Il cantiere delle pensioni

Cantiere - Lavori in corso Imc

Cantiere - Lavori in corso Imc(di Luisa Leone – Milano Finanza)

Al rientro dalla pausa estiva il governo dovrà sbrogliare la matassa, dalla flessibilità in uscita alla riforma dei fondi, fino alla fiscalità del comparto. Che cosa bolle nella pentola della Stabilità 2016

Il cantiere-pensioni in Italia è sempre aperto. E così, anche con la stagione estiva, nonostante caldo torrido e vacanze, il dibattito sulla riforma della previdenza rimane un must. Un po’ perché interessa moltissimi italiani, un po’ perché da decenni ormai la politica non cessa di sfornare novità sulla materia, l’ultima delle quali potrebbe arrivare con la prossima legge di Stabilità 2016.

D’altronde non c’è da sorprendersi, visto che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha già pronto un suo progetto di riforma, che ha esposto per sommi capi al Parlamento lo scorso 8 luglio in occasione della sua relazione annuale davanti alle Camere. Senza contare che nei mesi scorsi sia il titolare del Lavoro, Giuliano Poletti, che quello dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno sempre rimandato la discussione sulla flessibilità del sistema pensionistico all’autunno, proprio con la legge di Stabilità. Bisognerà ora capire se e come questo provvedimento si incrocerà con gli altri interventi allo studio, a partire da quello sui fondi pensione. Proprio pochi giorni prima della pausa estiva, infatti, alla Camera è stato approvato un emendamento al disegno di legge sulla Concorrenza che elimina la portabilità completa dei fondi pensione, prima prevista dall’articolo 15. Il provvedimento dovrà passare ancora al vaglio dell’Aula di Montecitorio e poi a quello del Senato, ma per ora si prevede l’apertura di un tavolo in vista di un riassetto complessivo del settore. In pratica, come anticipato da MF-Milano Finanza, si dovrebbe andare verso un accorpamento tra i fondi più piccoli e una riduzione del numero complessivo di quelli esistenti, che oggi sono quasi 500. Infine, è sempre con la Stabilità 2016 che il mondo della previdenza cercherà di ottenere un dietrofront, anche solo parziale, sulla tassazione dei rendimenti inasprita lo scorso anno, tanto che alcuni operatori di settore si sono già mossi per chiedere un incontro al ministro Padoan al rientro dalla pausa estiva.

La matassa da sbrogliare è dunque piuttosto aggrovigliata. Anche da altri nodi, come la proroga della così detta Opzione donna (che consente un’uscita anticipata con il passaggio al contributivo al 100%) e la tutela dei rimanenti esodati.

Ad ogni modo, la questione più scottante è certamente quella di una riforma del sistema previdenziale che garantisca maggiore flessibilità nell’accesso ai trattamenti pensionistici. Alla Camera sono depositate diverse proposte di legge sul tema, tra cui quella a firma del sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, e del presidente della commissione Lavoro della Camera (ed ex ministro del Lavoro) Cesare Damiano. Si tratta di un progetto che consentirebbe di lasciare il lavoro in anticipo rispetto a quanto previsto oggi, con una decurtazione degli assegni del 2% l’anno, per una sforbiciata massima di quattro anni e dell’8% dell’importo. Un’ipotesi che però, secondo i calcoli dell’Inps, costerebbe ben 8,5 miliardi, decisamente troppo per le casse dello Stato. Il piano Boeri, invece, sarebbe molto meno oneroso e comunque in buona parte finanziato all’interno del sistema stesso. L’idea di base è quella di sfruttare la flessibilità insita nel sistema contributivo, che permetterebbe di andare in pensione in anticipo rispetto ai requisiti vigenti, spalmando il montante contributi accumulato sugli anni in cui, in base alle aspettative di vita, sarà corrisposto l’assegno. Un’uscita anticipata significherebbe quindi più anni da coprire con il gruzzolo messo da parte e un monte contributi più basso cui attingere, con l’inevitabile effetto di assegni più leggeri. Una sforbiciata che però, secondo le prime proiezioni, dovrebbe essere non superiore al 3% l’anno. «Un principio simile può essere applicato anche a chi andrà in pensione nei prossimi anni con regimi diversi dal contributivo», ha aggiunto Boeri nella sua relazione annuale. Quanto basta per far tremare quanti ancora possono contare su una buona parte delle loro pensioni calcolate con il metodo retributivo. Non solo. Anche chi è già in pensione non dorme sonni tranquilli perché il presidente Inps ha aggiunto di essere favorevole all’ipotesi di chiedere «a chi ha redditi pensionistici molto più vantaggiosi di quelli di cui godranno i pensionati di domani, un contributo al finanziamento di un sistema più flessibile di uscita verso la pensione». Sì perché, anche nella versione immaginata dall’economista, l’operazione flessibilità per l’Inps non sarebbe a saldo zero.

«Le cose si complicano perché i contributi che oggi versiamo vengono utilizzati per pagare i trattamenti ai pensionati di oggi. Da qui la necessità di mettere d’accordo la teoria della capitalizzazione con i conti dell’Inps, che invece funzionano a ripartizione», fa notare Sergio Sorgi, vicepresidente di Progetica, società indipendente di consulenza finanziaria. Ma dal punto di vista degli aspiranti pre-pensionati, a chi converrebbe la riforma Boeri? «Ci sono tre categorie di cittadini che di norma sono interessate ad anticipare il pensionamento: coloro che sono stati espulsi dal mondo del lavoro, chi non ha più un rapporto soddisfacente con il proprio impiego e coloro che hanno una tale sfiducia nello Stato che approfittano di qualunque finestra di uscita per andarsene, temendo che le cose possano peggiorare e che il governo successivo ci ripensi», sintetizza Sorgi. A tutti i potenziali interessati allora non resta che aspettare qualche settimana per capire se il governo ha intenzione di affidarsi davvero a Boeri o se imboccare una strada diversa, magari usando il testo del presidente Inps come base di partenza. Così come si capirà a breve anche come il governo si muoverà sulla previdenza complementare. Per quanto riguarda il riassetto del sistema, questo non dovrebbe finire nel calderone della Stabilità, ma come accennato sarà demandato a un tavolo da convocare entro 30 giorni dal via libera definitivo alla legge sulla Concorrenza, atteso in autunno. Mentre gli operatori del comparto proveranno a giocare le loro carte proprio con la legge di bilancio, per provare a ottenere un alleggerimento sulla tassazione dei rendimenti, portata con la Stabilità 2015 dall’11 al 20% per i fondi e dal 20 al 26% per le casse previdenziali. I margini di manovra però sono davvero strettissimi, perché con tutti gli interventi in menù (dal taglio delle tasse sulla casa agli sgravi sul lavoro, alle clausole di salvaguardia) il conto della prossima manovra si aggira già sui 30 miliardi di euro.

Casse e fondi potrebbero tuttavia giocare sul desiderio dell’esecutivo di coinvolgere di più il risparmio previdenziale nell’economia reale. A fine luglio scorso, infatti, è stato pubblicato finalmente il decreto che indica quali sono i comparti in cui le due categorie di player potranno investire per ottenere sgravi fiscali (crediti d’imposta) tali da ridurre la tassazione sui rendimenti ai livelli precedenti la Stabilità 2015. A disposizione ci sono solo 80 milioni, che secondo le stime dell’esecutivo potrebbero incanalare verso le pmi e le infrastrutture del Paese circa 4 miliardi in più. Ma si tratta di bruscolini rispetto ai 220 miliardi di euro gestiti dagli operatori della previdenza. E visto che questi denari fanno gola all’esecutivo, perché se investiti in economia reale potrebbero aiutare la fragile ripresa in atto, casse e fondi potrebbero far valere al tavolo negoziale questa potenza di fuoco. E se proprio non riusciranno a strappare nulla in tema di fiscalità, è molto probabile che i fondi pensione cerchino di spuntare qualcosa almeno su un altro fronte a loro molto caro (e a costo zero per le casse pubbliche). Si tratta della questione dell’adesione collettiva alle forme pensionistiche complementari, in cima alle priorità sia di Assofondipensione che di Assoprevidenza, le due maggiori associazioni di settore.

Intanto, a sostenere le posizioni degli operatori di settore ci sono i risultati del primo semestre 2015 dei principali fondi negoziali, che sono risultati positivi pur in un contesto di mercato complesso. Il che rappresenterà un punto di forza anche al tavolo che dovrebbe aprirsi sulla riforma del comparto. Eventuali accorpamenti insomma, come più volte ribadito dal presidente di Assofondipensione, non potranno essere fatti passare come il salvataggio di questo o quel piccolo fondo, ma piuttosto essere giustificati con la volontà di un maggiore coinvolgimento della previdenza complementare nell’economia reale. I veicoli troppo piccoli infatti difficilmente hanno munizioni ed esperienza per investirvi.

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