Educazione finanziaria, ci vuole una strategia nazionale

Educazione finanzaria (6) Imc

Educazione finanzaria (6) Imc

(di Nadia Linciano* – Lavoce.info)

Da anni si ripete che gli italiani sanno poco di finanza, con gravi conseguenze per i loro portafogli. Ora, l’avvio di una strategia nazionale per l’educazione finanziaria può essere un’occasione unica per colmare il divario con i paesi più virtuosi.

Tante iniziative frammentate

Da tempo, innumerevoli analisi ripropongono la fotografia di un popolo italiano poco avvezzo alle decisioni economiche, anche a causa dei bassi livelli di cultura finanziaria. Fino a qualche anno fa, le lacune non erano apparse poi così gravi. Un sistema previdenziale generoso, una buona capacità di risparmio legata a fonti di reddito stabili, l’abitudine a investire in titoli di stato e obbligazioni bancarie (percepiti come opportunità di investimento a rischio zero) contribuivano a rassicurare l’italiano medio fortemente ostile alle perdite. Il contesto è tuttavia radicalmente mutato e l’analfabetismo finanziario oggi può avere conseguenze significative sul tenore di vita individuale.

Eppure il tema ha finora stentato a trovare la giusta attenzione, con i politici forse convinti che si possa supplire con regole più stringenti, ad esempio, sull’informativa dei prodotti e sulle condotte degli intermediari.

L’educazione finanziaria è stata così delegata all’autonoma iniziativa di soggetti pubblici e privati, 206 per la precisione per il triennio 2012-2014 per 256 iniziative, secondo il censimento eseguito da Banca d’Italia, Consob, Covip e Ivass assieme a Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio e al Museo per il risparmio. Come si legge nel Rapporto che lo accompagna, le iniziative, pur essendo talvolta molto valide nei contenuti, sono inevitabilmente frammentarie: in due terzi dei casi hanno coinvolto nel triennio meno di mille persone, le 10 mila persone sono state raggiunte solo in un caso su dieci. Molte si avvalgono del web, escludendo chi non vi può accedere. Arrivano nelle scuole solo se il dirigente scolastico o singoli docenti si attivano, perché l’educazione finanziaria non è una materia curricolare, mentre le iniziative per gli adulti sono poco strutturate perché scontano le difficoltà di coinvolgere i destinatari. Alcuni programmi hanno un contenuto formativo, mentre altri si limitano a distribuire materiale informativo. Quasi sempre manca una valutazione a posteriori dei risultati raggiunti, per cui è difficile dire se abbiano inciso sui comportamenti.

Il cambio di passo

Occorre allora un cambio di passo. Anzitutto, si deve riconoscere che i costi dell’ignoranza finanziaria sono elevatissimi. Bisogna poi prendere atto che competenze finanziarie e strumenti di tutela del risparmiatore sono complementari: un’insufficienza delle prime indebolisce l’efficacia dei secondi. La semplificazione delle schede prodotto di alcuni strumenti finanziari, avviata in ambito europeo secondo un approccio che strizza l’occhio all’uomo “reale” della finanza comportamentale, è sì necessario, ma non sufficiente se i risparmiatori non comprendono gli indicatori di rischio riportati nei documenti informativi e non sanno perché e come tenerne conto prima di investire. Allo stesso modo, il rafforzamento della disciplina sulla consulenza finanziaria non può sopperire ai bassi livelli di conoscenze se sono solo i più informati ad avvalersene.

Infine, bisogna passare all’azione e, secondo quanto raccomandato dall’Ocse, avviare una vera e propria strategia nazionale di educazione finanziaria, con risorse finanziarie e umane adeguate.

Un passo in questa direzione è l’emendamento apportato in sede di conversione al decreto legge 23 dicembre 2016, n. 237 (“Disposizioni generali concernenti l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale”). Prevede che il ministero dell’Economia e il ministero dell’Istruzione adottino, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, un programma per la strategia nazionale, di cui demanda l’attuazione a un comitato di undici membri, designati da quattro ministeri (Economia, Istruzione, Sviluppo economico e Lavoro), da autorità di settore (Banca d’Italia, Consob, Covip e Ivass), dal consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti) e dall’albo consulenti finanziari. Il comitato può avvalersi di risorse pubbliche per un milione di euro annuo.

La strategia nazionale dovrebbe puntare anzitutto all’alfabetizzazione finanziaria, attraverso un portale nazionale, la formazione dei docenti e la definizione di format radio-televisivi per raggiungere rispettivamente scuole e adulti, nonché intervenire rispetto a specifici gruppi della popolazione, segmentati per livello di vulnerabilità finanziaria o bisogni contingenti a eventi del ciclo vitale.

La strategia sarebbe finalmente l’occasione per colmare il divario con i paesi che sono già su questo percorso virtuoso.


* Responsabile Ufficio studi economici, Consob. Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Istituzione di appartenenza

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