Fondi complementari, retromarcia del governo sull’aumento della tassazione dall’11,5 al 20%

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Foto Governo Italiano - Presidenza Consiglio dei Ministri) Imc

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Foto Governo Italiano - Presidenza Consiglio dei Ministri) Imc

(Fonte: il Mattino)

La previdenza integrativa non si è diffusa come si sperava: solo 1 milione di iscritti volontari

Nella prossima manovra Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan vogliono riparare a un errore che sta mettendo a rischio il secondo pilastro pensionistico. Quello che permetterà ai futuri lavoratori di non dover vivere in vecchiaia con un assegno misero. Nel 2014 premier e ministro dell’Economia decisero di portare dall’11,5 al 20 per cento l’aliquota fiscale da applicare agli investimenti gestiti da fondi previdenziali complementari. Quest’anno vogliono fare marcia indietro e – nel tentativo più generale di alleggerire la contribuzione e appesantire la busta paga – vorrebbero azzerare l’imposta a carico dei fondi.

L’obiettivo del governo è duplice: da un lato si vogliono spingere i lavoratori a gravare sempre meno sulle casse degli enti previdenziali (l’Inps, dopo la fusione con l’Inpdap, è in rosso di 11,2 miliardi); dall’altro si punta a trasformare i fondi pensione in investitori istituzionali con un orizzonte temporale molto alto, nella speranza che, come avviene all’estero, aiutino le imprese e l’economia reale. Oggi soltanto il 3% della capitalizzazione va in questa direzione. Ma se il futuro è carico di speranze, il presente mostra soltanto incognite.

Complici la crisi, l’aumento del precariato e l’impoverimento dei salari, la previdenza integrativa non si è diffusa come ci si aspettava. E soprattutto come si sperava visto che, come ha calcolato la Ragioneria dello Stato nel 2013, con la sola pensione l’indice di sostituzione (la differenza tra assegno e l’ultimo salario) per i futuri pensionati è tra il 50% e il 60%, mentre con il ricorso alla previdenza integrativa lo scarto si riduce fino all’80%.

Alla fine del 2015, e proprio dopo l’aumento dell’aliquota fiscale, gli iscritti ai fondi integrativi erano 6,5 milioni. Soltanto un milione in più rispetto a quelli che sono costretti per legge ad aderirvi: cioè i quasi 5,8 milioni di dipendenti delle grandi e medie imprese. Non a caso la capitalizzazione di questi strumenti, privati, è inferiore ai 150 miliardi di euro: a fine 2014 un patrimonio, tra fondi pensioni negoziali e piani individuali pensionistici, pari soltanto all’8,1% del Pil italiano e il 3,3% delle attività di risparmio delle famiglie.

A dare questi numeri è stata l’autorità di settore, la Covip. La quale ha anche reso noto che è salito a 1,6 milioni il numero degli italiani che ha sospeso i versamenti al proprio fondo pensione. I risultati positivi che si sono registrati in Borsa dal secondo trimestre 2014 al penultimo periodo del 2015 hanno fatto sì che i fondi restituissero ai sottoscrittori interessi positivi e superiori a quelli garantiti dal trattamento di fine rapporto. Tema dirimente perché a differenza del Tfr o della pensione, il monte investito non è indicizzato all’inflazione. Quest’anno, con i mercati in picchiata per la crisi petrolifera, il conto finale potrebbe avere segno negativo.

Nei mesi scorsi Giuliano Poletti, e parallelamente al part time, ha guardato anche alla previdenza complementare per aiutare i lavoratori over 60 che vogliono uscire dal mercato del lavoro in anticipo rispetto all’età di ritiro prevista dalla Fornero. Federmanager aveva anche suggerito di anticipare le prestazioni di questi servizi ai soggetti che rischiano di essere esodati.

Più in generale non mancano proposte di legge (una firmata da Giuliano Amato e Mauro Marè, un’altra da Giuliano Cazzola e Tiziano Treu) per finanziare con fondi pubblici pezzi di previdenza complementare agli autonomi o a tutti quei soggetti che non hanno il Tfr. Cioè quelli che rischiano di restare con pensioni da fame. Va da sé che la partita va ben oltre la tenuta del sistema pensionistico: finora banche e assicurazioni hanno messo le mani su una fetta bassissima del risparmio degli italiani. Anche perché, notano gli esperti, hanno garantito interessi bassi e costi fissi non certo convenienti.


(nella foto in apertura, del Governo Italiano – Presidenza Consiglio dei Ministri, da sinistra: il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan)

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