Greco e gli azionisti Generali, il grande freddo durato 8 mesi

Mario Greco (9) (Foto Giuliano Koren - Trieste) Imc

Mario Greco (9) (Foto Giuliano Koren - Trieste) Imc

(di Giovanni Pons – Repubblica Affari & Finanza)

Una spaccatura profonda divide i grandi soci del Leone: da una parte Del Vecchio e Caltagirone, che hanno sostenuto fino in fondo il Ceo, dall’altra Mediobanca con il gruppo De Agostini. Per il prossimo triennio decisioni importanti da prendere entro febbraio

Per tre anni si è pensato che Generali fosse tornata alla normalità. Dopo gli scontri degli anni Duemila che avevano portato all’uscita di Gianfranco Gutty e poi di Antoine Bemheim, Cesare Geronzi e Giovanni Perissinotto, e destabilizzato anche il vertice del principale azionista Mediobanca con le dimissioni anticipate di Vincenzo Maranghi, l’arrivo nell’agosto 2012 di Mario Greco (nella foto, di Giuliano Koren – Trieste), un manager del settore, portato in palmo di mano dai grandi azionisti, aveva fatto pensare che l’era degli scossoni fosse alle spalle.

E invece non era così, come dimostrano gli avvenimenti di questi giorni. Greco non sarà il capoazienda di Generali nel prossimo triennio, essendosi dichiarato indisponibile e avendo accettato le avances del gruppo Zurich, il suo ex datore di lavoro, rimasto orfano agli inizi di dicembre del numero uno Martin Senn. L’addio di Greco non è stato però indolore, in quanto provocato da contrasti e incomprensioni con alcuni dei soci che l’avevano catapultato al vertice, cioè Mediobanca e De Agostini, criticità emerse negli ultimi otto mesi ma che probabilmente covavano da un po’ di tempo. Non è un caso, infatti, che Greco nella sua lettera di saluto al cda del 26 gennaio scorso, ringrazi «per l’opportunità che mi è stata offerta particolarmente l’Ing. Caltagirone e il Cav. Del Vecchio, che mi contattarono per primi e che mi hanno sempre sostenuto durante questi anni». Mentre invece, in un passaggio precedente, Greco faceva riferimento a «diversi incontri con alcuni azionisti, con l’obbiettivo di considerare un possibile rinnovo del mio incarico come ad per un altro triennio. Durante questi incontri, purtroppo, la difficoltà di arrivare a una visione condivisa del mio ruolo in azienda nei prossimi anni è emersa in modo molto chiaro. Ne è evidenza anche solo il fatto che il processo sia durato così tanto tempo, e che sia stato completamente improduttivo».

Capire cosa sia successo veramente è compito arduo, poiché le versioni raccontate dai diretti protagonisti, in pubblico e in privato, divergono radicalmente. E ovviamente ciascuno da la colpa all’altro, come nelle migliori famiglie. Ma nell’ambito del preambolo vale la pena ricordare che nel corso del 2013 Alberto Nagel dal pulpito Mediobanca e Greco da quello Generali, hanno il merito di aver avviato un processo di smantellamento di quelli che fino a poco tempo fa erano considerati i salotti buoni della finanza italiana. I patti di sindacato di Rcs, Pirelli, Gemina, l’accrocchio che controllava Telecom e gli incroci societari che ne derivavano sono stati progressivamente sciolti e la spinta propulsiva in questa direzione è arrivata da Greco e Nagel che non molto tempo fa viaggiavano a braccetto. «Siamo anche usciti da più di 20 “partecipazioni finanziarie strategiche” riportando al centro dell’attività dì Generali il business assicurativo come sempre sarebbe dovuto essere», ha scritto il group ceo del Leone nella sua missiva. E nel suo impeto di razionalizzazione e ritomo al core business Greco ha sempre fatto capire di non voler accettare inutili compromessi. La “quasi” azione di responsabilità verso il precedente consiglio di amministrazione per alcune operazioni non proprio specchiate condotte dalla gestione Perissinotto ma con l’avallo dei consiglieri di allora, ha portato a qualche incrinatura. Lorenzo Pellicioli, per esempio, consigliere di Generali da quando nel 2006 De Agostini vendette la Toro proprio a Trieste e poi vi investì parte dei lauti proventi, è stato l’unico a votare contro l’azione legale promossa da Greco nei confronti di Perissinotto e dell’ex direttore generale Raffaele Agrusti. L’opera di pulizia delle partecipazioni effettuata dal manager napoletano, classe 1959, con una spasmodica passione per la bicicletta, ha permesso nell’arco di soli due anni di riportare il Solvency Ratio oltre il 160%, di rimborsare 2,5 miliardi di debiti e far lievitare il Roe operativo al 13%. Di tutto ciò Mediobanca ha beneficiato in termini di incasso di dividendi, essendo da molti anni il primo azionista di Trieste con una partecipazione del 13,5%. La spigolosità e l’autonomia di Greco, però, hanno fatto sì che il flusso di commissioni da Generali a Mediobanca diminuisse rispetto al passato e soprattutto è finita l’era della sudditanza psicologica della cassaforte d’Italia verso i registi di piazzetta Cuccia.

Dietro le quinte, poi, aleggiava l’annoso tema su che che cosa deve e può fare Generali da grande. Può il Leone di Trieste diventare un player delle dimensioni di Allianz o Axa? Oppure rischia di essere fagocitata da uno di questi due grandi gruppi? Secondo Greco Generali aveva ancora molto spazio per crescere in redditività, tanto è vero che nel piano industriale al 2018 aveva inserito 7 miliardi di free cash flow e 5 miliardi dividendi per gli azionisti. L’idea di fare una acquisizione di peso, magari non in Europa, può essergli venuta ma è chiaro che la diluizione del controllo della prima compagnia assicurativa italiana è un tema che non può essere sottovalutato.

In questo quadro, nel maggio 2015, con il nuovo piano industriale approvato da tutti gli azionisti, è maturata la clamorosa rottura. Greco assicura di non aver mai chiesto un rinnovo con un anno di anticipo, Pellicioli dice di aver introdotto il tema proprio perché così ci sarebbe stata chiarezza su chi avrebbe implementato il piano al 2018. Tuttavia Greco si è sentito offeso e azzoppato dell’iniziale proposta di rinnovo per un triennio ma con annuncio del suo successore a metà mandato. Si è sentito delegittimato e una proposta di questo tenore dimostra come alcuni azionisti, cioè Mediobanca e De Agostini, non volevano un vero rinnovo. In realtà lo consideravano vecchio e volevano riprendere in mano le redini della compagnia.

Pellicioli dal canto suo sostiene che l’ipotesi di un rinnovo triennale è durata l’espace d’un matin e che consensualmente si è cominciato a discutere di due mandati triennali alla fine dei quali Greco avrebbe individuato due manager interni che avrebbero potuto prendere il suo posto. Fatto sta che i colloqui sono andati per le lunghe, tra settembre e ottobre si era ancora fermi al punto di partenza. Difficile dire se era Greco che prendeva tempo in vista di altri movimenti che annusava nelle assicurazioni europee, oppure se i “termsheet” proposti da Pellicioli contenessero sempre clausole mortificanti per il manager che non sentiva più la fiducia dei propri azionisti forti. Greco va anche a parlare con Marco Drago, patron della De Agostini, per capire se ha ancora la sua fiducia al di là delle incomprensioni con Pellicioli. Il primo dicembre accade il fatto decisivo: Martin Senn viene licenziato dalla Zurich e la compagnia svizzera comincia a corteggiare pesantemente il numero uno di Generali. A questo punto i soci forti di Trieste cominciano a temere l’uscita di Greco e stringono per la firma del contratto. Un primo incontro si svolge intorno al 10 dicembre a Roma nella sede di Mediobanca e alla presenza di Caltagirone dove tutto sembra filare liscio. E un secondo, dopo le vacanze, in piazzetta Cuccia tra Greco, Nagel e Clemente Rebecchini (consigliere Generali) nel quale si conviene di tradurre l’ultimo termsheet in contratto da portare in cda. Poi il meeting di Davos, in Svizzera, cambia le cose. Probabilmente l’offerta di Zurigo si è fatta assai allettante, a 56 anni Greco ha l’opportunità di compiere una nuova ristrutturazione di una compagnia che capitalizza 14 miliardi in più di Generali e soprattutto senza azionisti forti tra i piedi visto che si tratta di una public company. E magari, dalla tolda di comando di quella nuova corazzata rimessa in corsa, potrebbe togliersi lo sfizio di mettere Generali nel mirino. Così, il 26 gennaio, Greco decide di trasferirsi nuovamente a Zurigo e di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Lasciando spiazzati Mediobanca, De Agostini, Caltagirone e Del Vecchio che non hanno un sostituto pronto a prendere il timone di Generali.

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