Ecco quanto avrebbe reso la previdenza «fai da te» in questi ultimi trent’anni

Performance - Rendimenti Imc

Performance - Rendimenti Imc

(di Ennio Montagnani – Il Giornale)

Se si prova a calcolare quanto è possibile accantonare in un fondo pensione in 30 anni di versamenti, tutti i programmi chiedono di fissare alcuni parametri tra i quali l’inflazione media del periodo e il tasso di rendimento del fondo. Per quanto si possa essere bravi (nell’indovinare per esempio la dinamica futura dei prezzi al consumo) o cauti (nello stabilire il rendimento atteso del fondo), si tratta di un periodo talmente lungo che è praticamente impossibile centrare tutte le previsioni.

Questo potrebbe anche compromettere il programma di versamenti che il lavoratore mette in atto per assicurarsi un assegno integrativo alla pensione Inps. In quest’ottica, il Giornale ha voluto effettuare un conteggio su dati veri di mercato utilizzando le quote effettive dei fondi comuni d’investimento che sono rimasti attivi, ininterrottamente dal settembre 1985 a oggi: prodotti che quindi avrebbero potuto essere di fatto acquistati mese dopo mese con versamenti sistematici.

Si tratta di sette fondi comuni, due dei quali bilanciati, tre obbligazionari governativi euro a medio lungo termine, un obbligazionario flessibile e un monetario euro: prodotti non molto differenti quindi dalle tipologie dei fondi pensione disponibili oggi sul mercato. Ipotizzando versamenti da 50 euro al mese, il lavoratore avrebbe investito 18mila euro complessivi nel corso dei 30 anni che, a seconda del fondo e dei relativi rendimenti realizzati, avrebbero potuto diventare da un minimo di 29.200 euro (del fondo monetario euro) fino ad un massimo di 42.200 per uno dei due fondi bilanciati: in media, considerando i sette fondi esaminati, il capitale finale accumulato sarebbe ammontato a 36.500 euro.

Ipotizzando un lavoratore che oggi ha una retribuzione lorda annua di 24mila euro (e 18.800 euro circa netti), il capitale medio accumulato permetterebbe di avere una pensione integrativa pari a 1.850 euro, pari quindi a circa il 10% dell’ultimo stipendio. Se si considerano i soli due fondi bilanciati (che probabilmente sono quelli che più potrebbero anche nei prossimi anni replicare le medesime performance di mercato rispetto all’inflazione), il capitale accumulato avrebbe permesso di disporre di un assegno integrativo previdenziale di 1.950 euro.

Si può, inoltre, fare un ulteriore considerazione. Una rata di 50 euro al mese per 30 anni potrebbe risultare non adeguata. Infatti, lo stipendio di oggi pari a 24mila euro trent’anni fa corrispondeva a una retribuzione pari a settemila euro annui ipotizzando una crescita dello stipendio in linea con l’inflazione.

Immaginando quindi un piano di versamenti da 50 euro mensili per i primi 15 anni (da settembre 1985 al settembre 2000) e un piano successivo da 100 euro al mese (da settembre 2000 a oggi), più adeguato alla crescita dello stipendio negli anni, il totale versato in 30 anni sarebbe stato pari a 30mila euro che, in virtù dei rendimenti realizzati dai fondi, sarebbero diventati un capitale finale di 52.600 euro (55.500 euro nel caso dei due fondi bilanciati). Il lavoratore avrebbe potuto quindi maturare una pensione integrativa di 2.600 euro annui pari al 13,8% dell’ultimo stipendio (ovvero a 2.800 euro, pari a 14,9%, nel caso dei fondi bilanciati).

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