Il bilancio del sistema previdenziale italiano

Analisi bilancio (3) ImcPresentato il 24 giugno a Roma il nuovo rapporto curato dal CTS di Itinerari Previdenziali

Lo scorso 24 giugno è stato presentato presso la Camera dei Deputati il primo rapporto dell’anno 2014 Il bilancio previdenziale italiano – Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza a cura del Comitato Tecnico Scientifico di Itinerari Previdenziali.

Proviamo qui, in questo primo intervento di commento, a delineare in linea di massima quali sono gli esiti di tale indagine, ripromettendoci sin d’ora di focalizzare l’attenzione nei prossimi giorni sui singoli aspetti di dettaglio e rimandando per gli approfondimenti del caso al testo del rapporto stesso.

Le riforme degli ultimi venti anni ed, in dettaglio, la previsione dei due noti stabilizzatori automatici della spesa previdenziale (età pensionabile e coefficienti di trasformazione parametrati alla speranza di vita) dovrebbero garantire una buona sostenibilità economica dell’intero impianto, salvo, naturalmente, che la situazione macroeconomica del Paese non degeneri a tal punto da aumentare ulteriormente, in maniera sensibile, il tasso di disoccupazione esistente (già di per sé allarmante, soprattutto se si guardi alle generazioni più giovani; dato che – in termini generali – si avvicina drasticamente al 50% e in alcune Regioni ha già visto superato tale poco ambito traguardo).

Se tutto andrà per il verso giusto, quindi, il rapporto tra spesa pubblica e PIL (nel 2012 pari a 13,5%) dovrebbe progressivamente ridursi. Il miglioramento non sarà, però, nell’immediato, nei termini annunciati dal governo Monti all’indomani della nota manovra “Salva Italia“. Tale promessa di risparmio non teneva, infatti, conto del numero reale dei c.d. esodati che si sono, sin qui, salvaguardati e che di quelli che sono ancora privi di tutela e per cui si dovrà, ragionevolmente, intervenire.

Data per buona la tenuta pro futuro complessiva del sistema, data la progressiva entrata a regime del metodo di calcolo contributivo puro e gli effetti che gli “stabilizzatori” di cui sopra produrrano sull’intero sistema pensionistico, proviamo a leggere i dati ad oggi della previdenza italiana.

La spesa complessiva per pensioni (al netto della gestione assistenziale e per prestazioni temporanee) si è attestata nel 2012 a 211.103 milioni di Euro. Il dato fortemente negativo è che le spese sono di gran lunga superiori alle entrate, che sono state pari 190.404 milioni di Euro (dato, questo, al netto dell’apporto statale per le gestioni dei dipendenti pubblici).

Il disavanzo per il 2012 si attesta, pertanto, intorno ai 20,7 miliardi di Euro (+26,8% rispetto all’anno 2011).

Si badi, poi, che tale dato è edulcorato dai saldi attivi della Gestione lavoratori subordinati (circa + 7 miliardi nel 2012) e dalle Gestioni delle Casse dei Liberi Professionisti (circa + 3,1 miliardi nello stesso anno). Diversamente, quindi, il dato complessivo di disavanzo sarebbe passato da – 20,7 miliardi ad un ben peggiore – 30,7 miliardi.

Attenzione, però, che le spese poc’anzi descritte sono al lordo del carico fiscale che produce un flusso di ritorno per le casse dello stato. Nel 2012, a fronte delle prestazioni rese per 211 miliardi di Euro, il ritorno fiscale in termini di Irpef è stato pari a 45,9 miliardi. Quindi, a conti fatti, il totale di spesa è stato nel complesso pari a 165 miliardi di Euro.

Se il dato, da un lato, ci conforta e ci fa dire che nel complesso la situazione non è poi così tragica, dall’altro, va detto che il peso dell’Irpef ricade solo su una piccola fetta di pensionati. Sul totale delle pensioni pagate, circa 23 milioni e mezzo, quasi 9 milioni sono di natura assistenziale e, in quanto tali, non sopportano l’applicazione dell’imposta sulle persone fisiche. I dati ci dicono, quindi, che circa il 50% dei 45,9 miliardi di Irpef poc’anzi detti, vengono corrisposti all’erario da parte di meno di 2 milioni di pensionati (con importi medi di pensione annua lorda superiore a 20 mila Euro) dei 16,5 milioni presenti in Italia. Dato, questo, che dimostra l’iniquità del sistema.

Da ultimo, proprio per il volume di prestazioni di natura assistenziale che vengono attualmente erogate (precisamente 8.762.164 per il 2012) sarebbe forse il caso di rivedere e riclassificare correttamente tale voce non, come sin qui fatto, all’interno della spesa per pensioni, bensì sotto il campo sostegno alla famiglia (SESPROS) o esclusione sociale (EUROSTAT) e, per quanto attiene, alla parte di prestazioni rese per assegni familiari e per prepensionamenti, ricollocarli rispettivamente alle caselle sostegno alla famiglia e disoccupazione e sostegno al reddito.

Perché tutto questo? Per evitare di camuffare alla voce pensione, prestazioni che di pensionistico non hanno nulla oltre che per non falsare il quadro e poter ottenere una corretta comparazione con le altre realtà nazionali, stando ai dati l’Italia – a differenza di quanto detto – appare come uno dei Paesi che spende maggiormente in pensioni, mentre non investe nulla in sostegno alla famiglia al reddito.

Autore: Alessandro Bugli – Il Punto, Giornata Nazionale della Previdenza (Articolo originale)

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