Fondi pensione, la crescita continua. Allarme per i contributi non versati

Fondi pensione (3)

Fondi pensione (3)(di Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza)

Da gennaio a settembre 2016 il numero di nuovi aderenti ha fatto registrare il 5,3% in più ma ci sono stati ben 1,8 milioni di iscritti che non hanno effettuato versamenti soprattutto tra gli autonomi

Grazie anche all’effetto della “busta arancione”, agli sforzi per sensibilizzare sul tema i risparmiatori, la previdenza complementare continua a crescere. Secondo gli ultimi dati forniti dalla Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione, da gennaio a settembre 2016 il numero di nuovi aderenti, al netto delle uscite, è stato pari a 348 mila unità, portando il totale degli iscritti a 7,6 milioni, il 5,3% in più rispetto al dato di fine 2015; il patrimonio delle diverse forme complementari è cresciuto del 4,5%, raggiungendo i 146,4 miliardi.

Certo, il numero di aderenti è ancora basso in rapporto alla platea potenziale rappresentata dal totale degli occupati. A fine 2015 il tasso di adesione complessivo superava di poco il 32%, con un livello più elevato, quasi il 38%, per i lavoratori dipendenti privati, ma se si tiene conto degli iscritti che effettivamente versano contributi, queste percentuali sono destinate a calare. Già, perché nel 2015 sono stati ben 1,8 milioni gli iscritti che non hanno effettuato versamenti, un fenomeno particolarmente e comprensibilmente diffuso tra i lavoratori autonomi, dove il 45% risulta non versante.

I tassi di adesione considerando i soli iscritti versanti calano così al 31% per i dipendenti del settore privato e al solo 19% per gli autonomi. La crescita in termini percentuali del numero di aderenti dei nove mesi del 2016 è stata piuttosto omogenea.

Nei fondi negoziali gli iscritti sono aumentati del 6,1%, un risultato in larga parte legato al meccanismo di adesione automatica o “contrattuale” introdotto dal fondo dei lavoratori del settore edile. È un meccanismo che comporta il versamento di una quota minima di contribuzione a carico del datore di lavoro e prescinde dalla devoluzione del Tfr o dai contributi del lavoratore; il lavoratore può poi decidere di destinare al fondo pensione un proprio contributo, nel qual caso il datore di lavoro è obbligato a versare un contributo aggiuntivo. La percentuale di crescita delle adesioni nei fondi aperti, che nel 2015 avevano registrato il numero di nuovi iscritti più elevato post-riforma, è la stessa dei negoziali, mentre è leggermente maggiore per i Pip. Questi ultimi continuano ad essere, sia pure di misura, la forma di previdenza complementare più “popolare”, con 2,8 milioni di aderenti contro i 2,6 milioni di iscritti ai fondi negoziali; gli aderenti ai fondi pensione aperti sono 1,2 milioni e poi bisogna aggiungere i 644 mila iscritti ai fondi pensione detti pre-esistenti, perché istituiti prima del decreto legislativo del 1993 che ha disciplinato la previdenza complementare, e a circa 431 mila sottoscrittori di Pip “vecchi”, quelli istituiti prima della riforma del 2005.

Quando si guarda alla ripartizione per età e per provenienza geografica degli aderenti alla previdenza complementare, i dati sono relativi al 2015, emergono differenze profonde che riflettono le difficoltà del mondo del lavoro: i giovani, le donne e il meridione appaiono i più refrattari nei confronti di una pensione integrativa. In rapporto alla forza lavoro, il dato che comprende non solo gli occupati, ma anche le persone in cerca di occupazione, solo il 16% con meno di 35 anni risulta iscritto a una forma pensionistica complementare; il tasso di adesione aumenta con il crescere delle classi di età ed è più elevato, il 31%, nella fascia più anziana, quella di età compresa tra i 45 e i 64 anni. L’aderente-tipo alla previdenza complementare è un lavoratore maturo, quindi, con un’età media di 46,2 anni, rispetto ai 42,6 anni di media della forza lavoro nel suo complesso. Più uomini che donne, nella previdenza complementare il sesso maschile ha un peso percentuale più alto rispetto al peso che ha tra la forza lavoro. Da un punto di vista geografico, i tassi di adesione sono più elevati nel Nord Italia, siamo in media al 30%, con picchi nelle regioni dove la previdenza complementare è stata attuata mediante iniziative territoriali, come Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. Via via che si percorre, da nord a sud, l’Italia, si riduce la capacità di attrazione della previdenza complementare: i tassi di adesione calano al 25% nel Centro Italia e al 18% nel meridione, con i valori più bassi in Calabria e in Sardegna.

L’ultimo aspetto riguarda i rendimenti di fondi pensione e Pip, spesso oggetto di critiche. Secondo i dati pubblicati dalla Covip, nei primi tre trimestri del 2016 i fondi pensione negoziali hanno mediamente conseguito una performance del 2,2%, il doppio di quanto realizzato dai fondi pensione aperti, mentre i Pip di tipo unit-linked (per i comparti a gestione separata non si dispone di dati infra-annuali) registrano una performance di poco negativa, -0,1%. Obiettivamente non sono risultati straordinari, è stato un periodo che ha registrato un recupero dei nostri titoli di Stato, ma anche un deciso calo delle borse; l’indice total return della borsa italiana ha perso più del 20%. Nello stesso arco temporale, dopotutto, l’indice generale dei fondi comuni Italiani è cresciuto appena dello 0,6%. Se si amplia il periodo di osservazione, la performance media migliora, ma la distanza tra le diverse tipologie di fondi pensione resta. Da dicembre 1999 a settembre 2016, un periodo segnato da due crolli dei mercati azionari e con i titoli di Stato italiani che hanno vissuto periodi altalenanti e una crisi di fiducia, il rendimento annuo medio composto dei fondi negoziali è stato pari al 3,1% circa, quello dei fondi pensione aperti si ferma all’1,9% e per i Pip il calcolo non è possibile, perché istituiti nel 2005. A titolo di raffronto va considerato che la performance media dei fondi comuni è stato pari allo 0,9%, mentre il “concorrente” Tfr si è rivalutato del 2,5%.

Le differenze di performance tra fondi negoziali e fondi pensione aperti si spiegano con le diverse preferenze in tema di investimento dei loro iscritti. Secondo le statistiche elaborate da Mefop e riferite a giugno 2016, il 56% delle masse gestite dai fondi negoziali è allocata su linee obbligazionarie miste, dove le azioni hanno un peso non superiore al 30%, mentre per i fondi pensione aperti il 38% è investito in linee azionarie e un altro 20% in comparti obbligazionari misti. Complessivamente, ma il dato è riferito a fine 2015, l’esposizione azionaria dei fondi negoziali è pari al 23% circa, quella dei fondi aperti supera il 91%. Il raffronto con il Tfr è impegnativo, va considerato il peculiare meccanismo di rivalutazione annuale, basato su un tasso fisso dell’1,5% maggiorato del 75% dell’aumento dell’indice !stat dei prezzi al consumo e assoggettato a un’imposta sostitutiva del 17%. L’inflazione da qualche anno è sparita, ma un tasso dell’1,5% è oggi il sogno di qualsiasi risparmiatore.

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