Generali, perché l’uscita di Minali non sarebbe solo un assestamento

Alberto Minali (4) (Foto Giuliano Koren, Trieste) Imc

Alberto Minali (4) (Foto Giuliano Koren, Trieste) Imc

(di Angelo De Mattia – Milano Finanza)

È molto riduttivo definire, come è stato fatto, la vicenda di un’eventuale uscita di Alberto Minali (nella foto, di Giuliano Koren-Trieste) da Generali, dove ricopre la carica di direttore generale, come un assestamento finale del vertice. Altro che assestamento se a lasciare il Leone è il capo dell’esecutivo il quale non molto tempo fa era il cfo della compagnia, dotato di una non comune professionalità , assistito da una grande stima a livello internazionale e apprezzato anche nella nuova funzione. Serietà vorrebbe che, in presenza di una eventualità del genere, si approfondissero le divergenze di linee e di ruoli che certamente vi saranno: non si lascerebbe a cuor leggero o per meri puntigli una carica di vertice nella terza assicurazione europea; né è immaginabile, stante l’autonomia e la credibilità di Minali, un effetto-alone dell’uscita di Mario Greco con il quale l’attuale direttore generale aveva strettamente collaborato.

D’altro canto, mentre le cronache diffondono la notizia del possibile abbandono, altre notizie segnalano un interesse di Intesa Sanpaolo per le Generali, aggiungendovi un interesse della prima banca del Paese per l’italianità della compagnia che nel frattempo si è subito arroccata rilevando il 3% di Intesa. Dopo l’indubbio successo nella sistemazione di Rcs, sarebbe, questa, l’occasione in cui, per la sua forza, Intesa potrebbe compiere un bis in idem se solo lo volesse: ma, per ora, è inutile inoltrarsi in questi possibili sviluppi, a cominciare dalla stessa eventuale esigenza di una operazione di anticipo a difesa dell’italianità. Certo è che su questo versante, se i commentatori mettono insieme, come sta accadendo, l’ad francese di Unicredit, Jean-Pierre Mustier a capo del principale azionista di Mediobanca, a sua volta primo azionista di Generali, e i rapporti con Axa, nonché l’evocazione del movimentismo di Vincent Bolloré azionista di rilievo della stessa Mediobanca, allora sulla carta – ma per ora soltanto sulla carta – si possono dipingere scenari nei quali si potrebbe fare rientrare anche la eventuale decisione che riguarderebbe Minali, la cui uscita sarebbe comunque una perdita secca per la compagnia, anche per l’ampio consenso di cui egli gode all’interno della stessa. Altro, dunque, che valorizzazione della meritocrazia. In ogni caso, si spera che la Consob, da un lato, e l’Ivass, dall’altro, intervengano per imporre al vertice della compagnia la dovuta informazione ai mercati e al pubblico in genere.

Deve essere comunque chiaro che, re-istituita la posizione di direttore generale, questa non può essere, se così risultasse, un esclusivo nomen con contenuti parziali, anche perché un ente quale che sia dovrebbe avere tutto l’interesse a fruire dell’alta competenza e del rigore, nel caso specifico, di un personaggio qual è Minali. D’altro canto, l’ambulatorietà dei dirigenti, con il loro rinnovo a ogni mutamento della massima carica apicale, non va certo nella linea del consolidamento della coesione e del riferimento all’unitarietà delle scelte da parte dei singoli, che deve fare da supporto a indirizzi strategici non mutevoli nel breve termine e della proficuità delle interrelazioni tra dirigenti. Un tempo, ormai cancellato dalla memoria, vigeva nello statuto della compagnia la durata soltanto annuale della carica di presidente, così da offrire agli azionisti, ma soprattutto al principale di essi – Mediobanca – la possibilità di tenere sotto controllo l’esercizio della carica con la possibilità di rimozione, come poi è avvenuto in alcuni casi, dopo poco tempo. Si trattava di un aberrante unicum che doverosamente fu superato in nome del carattere triennale dell’incarico.

Si tratta, a questo punto, di verificare se, eliminato in un punto quell’unicum, non risorga in altri: non perché la compagnia con i suoi azionisti e i suoi organi non possano decidere come essi ritengano, ma perché, se ne possano poi trarre le necessarie conseguenze, in nome di quella che dovrebbe essere una più che doverosa accountability. In ogni caso, sarebbe opportuno, quali che siano i riscontri sul caso Donnet-Minali, che si rifletta approfonditamente sul rapporto Unicredit-Mediobanca-Generali. L’analisi deve considerare altresì la necessità che nei prossimi anni la partecipazione dell’istituto di Piazzetta Cuccia scenda al 10% nelle Generali; poi, si dovrà considerare gli sviluppi dell’operatività dello stesso istituto, in specie nei finanziamenti retail, al cui proposito proprio Mustier ha posto l’esigenza di un attento monitoraggio in una recente intervista.

Non di assestamento la vicenda in questione è, dunque, una manifestazione, ma sarebbe un caso, se effettivamente Minali dovesse essere costretto a uscire, di grande attenzione, sotto il profilo istituzionale, funzionale, della governance e operativo, alla condizione delle Generali. In primis, il governo, per quel che può significare un’operazione della specie, non potrebbe rimanere passivo.

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