Il Leone riscrive la governance: dopo Minali, più deleghe a Donnet

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(di Alberto Grassani – Il Sole 24 Ore)

Domani il cda distribuirà i poteri del manager, con cui si cerca un accordo sull’uscita

Generali rimette mano alla governance. L’equilibrio di un doppio vertice della compagnia, con il ceo di gruppo Philippe Donnet (nella foto) e il direttore generale nonché direttore finanziario Alberto Minali, non ha funzionato. Così, a distanza di pochi mesi dalla nomina al vertice della compagnia, venerdì scorso Minali è stato convocato dal presidente Gabriele Galateri di Genola – in un incontro cui era anche presente il vicepresidente Clemente Rebecchini – e, per la prima volta, con il direttore generale è stato apertamente affrontato il tema di una sua uscita concordata dalla compagnia. Al momento non risulta si sia trovato un alcun accordo su questo punto. Uscita sì, concordata si vedrà.

Ma quali sono le ragioni della rottura? A Minali – manager che insieme a Greco e poi a Donnet è stato fra i protagonisti del turnaround finanziario e dei buoni risultati di Generali di questi anni – sarebbe stato contestato di non essersi “inserito” nella governance del gruppo. Nella sostanza, di non essere riuscito a gestire le divergenze con Donnet. Difficile giudicare le contestazioni. Quello che è evidente è che la struttura di governance di Generali è nata pochi mesi fa, come compromesso, per trattenere in azienda due top-manager apprezzati sul mercato nella gestione della successione a Mario Greco. Un tentativo, maturato in un contesto avverso di mercato, che ha dato stabilità per alcuni mesi alla compagnia ma non ha retto ai contrasti interni. Alla luce di questa esperienza, il consiglio che domani a Milano è chiamato a sistemare anche il riassetto nella governance, dovrebbe così nominare un nuovo cfo, con tutta probabilità Luigi Lubelli – da un anno e mezzo a capo del corporate finance di gruppo – ma non un nuovo direttore generale. Le deleghe di Minali, verrebbero infatti attribuite direttamente a Donnet chiudendo la stagione dei “tandem” al vertice del Leone di Trieste.

Quanto la partita sulla governance si intrecci con l’interesse di gruppi esteri per le Generali non è assolutamente evidente. Di sicuro la divergenza fra Donnet e Minali è legata a una visione diversa del perimetro del gruppo e della politica di dismissioni delle attività “no core”. Donnet ha impostato il piano industriale di Generali anche sulla cessione di asset non sufficientemente profittevoli e sull’uscita da alcuni mercati non strategici, con lo scopo di focalizzare il business sulle controllate più redditizie. L’approccio di Minali, ad alcuni osservatori, è sembrato più legato all’idea di rilanciare industrialmente alcuni di questi asset. Non risulta invece una divergenza sulla mancata operazione Pioneer, venduta da Unicredit ad Amundi per 3,54 miliardi di euro, e per cui il gruppo Generali è stato in corsa. Minali ha valutato quelle attività di gestione con un criterio prudenziale, circa 2,9 miliardi. Il dato di fatto è che Generali ha preferito non inseguire quell’acquisizione perché giudicata troppo onerosa.

Domani si farà il punto su questa breve stagione. Per arrivare in tempo al consiglio delle 16.00, con una soluzione sull’uscita del direttore generale, le trattative sul ricambio al vertice andranno avanti anche oggi. È evidente che Minali ha un contratto come direttore generale a tempo indeterminato che gli garantisce alcune tutele importanti. Per Generali non sarà certo un problema onorarle. Al limite spiegarle ai soci.

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