Generali-Intesa, il grande slam. Quattro incognite per Messina

Carlo Messina (Foto Simon Dawson/Bloomberg) Imc

Carlo Messina (Foto Simon Dawson/Bloomberg) Imc

(di Marco Panara – Repubblica Affari & Finanza)

La conquista della compagnia del Leone è una scommessa difficile. Il percorso è irto di passaggi rischiosi ma anche lo stesso obiettivo finale, se dovesse concretizzarsi, presenta risvolti complessi, per la banca e anche per il Paese

Il progetto (o forse l’ipotesi) di lanciare Intesa all’assalto delle Generali è scappato di mano all’amministratore delegato Carlo Messina (nella foto, di Simon Dawson/Bloomberg) prima che tutti i costi e i benefici dell’operazione fossero stati analizzati a fondo.

Ma in finanza anche una ipotesi determina degli effetti, il primo dei quali è il riposizionamento degli investitori, che la scorsa settimana hanno premiato Generali e indebolito Intesa, e il secondo è l’apertura di vecchi e nuovi dossier da parte dei principali operatori bancari e assicurativi, per valutare le opportunità che si possono creare e armarsi per evitare di perdere posizioni.

La conquista delle Generali da parte di Intesa cambierebbe gli equilibri della finanza italiana ed europea e ciascuno cercherà di trovarsi in una posizione più avanzata quando si formeranno quelli nuovi.

In realtà il dado è tratto ancora prima che Intesa lanci l’assalto. L’equilibrio dei quattro cantoni rappresentati dalla tedesca Allianz, la francese Axa, la svizzera Zurich e l’italiana Generali è già saltato una settimana fa quando il progetto di Messina è diventato di pubblico dominio.

Come dice un finanziere di lungo corso: “La pallina è stata lanciata nel flipper e nessuno può sapere in quale buca si infilerà”.

Se sugli esiti del processo che si è avviato si possono solo fare delle ipotesi, le premesse invece sono chiare. Carlo Messina in Banca Intesa ha fatto un lavoro straordinario, il gruppo funziona, ha un patrimonio tra i più solidi in Europa e una redditività elevata. Ma realizzato tutto ciò l’amministratore delegato ha un problema: con questo perimetro e queste caratteristiche i margini di miglioramento sono limitati e per creare un nuovo rido di crescita la banca deve pensare a fare un salto di qualità, aumentando le proprie dimensioni, allargando alcuni settori, ampliando la propria geografia. Messina lo ha detto chiaro parlando la scorsa settimana a Torino: “Arriva un momento in cui un’azienda deve chiedersi se fare ulteriori passi di crescita”. Ebbene quel momento sembra arrivato e quindi Messina già da mesi ha cominciato a guardarsi intorno e pare che McKinsey sia al lavoro dall’inizio dell’estate.

La premessa numero due riguarda le Generali. La compagnia ha una capitalizzazione bassa rispetto ai suoi competitor, penalizzata dalla diffidenza dei mercati nei confronti dei gruppi finanziari italiani soprattutto quando hanno in portafoglio una settantina di miliardi di titoli del Tesoro e non hanno una redditività brillante. Il secondo punto di debolezza di Trieste è l’azionariato, con Mediobanca che ha il 13%, Caltagirone, Del Vecchio, De Agostini e pochi altri che mettono insieme un altro 10-12%. Una minoranza rilevante ma con le spalle deboli, non in grado di sostenere un eventuale assalto.

La terza premessa è il momento. Il passaggio del risparmio gestito di Pioneer da Unicredit alla francese Amundi, seguito dalla fusione tra la Luxottica di Del Vecchio con la francese Essilor, sommata alla frenesia di Bollorè che dopo aver conquistato Telecom si è messo a scalare Mediaset, e al fatto che ci sono amministratori delegati francesi ai vertici di Unicredit e di Generali, ha creato una sorta di ‘sindrome francese’ (anche se per Trieste il pericolo viene forse più da Zurich). Italianità e tricolore (con il verde, non con il blu) sono in questo momento argomenti assai robusti.

Non sufficienti naturalmente. Per fare l’operazione Messina deve convincere se stesso, il suo consiglio di amministrazione e i suoi azionisti che i rischi sono pochi e i vantaggi molti, che il prezzo è giusto e che le possibilità di successo sono elevate. Quindi deve convincere la vigilanza della Bce, che sulle operazioni di M&A è assai rigorosa e attentissima agli effetti sul patrimonio di vigilanza. Poi deve neutralizzare le eventuali difese che Generali potrebbe mettere in atto e deve convincere il mercato che la sua proposta creerà valore per gli azionisti di Generali. Infine deve sperare che non arrivi qualcun altro che offrendo di più gli soffi il gruppo di Trieste.

Le frecce che Messina ha al suo arco le conoscono in pochi, osservando dall’esterno emergono di più le complessità. Proviamo a elencarle: le operazioni che hanno messo inseme banche e assicurazioni negli anni passati non hanno avuto successo, sono state smontate praticamente tutte lasciando parecchie ammaccature, e la ragione è che sono business diversi con sinergie limitate. Generali e Intesa sono il primo e il secondo operatore italiano nel ramo vita, mettendo tutto insieme ci sarebbero rilevanti problemi di antitrust. Generali inoltre è poco presente nel risparmio gestito (che Intesa vuole potenziare) perchè il 90% dei suoi tondi sono riserve tecniche a fronte delle polizze sottoscritte dagli assicurati, che rispondono a logiche e regole diverse dal risparmio gestito. Infine Generali è una multinazionale che fa i due terzi dalla sua raccolta premi fuori dall’Italia e il 60 per cento degli utili all’estero mentre Intesa è un gruppo quasi esclusivamente italiano.

L’ipotesi che si fa è che il progetto di Intesa preveda la cessione di buona parte delle presenze estere di Generali (si dice che Messina vorrebbe tenere solo l’Est Europa e la Spagna), e che il compratore già pronto sarebbe Allianz. Se così fosse da una parte il potenziamento di Allianz metterebbe in moto anche Axa e Zurich, con esiti non prevedibili. Dall’altra Generali è l’unica vera multinazionale italiana e sacrificame la multinazionalità per salvarne l’italianità non sembra un grande affare per il paese. Vedremo.

L’operazione Intesa-Generali non ha però solo imponenti ricadute regolatorie, industriali e di mercato. Determina anche una vera rivoluzione nel sistema di potere.

Il primo azionista di Generali è Mediobanca e il primo azionista di Mediobanca è Unicredit e quello che succederà in Generali avrà effetti sia sulla prima che sul secondo. Mediobanca non ha le spalle abbastanza larghe da reggere a un assalto alle Generali e, rispetto agli anni in cui era al centro della finanza e della grande industria italiana sono cambiate le condizioni ed è cambiata anche la sua filosofia. Mediobanca è ormai più una banca specializzata che una holding di partecipazioni, e infatti l’unica significativa che le resta è il 13 e poco più per cento delle Generali. Sulle quali esercita meno potere che in passato e dalle quali riceve meno commissioni che in passato. Quello che cercherà di fare è valorizzare la sua partecipazione.

Unicredit sta facendo un aumento di capitale da 13 miliardi che non consente distrazioni, e ha preso una strada precisa, quella della banca commerciale con una forte presenza internazionale, che non lascia spazio a battaglie come quella per le Generali. Sia Mediobanca che Unicredit ritengono che l’autonomia e l’italianità di Generali siano un valore ma non faranno una battaglia per questo. Cercheranno di spingere per una operazione amichevole, alzeranno l’asticella per ottenere una valorizzazione maggiore ma non scateneranno guerre ne chiameranno cavalieri bianchi. Dall’attacco, se arriverà e se sarà ostile, Trieste dovrà difendersi da sola. E c’è da scommettere che lo farà se il suo destino fosse lo spezzatino e la provincializzazione.

Alla fine gli esiti possibili di questa vicenda non sono molti: Intesa valuta che non vale la pena o viene bloccata dalla Bce e abbandona il progetto; va avanti e conquista la preda; va avanti e viene bloccata dalle contromosse di Trieste; arriva qualcun altro che offre più di Messina e si porta a casa le Generali.

Nel primo caso tanto rumore per nulla, ma Generali ne esce meno stabile e Messina meno forte. Saltiamo per un attimo il secondo caso e balziamo al terzo: Intesa bloccata sotto le mura di Trieste ne esce più debole, ma bisognerà vedere quale sarà stato per Generali il prezzo della resistenza. Nel quarto caso, l’arrivo del terzo incomodo, perde certamente Generali e perde Intesa, che sarà considerata responsabile di aver creato le condizioni per l’arrivo del vituperato straniero, e perde anche l’Italia che vede andare via un altro prezzo, forse il più pregiato, della sua ornai piccola collezione.

E veniamo al secondo caso, che avevamo lasciato per ultimo, Intesa conquista Generali. Qui il vincitore è chiaro, anche se il costo può essere molto alto. Il prezzo lo paga Generali che perde la sua autonomia e alcuni pezzi, forse molti. Nasce un gruppo di dimensione europea con una forte concentrazione del business sull’Italia. E si crea un centro di potere bancario, assicurativo e finanziario, cioè un centro di potere tout court, senza rivali.

Mediobanca incassa e si concentra sulla sua attività di banca specializzata senza più partecipazioni in portafoglio. Potrebbe anche allargare la sua dimensione, potenza di fuoco e internazionalizzazione se Unicredit decidesse di aumentare la sua quota e affidarle le sue attività di corporate e investment banking.

A quel punto i poli sono due, da una parte Intesa con Generali in pancia, fortissima in Italia, con le fondazioni a presidiarne l’azionariato, e dall’altra Unicredit più o meno legata a Mediobanca, più public company e più internazionale. Niente più salotti, che in realtà sono in soffitta da un pezzo, il potere in Ca’ de Sass e gli affari un po’ ciascuno.

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