corsa un anno e mezzo fa per sostituire Greco che lasciò improvvisamente il ponte di comando per passare a Zurich dopo una serie di screzi più o meno velati con gli azionisti.

Chi è davvero Donnet lo si saprà quindi soltanto nell’autunno del 2018, quando – presentando il nuovo piano – dovrà sciogliere una serie di problemi che si sono accumulati in tanti anni e che riguardano prima di tutto l’opzione industriale ma che non possono prescindere dalla soluzione del nodo della governance (che certo, comunque, non dipende da lui). Intanto è certo che Donnet avrà a disposizione, per ulteriori acquisizioni (lo stesso Donnet ha parlato dell’asset management come di un target, ma i multipli oggi sono elevatissimi) o per altre operazioni che generino valore (teoricamente sono opzioni da valutare anche l’acquisto di azioni proprie e l’abbassamento del debito), un miliardo dalle vendite internazionali in atto e forse un altro miliardo o altri due come patrimonio libero.

Alcuni analisti notano però che con 2-3 miliardi si fanno soltanto operazioni di piccola taglia. «Con una capitalizzazione di 23-24 miliardi di euro – dice uno di loro – Generali è troppo distante dai competitor, che partono dai 40 miliardi di Zurich e arrivano agli 80 miliardi di Allianz. Per fare un salto in avanti occorrerebbe un aumento di capitale».

Inevitabile quindi tornare al problema della governance: Mediobanca, intanto, vuole cedere un 3 del suo 13 per cento e bisognerà quindi trovare presto altri soci. Se poi si arrivasse anche a considerare l’opzione di un aumento di capitale – sempre negato negli ultimi quindici anni – l’azionariato di Generali potrebbe subire una “rivoluzione” con l’arrivo di nuovi soggetti, i più probabili dei quali non sono in Occidente ma in Oriente. L’alternativa sarebbe un vivacchiare senza scosse.

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