I tassi bassi frenano le pensioni, per il rendimento occorre osare

Tassi interesse - Calcolatrice Imc

Tassi interesse - Calcolatrice Imc

(di Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza)

Colpiti i fondi a prestazione definita dove sono le aziende ad accantonare risorse. Si fanno strada schemi a contribuzione con il rischio a carico del lavoratore

Il basso livello dei tassi d’interesse colpisce due volte i fondi pensione a prestazione definita, quelli dove sono le aziende ad accantonare risorse per pagare pensioni di importo predefinito ai propri dipendenti: riduce i rendimenti degli attivi investiti e aumenta il valore attuale delle passività, le prestazioni promesse. Così, negli schemi pensionistici a prestazione definita inglesi, il funding ratio, il rapporto tra il valore degli attivi e il valore delle passività attese, è risalito in novembre all’88,1% dopo essere precipitato sotto la soglia dell’80% in estate; il gap dei 100 maggiori schemi pensionistici aziendali Usa, misurato dal Milliman 100 Pension Funding Index, si collocava, a fine ottobre, al 77,3%.

Non stupisce, allora, che questi fondi vengano progressivamente sostituiti da schemi pensionistici a contribuzione definita, dove il rischio è a carico del lavoratore, si riceve una pensione commisurata ai contributi versati.

In realtà il rischio di «funding», di versare contributi troppo bassi, esiste anche per la pensione pubblica, che pure si basa su un sistema contributivo definito nozionale, i contributi versati sono rivalutati in base alla variazione media quinquennale del Pil nominale. I calcoli della Ragioneria generale dello Stato ci dicono che, almeno per i lavoratori dipendenti, il tasso di sostituzione, il rapporto tra pensione e ultima retribuzione, soprattutto se calcolato al netto delle imposte, sarà sufficientemente elevato.

Chi andrà in pensione nel 2050 o 2060 riceverà una pensione superiore all’80% dell’ultimo stipendio, ma a condizione che inizi a lavorare a 30 anni, che la contribuzione sia continuativa e che il Pil cresca. Un «buco» contributivo ha pesanti effetti, a un lavoratore con una storia contributiva relativamente breve, per ricevere la pensione pubblica occorrono almeno 20 anni di contributi che determinino una pensione attesa superiore a una volta e mezza l’assegno sociale, è esposto al rischio di povertà. Per integrare la pensione pubblica si può ricorrere a fondi pensione e Pip, ma si tratta ancora di schemi a contribuzione definita, nei quali, in aggiunta al rischio di sottofinanziamento, si è esposti anche all’andamento dei mercati finanziari. Per di più il processo di collocamento di questi strumenti, come ricorda un paper di Blake, Cairns e Dowd, datato 2009, ma ancora attuale, è disegnato all’incontrario, dall’inizio alla fine: si comincia dal chiedere «Quanto vorrebbe versare nel suo fondo pensione?», invece di partire dal gap pensionistico da colmare. Bisognerebbe ispirarsi ai viaggi aerei, scrivevano i tre accademici: il passeggero si limita a indicare la destinazione e ad allacciare le cinture di sicurezza una volta a bordo; a garantire un volo sicuro, a definire la rotta, quale aeromobile adoperare e quanto carburante imbarcare ci pensa la compagnia aerea. E’ il tema del «carburante» è quanto mai importante.

Dovrebbero ricorrere alla previdenza integrativa soprattutto i lavoratori entrati tardi nel mondo del lavoro, sottopagati o dalla carriera frammentata, ovvero proprio i soggetti che dispongono di basse risorse finanziarie. E allora la risposta principale al problema della pensione, pubblica o privata, va cercata altrove, come indicava l’Ocse nella sezione dedicata all’Italia del suo Pensions at a Glance 2015: «Mentre l’aumento dell’età pensionabile e il più stretto legame tra contributi e reddito da pensione hanno senza dubbio rafforzato la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, l’obiettivo finale da un punto di vista sociale ed economico deve essere quello di promuovere carriere complete e di maggior durata».

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