Il danno da «cenestesi lavorativa» non va liquidato come perdita di chance

Sentenza (6) Imc

Sentenza (6) Imc

(di Andrea Alberto Moramarco – Quotidiano del Diritto)

In tema di infortuni in itinere, il danno da “cenestesi lavorativa”, consistente nella maggiore fatica e difficoltà nello svolgimento dell’attività lavorativa, non è un danno da perdita di chance in quanto non incide sotto il profilo delle opportunità per il danneggiato di produrre reddito. Tale danno consiste, piuttosto, in una «compromissione biologica dell’essenza dell’individuo e va liquidato in maniera onnicomprensiva come danno alla salute». Ad affermarlo è la Corte d’appello di Milano con la sentenza 2659/2016.

Il caso – La vicenda oggetto della controversia trae origine da un incidente stradale in cui un uomo, di professione dirigente d’azienda, veniva investito da una autovettura mentre si recava sul luogo di lavoro alla guida del proprio motociclo. In seguito, la vittima dell’incidente instaurava un giudizio per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti. All’esito del giudizio di primo grado, tuttavia, rimaneva ancora aperta la questione della quantificazione del danno patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa. Il danneggiato era tornato dopo un anno a ricoprire le medesime mansioni svolte precedentemente all’infortunio, ma riteneva comunque di aver diritto ad una ulteriore somma per l’impossibilità, derivante dai postumi dell’incidente, di avanzare nelle sua carriera e di ottenere premi di produzione maggiori. Per il Tribunale, invece, non era dovuta una liquidazione ulteriore trattandosi di una mera eventualità non dimostrata ed avendo lo stesso giudice già liquidato «il danno connesso alla maggior gravosità della prestazione dell’attività lavorativa», attraverso l’applicazione di una percentuale di personalizzazione del danno superiore rispetto alla percentuale massima stabilita dalle Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano.

La decisione – La Corte d’appello conferma quanto già statuito dal primo giudice e chiarisce alcuni aspetti della questione. Per i giudici, infatti, in primo luogo, il danno conseguente alla riduzione della capacità di guadagno derivante dalla diminuzione della capacità lavorativa deve essere provato, occorrendo, in sostanza, «ai fini della risarcibilità di un siffatto danno patrimoniale, la concreta dimostrazione che la riduzione della capacità lavorativa si sia tradotta in un effettivo pregiudizio economico». E nel caso di specie, il danneggiato non ha provato di aver subito un danno di questo tipo o di aver ricevuto un reddito ridotto, essendo stato, anzi, adibito «alle medesime mansioni che ricopriva prima del sinistro».

In secondo luogo, il giudice di primo grado ha considerato «la maggiore gravosità nello svolgimento dell’attività lavorativa, intesa come maggior usura», attraverso l’applicazione di una percentuale di personalizzazione del danno. Tale pregiudizio, infatti, detto da lesione della “cenestesi lavorativa”, consistente «nella maggiore usura, fatica e difficoltà incontrate nello svolgimento dell’attività lavorativa, non incidente neanche sotto il profilo delle opportunità sul reddito della persona offesa», va liquidato in maniera complessiva come danno alla salute.

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