I veri motivi delle dimissioni di Greco e il futuro delle Generali

Investor Day 2013 - Mario Greco (Foto Piranha Photography) Imc

Investor Day 2013 - Mario Greco (Foto Piranha Photography) Imc

(di Claudio Gatti – Il Sole 24 Ore)

Dall’ipotesi di fusione con Zurich (impraticabile) all’espansione vista con preoccupazione dagli investitori italiani. Nella primavera scorsa la proposta a Greco di un mandato per i successivi tre anni. Poi la clausola che non prevede il rinnovo del mandato fa saltare l’accordo. L’ex ceo aveva fatto chiaramente capire di avere una visione dell’azienda che la portava a una forte espansione senza tener conto dei voleri degli azionisti di controllo. Il ruolo di Mediobanca: Piazzetta Cuccia può spingere per una modifica dello statuto che affidi al cda uscente il compito di formulare le raccomandazioni per la prossima lista

Che l’uscita di Mario Greco (nella foto, di Piranha Photography) da Generali abbia spiazzato molti è dimostrato dal fatto che a Trieste siano rimasti senza amministratore delegato. Ma tutto si può dire, eccetto che fosse imprevedibile.

Al contrario, chi era a conoscenza delle dinamiche interne al Leone non poteva non aspettarsela. Il primo, o più immediato, motivo della rottura è stato il deterioramento del già difficile rapporto tra Mario Greco e Lorenzo Pellicioli. I due sono molto diversi per stile di vita e per stile manageriale. Nella vita privata Greco non frequenta salotti, passando i weekend con sua moglie fuori da tutti i giri mondani, e in quella professionale, dopo aver completato un master in America e iniziato la carriera come consulente di McKinsey, si è affermato senza mai guardare in faccia nessuno. Pellicioli invece ha una rete di conoscenze senza eguali, e ha iniziato la carriera come giornalista, diventando poi una star del capitalismo relazionale italiano con la vendita di Seat-Pagine Gialle alla Telecom. In quella grande abbuffata, lui, che era presidente di Seat, ha incassato 168 miliardi di lire, Roberto Colaninno, che era presidente di Telecom, ha ottenuto una plusvalenza di 240 miliardi assieme ai suoi soci in Hopa e la famiglia Boroli-Drago, proprietaria di De Agostini e azionista di Seat, ha guadagnato oltre 3mila miliardi.

Le differenze di stile

Le differenze di stile sono esplose nel momento in cui Pellicioli, da consigliere e membro del Comitato remunerazione e del Comitato nomine di Generali, ha preso in mano il dossier del rinnovo di Greco, il cui mandato di Ad sarebbe dovuto scadere nell’aprile di quest’anno.

La saga è cominciata alla fine della primavera scorsa, in un momento in cui nessuno avrebbe mai potuto immaginare che Zurich avrebbe defenestrato il suo Ceo creando una poltrona appetibile per Greco. A il Sole 24 Ore risulta che sia allora che Pellicioli proponga per la prima volta un rinnovo di tre anni, accompagnato da un ricco pacchetto di azioni. Sembra un buon avvio di trattativa. Se non per un dettaglio: allo scadere dei tre anni la proposta non prevede un possibile, ulteriore rinnovo bensì l’impegno di Greco a trovare un successore. In altre parole è un mandato a termine.

A metà settembre, sempre secondo la nostra ricostruzione, questo scenario viene rinforzato quando Pellicioli propone l’introduzione di un limite d’età di 60 anni per l’Ad, quanti ne avrebbe avuti Greco dopo quei tre anni. A Greco viene naturale interpretarla come una clausola ad personam. E respingere l’offerta.

La frattura diventa a quel punto insanabile. Greco si convince che il piano di Pellicioli non sia tanto quello di cacciarlo quanto di spingerlo a dimettersi. Visti i risultati della sua gestione, il mercato non avrebbe apprezzato una defenestrazione dell’Ad e una sua scelta di andarsene sarebbe stata meno difficile da gestire per Generali. Questa convinzione porta Greco a rigettare ogni offerta ricevuta dall’autunno in poi. Fino poi a negoziare il passaggio al vertice di Zurich.

D’altra parte, Pellicioli vive il tutto come un crescendo di frustrazione, disappunto e irritazione. La goccia che fa traboccare il vaso è l’articolo pubblicato il 23 novembre da Repubblica in cui si rende nota la sua proposta (a quel punto da lui già ritirata) del limite d’età e lo si accusa di avere “di fatto messo Greco dinanzi alla scelta se restare o meno a Trieste solo per altri tre anni”. Da allora il consigliere fa chiaramente capire ai suoi interlocutori aziendali che se Greco dovesse decidere di andarsene per lui non sarebbe un problema.

Per lui forse no, ma per la società era chiaro che lo sarebbe stato. Eppure nessuno fa scattare l’allarme. A il Sole 24 Ore risulta che da ottobre fino all’annuncio delle dimissioni dell’Ad il Presidente Galateri non abbia mai convocato una riunione straordinaria del consiglio. Né c’è mai stata una riunione del Comitato Remunerazione o del Comitato Nomine che discutesse del rinnovo del mandato a Greco.

Con il passare del tempo le offerte all’Ad diventano sempre più economicamente allettanti. Nessuno capisce però che a quel punto non è solo una questione di denaro, ma anche di fiducia. E tra i due uomini forti di Generali, Greco e Pellicioli, la fiducia, scarsa sin dall’inizio, si è completamente dissolta.

Ma dietro all’uscita di Greco – e le tensioni tra l’Ad e Pellicioli – non sono state solo incompatibilità personali. Le divergenze sul piano professionale sono forse state ancora più intense.

Le divergenze professionali

Con il predecessore di Greco, l’Ad Giovanni Perissinotto, e il suo braccio destro operativo, il direttore finanziario Raffaele Agrusti, Pellicioli si era trovato in piena sintonia dai giorni in cui era riuscito a convincere il primo ad acquistare Toro, la società di assicurazione del Gruppo De Agostini, di cui Pellicioli era top manager, valutandola ben 3,8 miliardi.

Dopo aver speso 800 milioni in poco più di tre anni, grazie a Pellicioli, De Agostini aveva così portato a casa oltre 2,1 miliardi mentre Generali aveva comprato una società assicurativa che solo un anno prima avrebbe potuto rilevare risparmiando almeno un miliardo.

Da allora l’intesa sia con Perissinotto sia con Agrusti era stata completa. E per il gruppo De Agostini, che con l’operazione Toro era entrato nell’azionariato di Generali, il top management del Leone aveva sempre avuto un occhio di riguardo. Lo attesta un documento di cui Il Sole 24 Ore è entrato in possesso. Ci riferiamo alla “Relazione sugli investimenti indiretti” inviata nel giugno 2013 alla Consob in cui si elencano gli investimenti fatti da Generali con il gruppo De Agostini e si registrano impegni a investire (i cosiddetti commitment) che, tra novembre 2006 e giugno 2013, raggiungono 310,1 milioni.

Da questo documento emergono una serie di dettagli estremamente interessanti. A partire da un insolito accordo siglato da Perissinotto all’indomani dell’acquisto di Toro. Ecco cosa si legge nel documento: «Il 15 novembre 2006, De Agostini S.p.A., da un lato, e Toro Assicurazioni… e Assicurazioni Generali (per riconoscimento e presa d’atto, nelle persone dell’Amministratore Delegato,  dott. Giovanni Perissinotto…) dall’altro lato, hanno stipulato una scrittura privata ai sensi della quale Toro, che in base a precedenti accordi si era impegnata a sottoscrivere quote di fondi De Agostini, ha assunto l’impegno a sottoscrivere in quote di un fondo di fondi… Alla luce di tale scrittura privata, il 29 novembre 2006… Toro (a questo punto controllata da Generali, NdR) ha sottoscritto un accordo quadro che prevede la sottoscrizione di quote di IDeA I Fund of Funds per € 130 milioni».

In pratica, con questa scrittura privata, Perissinotto si faceva carico di impegni di investimenti su fondi creati dal gruppo De Agostini che Toro aveva preso quando era controllata da De Agostini. «Con il fondo dei fondi la scelta non aveva alcun senso», fa notare un analista che chiede l’anonimato. «Perché mai un gigante finanziario avrebbe dovuto pagare una commissione a una pulce quale IDeA per farsi selezionare i fondi in cui investire?».

A non potersi lamentare erano invece Pellicioli e il Gruppo De Agostini, visto che, sulla base dell’impegno preso con quella scrittura privata, Generali avrebbe continuato a investire nei fondi IDeA.

La Relazione ha portato all’attenzione della Consob altre questioni: «L’investimento nel fondo IDeA Efficienza Energetica e Sviluppo Sostenibile è stato posto in essere il 20 luglio 2011… Nell’attività istruttoria dell’investimento è stata valutata la potenziale configurabilità dell’operazione come operazione con parte correlata (quindi con potenziale conflitto d’interesse, NdR). A tal fine sono stati contattati gli uffici del Consigliere Pellicioli, che hanno confermato per le vie brevi la non soggezione del fondo e della relativa società di gestione, IDeA Capital Funds SGR S.p.A., a controllo o a influenza notevole da parte dell’Amministratore e che, pertanto, tali entità non apparivano nell’elenco delle parti correlate dal medesimo comunicate. Alla luce delle verifiche svolte, la Società non ha applicato la procedura in materia di operazioni con parti correlate vigente».

In soldoni, a qualcuno in Generali era venuto il dubbio che un investimento in un fondo legato a De Agostini dovesse essere trattato come “operazione con parti correlate” per via dei rapporti che l’allora consigliere Pellicioli aveva con De Agostini. In questo caso, l’affare sarebbe dovuto essere sottoposto all’apposito Comitato incaricato di vigilare su queste operazioni. Ma il consigliere Pellicioli aveva fatto sapere che non c’erano problemi e l’operazione era stata portata a termine.

Lo stesso era successo con un altro investimento in un fondo, l’Atlantic Value Added Fund, gestito dalla Sgr legata al gruppo De Agostini IDeA Fimit Sgr. Secondo la Relazione alla Consob, “IDeA Fimit Sgr S.p.A. non era inclusa (né lo è oggi) nell’elenco delle parti correlate”.

Il consigliere Pellicioli aveva insomma ancora sostenuto di non aver avuto “correlazioni”. Eppure i suoi legami con i fondi IDeA erano consistenti. Nel 2011, quando Generali fece quegli investimenti, Pellicioli era Direttore generale di DEA Partecipazioni S.P.A., Presidente del Cda di Dea Capital Spa e membro del Comitato esecutivo della loro capogruppo, la De Agostini Spa.

Il Sole 24 Ore ha contattato Lorenzo Pellicioli per un chiarimento ma ha ricevuto solo un suo “no comment”.

Un ultimo dettaglio su questo fronte: tra i vari fondi gruppo IDeA in cui Generali aveva investito c’era anche l’Opportunity Fund I, le cui risorse erano finite nel capitale di Telit, un gruppo societario in cui lo stesso direttore finanziario di Generali Raffaele Agrusti era stato consigliere.

La gestione precedente

Non a caso, tra Pellicioli e Greco c’è stato un durissimo scontro su come il Leone avrebbe dovuto comportarsi nei confronti dei due top manager della gestione precedente, Perissinotto e Agrusti. Supportato dei pareri legali, Greco voleva che la società facesse loro causa per abuso dei poteri. Pellicioli era invece assolutamente contrario. Così contrario da essere l’unico consigliere a opporsi nel Cda del febbraio 2014. «Pellicioli ha difeso Perissinotto, e ancor più Agrusti, fino all’ultimo», ci dice una persona informata che chiede l’anonimato. «E non ha mai perdonato Greco di aver spinto il Cda a fare causa».

Con l’arrivo di Greco prima, e con quello del Chief Investment Officer Nikhil Srinivasan poi, Generali ha chiuso con investimenti quali quelli sui fondi IDeA. Non solo, è stato creato un apposito “portafoglio legacy”, in cui sono stati stipati tutti gli investimenti dell’era Perissinotto-Agrusti i cui rendimenti erano ritenuti insoddisfacenti con l’intenzione di vendere quanto prima possibile.

Nell’era Greco le cose non sono andate meglio per Mediobanca, l’azionista di maggioranza relativa. Durante la sua gestione sono infatti saltati certi automatismi che portavano ad affidare a Piazzetta Cuccia i mandati per quasi tutte legrandi operazioni finanziarie di Trieste. Tant’è che da tempo a Piazzetta Cuccia circola la voce che l’Ad Alberto Nagel si lamenta di non avere avuto abbastanza business da Greco.

Insomma sarebbe un errore pensare che Pellicioli, possa aver spinto Greco a prendere la strada per Zurigo da solo e senza l’appoggio di Mediobanca. E forse anche di Vincent Bolloré, che con il suo quasi 8% di quote è ormai il vero azionista forte della banca d’affari milanese e da tempo si dice abbia mire su Generali.

Premesso che qualsiasi azionista di controllo ha il diritto di cambiare management, riteniamo essenziale oggi capirne le ragioni. Irritazione sui mandati a parte, che motivi poteva avere Piazzetta Cuccia per spinger fuori il manager che aveva condotto Generali sulla strada del risanamento, accrescendone significativamente il valore sul mercato?

Il passato e il futuro

Un primo possibile motivo ha a che vedere con il passato, un secondo con il futuro. Il primo riguarda le intenzioni strategiche di Greco. L’ex Ceo aveva fatto chiaramente capire di avere una visione dell’azienda che lo portava a pensare a una sua forte espansione senza tener conto dei voleri degli azionisti di controllo. Per esempio a il Sole 24 Ore risulta che a partire dalla fine del 2013 abbia cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare acquisizioni importanti o addirittura fondere Generali con un’altra compagnia internazionale.

Nell’estate del 2013, la stessa Zurich aveva simultaneamente perso il suo Cfo, Pierre Wauthier, che si era suicidato, e il suo chairman, Josef Ackermann, che era stato costretto alle dimissioni dopo che era stato reso pubblico il contenuto della lettera nella quale il Cfo lo accusava di averlo spinto al suicidio.

Con Zurich in un momento di grande debolezza manageriale, Greco pensa a un’ipotesi di fusione. In linea di principio, e in termini di valore, il piano avrebbe avuto senso: Generali e Zurich avevano punti di forza in segmenti diversi, rispettivamente vita e auto, e il mercato avrebbe potuto apprezzare la complementarità e le sinergie. I potenziali benefici di quel piano non sarebbero stati solo per gli azionisti minori, i cui titoli si poteva immaginare sarebbero aumentati di valore. Ma anche per Greco, che a quel punto sarebbe potuto diventare l’Ad di un colosso assicurativo mondiale con una proprietà diluita sul mercato, quindi senza azionisti invadenti quali erano ai suoi occhi Mediobanca e Pellicioli/De Agostini. Per questo esatto motivo, il piano di espansione di Greco non poteva però piacere a quegli azionisti che avrebbero perso il peso avuto su Trieste.

L’idea della fusione con Zurich

L’idea di una fusione con Zurich si dimostrò presto impraticabile anche per motivi tecnici (soprattutto per le diverse situazioni regolatorie). Ma a quel punto Mediobanca e Pellicioli capirono che l’obiettivo strategico di Greco era di espandere la società, con la conseguenza di diluire le quote degli azionisti italiani. E ne furono profondamente preoccupati. Quella stessa preoccupazione era peraltro condivisa anche dal Governo, a cui non poteva piacere l’idea di di una possibile fuoriuscita del gigante assicurativo dalla sfera d’influenza italiana.

Il controllo di Generali è al centro anche dell’altro motivo per il quale l’uscita di Greco risulta funzionale agli interessi di Mediobanca. Dopo anni di rinvii, per far fronte ai requisiti di capitalizzazione previsti dagli accordi di Basilea 3, a giugno di quest’anno Mediobanca dovrebbe dismettere parte della sua quota in Generali, scendendo dal 13 al 10 per cento. Quando questo accadrà, il nocciolo degli azionisti che storicamente ha stilato la lista di maggioranza ed è stato sempre guidato da Piazzetta Cuccia perderà la maggioranza e quindi la capacità di nominare la lista del Cda. Lo potrà fare per l’ultima volta in occasione del rinnovo del Consiglio previsto il prossimo aprile. Dopodiché saranno i fondi istituzionali ad avere la maggioranza e quindi spetterà a loro la nomina della lista di maggioranza del Cda.

Mediobanca ha un solo modo per cercare di mantenere il controllo di Generali dopo aprile: spingere per una modifica dello statuto che affidi al Cda uscente, nato dalla lista preparata a Piazzetta Cuccia, il compito di formulare le raccomandazioni per una nuova lista popolata da figure devote, o non ostili, alla banca d’affari milanese.

Tempistica a parte, in linea di principio la mossa può apparire ragionevole. Ma per avere l’effetto desiderato, il mantenimento di un potere d’influenza nonostante il ridimensionamento azionario, ha bisogno che non via sia un Ceo troppo forte. La dipartita di Mario Greco rende indubbiamente questo disegno meno arduo da realizzare. Tra l’altro, senza Greco diventerebbe anche più facile un’ipotetica scalata francese teleguidata da Bolloré.

Considerato tutto, l’uscita di Greco era insomma quasi inevitabile.

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