Addio detrazioni fiscali per le polizze: ecco perché

Euro - Detrazioni dimezzate (2) Imc

Detrazioni dimezzate ImcLa decisione di tagliare drasticamente la detrazione fiscale sulle polizze Vita e infortuni per finanziare lo stop all’Imu, oltre alle coperture per Cig ed esodati, è giunta come un fulmine a ciel sereno, fino a un certo punto. Anticipazioni o indiscrezioni non erano trapelate sul possibile intervento fino alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Ma che l’Esecutivo tenga nel suo mirino il risparmio degli italiani, è cosa nota: lo confermano analoghe misure prese in passato dai precedenti governi, come quella inclusa nel decreto “Salva-Italia” che ha imposto un prelievo dello 0,1%, salito il primo gennaio scorso allo 0,15%, sugli investimenti effettuati dagli italiani in strumenti come fondi comuni, gestioni patrimoniali e polizze unit linked. Una vera e propria “patrimoniale” sul risparmio passata quasi sotto silenzio, tra la riforma delle pensioni e l’emergenza che viveva l’emittente di BTp Repubblica Italiana nelle settimane calde dello spread.

Con il decreto di cancellazione dell’Imu lo Stato produce un vero arbitraggio tra le attività finanziarie e immobiliari degli italiani: da una parte si penalizza il risparmio assicurativo dall’altra – al netto delle contese politiche ed elettorali che hanno visto al centro l’Imu – si sostiene di fatto quello nel mattone (anche se l’intervento è indirizzato alla cancellazione dell’Imu delle prime case), ha subìto negli ultimi lustri un’impennata dei prezzi straordinaria: le indagini dei principali istituti di ricerca nel settore hanno calcolato che solo nel decennio 1995-2005 il prezzo medio degli immobili residenziali sia raddoppiato in Italia; la flessione successiva si è attestata a pochi punti percentuali. Fosse stata una bolla, non si può certo dire che sia scoppiata: una correzione al massimo. Le case in Italia costano ancora tanto, se confrontate con il potere di acquisto degli italiani, e sostenerne il corso, riducendone la tassazione collegata, lascia a dir poco molti interrogativi sul tavolo.

Il target assicurativo

Lo Stato “mattonaro” ha scelto di penalizzare le polizze riducendone la detrazione per la parte non finanziaria, ricavandone 400 milioni di euro per il 2013 e circa il doppio per l’anno successivo: il beneficio per le casse pubbliche corrisponde in questa circostanza a una sottrazione dalle tasche dei risparmiatori. La scelta è caduta proprio su questi strumenti vista la loro natura di investimenti che, seppur prudenti, possono essere dismessi solo dopo molti anni dalla sottoscrizione: la loro struttura commissionale prevede costi e commissioni “caricati” nei primi anni di versamenti, inducendo così il sottoscrittori ad attendere fino alla scadenza – dieci o vent’anni – per poter incassare rendimenti in genere di poco superiori a quelli dei titoli di Stato. Con un premio al rischio tempo davvero esiguo. Una volta dentro, non si esce più. Da lì il ruolo del vantaggio fiscale, che da sempre rappresenta il vero se non l’unico appeal di questi strumenti. Caduto il quale, restano in tasca poche solo briciole.

Le alternative a disposizione

L’Esecutivo poteva fare altro per garantire la copertura della cancellazione dell’Imu? Com’è noto, il decreto 102 dispone anche tagli ai ministeri per centinaia di milioni di euro, ultima propaggine di una spending review avviata dal governo Monti e che ha inciso in molti settori, con il rischio di colpire in maniera prociclica la capacità di spesa dei cittadini e di investimento delle imprese che con lo Stato lavorano (e magari attendono il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione). Da diversi mesi in realtà si susseguono sondaggi su possibili interventi di diversa natura, per mantenere la capacità dello Stato di fare cassa. L’indagine della commissione presieduta da Vieri Ceriani ha definito la mappa delle deduzioni e delle detrazioni su cui l’Erario può intervenire. Altre misure non si possono certo escludere in questo senso, ma ciascuna manderebbe un messaggio preciso: il taglio alle detrazioni che incentivano il risparmio di lungo periodo disegnano il profilo di uno Stato che abiura al suo ruolo di motore di comportamenti “positivi” – vantaggiosi individualmente e allo stesso tempo utili alla collettività, si pensi al risparmio previdenziale che si fa sempre più indispensabile, visto il progressivo calo dei tassi di sostituzione tra pensioni e redditi –, sacrificati sull’altare degli interessi di un altro settore come quello immobiliare o, peggio, del fabbisogno di cassa immediato.

Sondaggi inevasi

Ipotesi di altri prelievi sono stati “sondati” da emissari dei vari ministeri. Un doppio braccio di ferro sottotraccia che li ha visti contrapposti ai vertici di enti previdenziali e fondi pensione. Nonostante le smentite di rito, le ipotesi di lavoro all’interno dei dicasteri prevedevano un adattamento del modello ungherese per la previdenza, ossia la sostanziale nazionalizzazione degli strumenti privati, garantendo agli iscritti al raggiungimento dei requisiti, prestazioni analoghe a quelle attualmente previste. L’operazione, messa a segno di recente anche in Argentina, garantirebbe alle casse pubbliche l’incorporazione di circa 170 miliardi di euro: molto, cioè tutto quanto accantonato da pensioni di primo (obbligatorie) e secondo pilastro (volontarie), poco invece se considerato il fabbisogno pubblico.

Il messaggio ai mercati

L’annessione della previdenza privata in quella pubblica non sarebbe certo semplice da far digerire agli oltre 2 milioni di professionisti iscritti agli enti previdenziale nonché agli oltre 5 dei fondi pensione (al netto delle duplicazioni). Ma soprattutto manderebbe un messaggio estremamente negativo ai mercati finanziari internazionali: l’immagine di uno Stato costretto a rischiare lo scontro sociale e a cancellare le strategie messe in atto solo di recente, pur di far fronte alle esigenze di cassa di breve termine. Da qui alla fine dell’anno il Tesoro deve collocare circa 120 miliardi di euro e la leggera risalita dei tassi degli ultimi giorni non è un segnale confortante per nessun emittente. Tanto meno per chi come l’Italia ha bisogno di mantenere un rapporto di serena fiducia con il mercato e con i contribuenti.

Autore: Marco lo Conte – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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