Generali, scelta interna per il numero due

Generali - Leone alato (2) Imc

Generali - Leone alato (2) Imc

(di Fabio Massimo Signoretti – Repubblica Affari & Finanza)

Tre in corsa per la direzione generale: De Courtois, Liverani e Cirinà. Azionisti in movimento. Ecco il piano di Donnet per l’asset management: più efficienza interna e assunzione di manager con portafogli proprio per aumentare le masse

Nuovo direttore generale interno e potenziamento dell’asset management: sono queste le sfide che l’amministratore delegato di Generali, Philippe Donnet, ha davanti per sistemare la struttura manageriale del gruppo dopo l’uscita di Alberto Minali e per dare un’accelerazione alla crescita del business e dei profitti. E anche per tranquillizzare i principali azionisti privati italiani della compagnia, Lorenzo Pellicioli, Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio, che nelle ultime settimane sono intervenuti apertamente sul tema del direttore generale, tradendo qualche tensione tra di loro.

Al termine dell’assemblea che ha approvato il bilancio record 2016, Donnet ha dichiarato che la nomina di un nuovo direttore generale «non è all’ordine del giorno: ne parleremo quando sarà il momento». Sarà quindi l’ad a gestire tempi e modi dell’operazione. Ma secondo fonti finanziarie la scelta cadrà su un manager interno.

La “terna”

La rosa dei candidati sarebbe ristretta a tre: Frédéric de Courtois, francese come Donnet, ex capo di Axa in Italia e capo della Global business lines e international di Generali, Giovanni Liverani, numero uno del Leone in Germania e Luciano Cirinà, responsabile delle attività del gruppo in Europa centrale e orientale. Arrivato a Trieste a settembre 2016, de Courtois, ingegnere cinquantenne con una vita spesa in Axa, avrebbe tutti i numeri per ricoprire la carica di direttore generale. E forse, visto che Donnet lo ha fortemente voluto in Generali ed è molto apprezzato dal mercato, potrebbe anche essere il favorito. Ma fonti vicine agli azionisti sostengono che ragioni di opportunità sconsiglierebbero la nomina di un altro francese al vertice di Trieste. Già l’arrivo di Donnet, voluto dal principale azionista Mediobanca, aveva suscitato qualche clamore tra i soci privati, preoccupati dell’italianità del gruppo, che avevano chiesto e ottenuto importanti deleghe per il direttore generale italiano Minali. E probabile quindi che dopo l’addio di quest’ultimo, il rispetto degli equilibri interni faccia pendere la bilancia più verso un manager italiano. Liverani e Cirinà, del resto, hanno anche loro tutte le caratteristiche per poter aiutare Donnet a guidare la macchina Generali.

Liverani, anche lui ingegnere, è presidente e amministratore delegato di Generali Deutschland Holding dal 2015 ed è da una vita nel gruppo triestino: ha co-fondato Genertel, la compagnia online e telefonica del Leone, ed è stato responsabile regionale prima di Germania, Svizzera e Austria e poi dell’intera area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa).

Cirinà, triestino purosangue, è laureato in economia e commercio ed è in Generali dal 1989, anno in cui ha iniziato nella controllata Deutscher Lloyd a Monaco di Baviera. Già amministratore delegato di Generali Austria e numero uno della Holding viennese della compagnia, dal 2013 è a Praga ed è responsabile delle attività del Leone in Europa centrale e orientale.

Sono quindi due veterani delle Generali. che conoscono perfettamente l’azienda e sono accreditati entrambi delle caratteristiche e dello standing giusto per fare i direttori generali.

Gli azionisti

I tempi della nomina, però, non sono ancora definiti. Ma per Donnet, che sembra aver convinto tutti dopo un periodo di adattamento con qualche difficoltà con gli azionisti che gli imputavano un atteggiamento apparentemente un po’ troppo tranquillo, sarebbe comunque meglio non perdere troppo tempo. E sfruttare anche l’effetto positivo della ripresa del 30% del titolo dal giorno dell’Investor day a novembre quando delineò i programmi di crescita.

ll tema direttore generale, del resto, ha rivelato qualche mal di pancia tra i principali azionisti che comunque per adesso, contrariamente al passato, non si starebbe scaricando sul management e sull’amministratore delegato, ma sarebbe circoscritto a loro. Il primo a dar fuoco alle polveri è stato Lorenzo Pellicioli, numero uno di De Agostini che ha l’1,76% del Leone, affermando: «Il mio giudizio su Donnet è strapositivo, tocca all’ad fare una proposta su come organizzare la governance dell’azienda. Se l’ad pensa che ci debba essere un direttore generale, quando farà la proposta, valuterò». Una frase che alcuni hanno interpretato come un possibile stop alla nomina. Tanto che all’assemblea Generali che ha approvato il bilancio record 2016, Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente e azionista di Trieste con il 3,65%, ha tenuto a chiarire che la figura del direttore generale «è prevista nello statuto. È andato via un dg. è ovvio che se ne trovi un altro. Se ne parlerà quando è il momento». E Leonardo Del Vecchio, titolare attraverso la finanziaria Delfin del 3,16% del Leone, dopo aver anche fortemente polemizzato con l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, per la gestione della possibile scalata a Generali, accusandolo di essersi comportato come «un ragazzino al bar», ha affermato: «Io sono contento di questo amministratore delegato. E uno che conosce il mestiere. E una persona seria e capace e quindi sono tranquillo», ma nella questione del direttore generale, ha aggiunto, «non entro. Deve essere l’ad che decide il management che c’è sotto».

Fonti vicine agli azionisti, pur non negando momenti di tensione all’intemo del board Generali, anche per la forte personalità dei componenti, sostengono però che sull’argomento, tutti, di fatto, dicono la stessa cosa: il direttore generale ci sarà, è previsto dallo statuto, ma deve essere l’amministratore delegato a individuarlo e a proporlo agli azionisti.

L’asset management

Prima di risolvere questo nodo, giovedì 11 maggio, Donnet insieme ai conti trimestrali svelerà, come ha detto lui stesso, i dettagli del piano «per fare dell’asset management una fonte di profitto sostanziale». Secondo fonti interne, il progetto che riguarda asset totali per 530 miliardi, di cui 474 direttamente del gruppo e relativi alle riserve tecniche degli assicurati e 56 miliardi relativi a beni gestiti per conto di parti terze, si basa su due linee guida: 1) superare le inefficienze interne e allargare lo spettro di asset su cui investire; 2) creare una squadra di manager in grado di gestire al meglio non solo le riserve tecniche degli assicurati che non danno ovviamente la possibilità di essere aggressivi sul mercato cercando di spuntare più alti rendimenti, ma anche i beni che il Leone ha per conto terzi: e questo anche assumendo nuovi asset manager con un portafoglio proprio per aumentare la massa critica. Il piano per ora non prevede acquisizioni. In futuro però non sono escluse visto che Donnet ha dichiarato che «valuteremo possibili operazioni di M&A per rafforzare la nostra strategia». Esclusa l’ipotesi di un eventuale scorporo per una successiva quotazione delle attività di asset management.

Il progetto dovrebbe mettere Generali al passo con gli altri grandi gruppi che hanno iniziato a sviluppare la gestione degli asset detenuti per conto terzi già da 6-7 anni. Ma a Trieste sono convinti che ci sia spazio e che il mercato non sia affatto tutto occupato: «In Italia la differenza tra premi liquidati e nuovi premi è sempre in crescita», dicono ai piani alti del Leone, confidando molto nelle qualità del nuovo chief investment officer, Timothy Ryan, portato anche lui da Donnet a Trieste dopo esperienze di livello in Axa e in AllianceBernstein, che ha sempre fatto gestione di grandi portafogli. E il tutto ovviamente senza perdere di vista la massimizzazione dei ritorni nella gestione degli asset degli assicurati.

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