Fondi pensione, la gara con il Tfr: Negli ultimi 18 anni grazie a Fisco, tempo e contributo aziendale hanno reso il 10%

Fondi pensione (3)

Fondi pensione (3)(di Roberto E. Bagnoli – Corriere Economia)

L’accordo con il datore di lavoro che versa un quid in più massimizza i risultati finali

La pensione di scorta corre. E, grazie agli incentivi fiscali e al contributo aziendale, aumenta la convenienza con un rendimento medio annuo a doppia cifra. Così, per esempio, un lavoratore con una retribuzione di 35 mila euro che nel dicembre 1998 avesse aderito a un fondo pensione negoziale (aziendale o di categoria), avrebbe ottenuto un montante finale di 85.505 euro rispetto a un versamento complessivo di 61.632, con una rendita annua di 4.275 euro e un rendimento medio annuo del 10,1%. Anche senza tener conto di queste due voci (cioè guardando al solo rendimento finanziario), i risultati sarebbero tutt’altro che disprezzabili, con un montante finale di 60.399 euro, una pensione integrativa pari a poco più di tremila euro l’anno e un rendimento medio annuo del 3,4%.

Se invece avesse aderito a un fondo pensione aperto (promosso da compagnie d’assicurazione, banche, Sim e Sgr), i risultati sarebbero stati leggermente inferiori a causa dei costi medi più elevati. Tenendo conto del contributo aziendale e del beneficio fiscale, il gruzzolo finale sarebbe stato pari a 82.491 euro (sempre rispetto a un versamento lordo di 61.332 euro), che darebbero luogo a una rendita integrativa di 4.125 euro l’anno, con un rendimento medio del 9,7%. Senza questi due fattori (che aumentano decisamente la convenienza della previdenza complementare), il montante finale sarebbe di 57.325 euro, con una rendita annua di 2.869 e un rendimento medio annuo del 3,1%.

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Le simulazioni realizzate da Corriere Economia abbracciano un orizzonte temporale di quasi diciotto anni: dal dicembre 1998 (quando sono nati i premi fondi pensione negoziali e aperti) al 30 settembre scorso. È un intervallo di tempo sufficientemente ampio da comprendere varie fasi dei mercati finanziari, fra cui il crollo delle Borse seguito alla bolla speculativa dei titoli Internet, all’inizio degli anni Duemila, e il crac di Lehman Brothers.

Gli esempi mostrano il montante finale accumulato con un versamento effettivo di 61.332 euro (se il lavoratore riceve il contributo aziendale) o 42.800, se invece non l’ottiene. Il lavoratore che aderisce a un fondo pensione ha diritto a questa voce quando sottoscrive un fondo aziendale o di categoria, oppure uno aperto in base a un accordo collettivo fra azienda e dipendenti. Il lavoratore considerato negli esempi guadagna 35 mila euro lordi l’anno e destina al fondo pensione il Tfr (il 6,91% della retribuzione), pari a poco più di duecento euro al mese, più un altro 1,5% del datore di lavoro (44 euro al mese) e un altro, della stessa misura, che paga di tasca propria. Il versamento complessivo è di 3.474 euro l’anno.

I rendimenti dei fondi pensione sono positivi non solo nel lungo periodo, ma anche nel breve termine. Secondo un campione rappresentativo dell’85% del mercato, nei primi nove mesi del 2016 quelli aziendali o di categoria hanno reso in media l’1,8% netto, quasi il doppio rispetto all’1% del Tfr, la cui rivalutazione è stata frenata dall’inflazione rasoterra.

Il Tfr in azienda rende infatti l’1,5% fisso all’anno, più il 75% dell’indice Istat dei prezzi. Risultati positivi sono stati ottenuti da tutti i fondi a cominciare dal maggiore, Cometa, che da solo ha quasi un quarto del patrimonio in gestione; nelle settimane scorse Cometa ha rinnovato i gestori per tre delle cinque linee d’investimento. Performance positive sono state ottenute anche dai fondi aperti, con un rendimento medio netto dello 0,9%, quindi leggermente inferiore rispetto alla rivalutazione del Tfr. Rispetto ai negoziali, gli aperti sono caratterizzati da una maggiore esposizione azionaria e hanno risentito quindi delle turbolenze delle Borse nei primi mesi del 2016.

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