Generali, la cura Donnet per far crescere gli utili

Philippe Donnet (5) Imc

Philippe Donnet (5) Imc

(di Adriano Bonafede – Repubblica Affari & Finanza)

La compagnia dipende troppo dai contratti ramo I tradizionali e ora il calo dei tassi erode i margini. Il ridotto peso del risparmio gestito comprime i profitti. Il nuovo assetto assomiglia a quello di Perissinotto

Corsi e ricorsi della storia. Chi l’avrebbe mai detto che il Leone di Philippe Donnet (nella foto) sarebbe assomigliato tanto a quello di Giovanni Perissinotto? Eppure, a guardare il nuovo organigramma appena disegnato dall’attuale amministratore delegato (e tra l’altro la sua prima mossa concreta) le coincidenze nella struttura di comando sono impressionanti.

L’ex ad del primo decennio del secolo era a capo dell’intero gruppo ma al tempo stesso era responsable di Generali Italia. Poi era arrivato Mario Greco e, al termine della riorganizzazione, aveva messo proprio Donnet alla guida della società italiana ma senza conservare alcuna supervisione diretta se non quella relativa alle sue più generali funzioni. Ora Donnet ha ripreso quel controllo diretto di Generali Italia che aveva Perissinotto. L’enfant prodige Marco Sesana – il più giovane fra gli alti dirigenti del gruppo, per cui qualcuno già immagina una luminosa carriera – è stato infatti nominato ad e direttore generale di quest’ulama, ma il country manager – sopra di lui – resta il Group ceo, responsabile anche di Genertel e Alleanza.

E che dire di Minali, che Greco aveva voluto come chief financial officer e che adesso, con il nuovo assetto, svolge anche le funzioni di direttore generale? Né più né meno che come Raffaele Agrusti nella gestione Perissinotto. E, come Agrusti, Minali conserva un vasto potere, secondo soltanto a quello dell’ad, dovuto al controllo della “macchina”.

Come si ricorderà, nell’assetto voluto da Greco era scomparso il ruolo di Sergio Balbinot, l’altro ad che però aveva con Perissinotto le deleghe soltanto sull’estero, ad esclusione dei paesi europei. Ebbene, propno con l’ultima infornata di nomine, Donnet ha di fatto ricreato il ruolo che era stato di Balbinot mettendovi a capo un altro manager venuto da Oltralpe, Frédéric de Courtois, diventato responsabile del Global business.

Fin qui le straordinarie coincidenze, come se un’astuzia della storia, una mano invisibile del fato, avesse riportato in Generali lo stesso assetto consolidato del passato. Ma ci sono anche le novità. E la più grande è che Donnet ha chiamato un altro francese in un ruolo importante. Due francesi, per giunta entrambi provenienti dalle file di Axa, saranno pure una coincidenza ma a Trieste circolano ormai battute del tipo: “Siamo tutti corsi ad iscriverci ad un corso di lingua francese”. Qualcuno fa notare che ormai il management delle compagnie di assicurazione si è intemazionalizzato tanto che l’ad di Axa è ora un tedesco e l’italiano Sergio Balbmot siede nel board di Allianz, ma c’è chi risponde che in nessun gruppo ci sono due top manager stranieri, per di più provenienti dalla stessa compagnia.

Insomma, tanti pensieri. Fantasie probabilmente, anzi quasi sicuramente. Eppure c’è chi le pensa. E forse anche queste considerazioni – oltre che il comprensibile desiderio di non fare minusvalenze vendendo a prezzi bassi – hanno convinto il principale azionista del Leone, Mediobanca, a bloccare per ora la programmata cesione del 3 per cento rispetto al 13 per cento in suo possesso.

Pettegolezzi o illazioni a parte, Donnet e Minali (la Diarchia, come l’ha soprannominata qualcuno) hanno ben altro a cui pensare. Prendendo in mano le redini della società hanno accettato, forse a malincuore, anche gli ambiziosi target che aveva fissato Greco nel piano industriale. Che nella nuova situazione di tassi d’interesse strutturalmente bassi o negativi stanno diventando un problema di non poco conto. Gli analisti lo sanno bene visto che il titolo Generali è quello che nell’ultimo periodo ha perso di più rispetto ai più diretti concorrenti.

La ragione comincia a diventare più chiara se si sfoglia la recente relazione di Merrill Lynch, European insurance dell’11 maggio scorso. Qui si trova una figura abbastanza rara e difficile da scandagliare per chi non dispone di una folla di analisti e tempo in quantità: l’utile dei gruppi assicurativi diviso tra fee, spread e saldo della gestione tecnica (ovvero la differenza tra premi e sinistri). Le fee, ovvero le commissioni, sono quelle che si fanno sulla gestione dell’asset management (fondi d’investimento, polizze unit linked – che altro non sono che fondi travestiti da contratti assicurativi – e similari).

Lo spread è invece largamente collegato al tasso d’interesse: se, come nelle polizze vita tradizionali, io assicuratore riconosco ai clienti un certo rendimento minimo (perché ho comprato titoli, in genere di Stato), è chiaro che mi prendo una fettina di quel rendimento. Ma se i tassi scendono, il mio spread tende a ridursi drasticamente. E’ questa la big issue di Generali.

In questi anni – scrive Merrill Lynch – le compagnie hanno puntato a ridurre la quota di profitti da spread – che in questo contesto di bassi tassi tendono a ridursi, e accresciuto quella derivante da fee, che sono relativamente al riparo dai tassi calanti. Anche Generali? No, al contrario: proprio mentre gli altri big della polizza aumentavano la quota di commissioni, il Leone di Trieste andava in controtendenza: l’ex ceo Greco ha venduto parte di Banca Generali, la svizzera Bsi, e la società di riassicurazione Usa, tutte società fee based (Banca Generali, ad esempio, ha addirittura il 95 per cento degli utili da questa fonte). Al di là della questione sulla bontà o meno di Bsi, rimane il fatto che Greco ha venduto i gioielli di famiglia. Oggi Generali ha il 5 per cento di utili da fee, contro il 18 di Axa e 25 di Allianz.

Certo, Greco aveva molte buone ragioni per vendere in fretta i suoi gioielli: servivano 1,3 miliardi per acquisire da Petr Kellner il 49 per cento di Gph (la holding, del resto molto redditizia, dell’Europa dell’Est), bisognava alzare i ratio patrimoniali e ridurre il debito. E certo, sarebbe stato diverso se gli azionisti avessero messo mano al potatgfoglio, ma questo è sempre stato il punto dolente del Leone e quasi sicuramente Greco era stato chiamato con questo preciso limite: non chiedere soldi. Una prassi, del resto, che va avanti dal lontano 2001, mentre in questo periodo Axa ha fatto un aumento di capitale di 9 miliardi e Allianz di 21.

Donnet e Minali conoscono bene i problemi strutturali di Generali: troppa vita (72 per cento) e pochi danni. E, all’interno del vita, troppe polizze tradizionali (Ramo I), la cui redditività è in questo momento punita dai tassi infimi. Infine, troppo poco risparmio gestito.

Problemi che vengono da lontano, prima ancora della gestione Greco. La correzione, però, con il precedente ceo non è arrivata. Ora Donnet e Minali stanno aumentando velocemente la quota di polizze vita unit linked vendute, che secondo l’ultima trimestrale hanno trainato la raccolta. Ma un conto è correggere i flussi, un altro lo stock. Per questo ci vorranno almeno 10 anni. O forse di più.

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