Il “pacchetto previdenza” nella Legge di stabilità

Previdenza - Pensione Imc

Previdenza - Pensione Imc

(di Gianni Geroldi – Il Punto, Giornata Nazionale della Previdenza e del Lavoro)

Nelle “società circondate e attraversate da protezioni, le preoccupazioni relative alla sicurezza rimangono onnipresenti (….) Il sentimento di insicurezza comporta tali effetti sociali e politici da entrare davvero a far parte della nostra realtà e da strutturare persino, in larga misura, la nostra esperienza sociale”. Queste considerazioni, rinvenibili in un saggio di Robert Castel (L’insicurezza sociale, Einaudi, 2011), dovrebbero essere tenute in molta considerazione dai legislatori che mettono mano ai contenuti del welfare state. Lo stato sociale, infatti, trova le sue principali ragioni d’essere nel riequilibrio dei redditi e nella tutela dai rischi sociali, aspetti cioè che possono essere considerati fondamentali nel determinare le condizioni di sicurezza delle persone. Di fronte all’obsolescenza dei tradizionali sistemi di welfare, è plausibile che i governi intervengano per modificare alcuni fondamentali meccanismi di funzionamento. Le riforme in campo sociale che tutti i paesi europei hanno effettuato negli ultimi due decenni hanno avuto motivazioni di questo tipo.

Non sempre, però, gli interventi sono stati espressione di una progettualità che si è tradotta in misure coerenti e valide nel medio lungo termine, caso emblematico sono state le riforme del sistema pensionistico italiano. Le prime riforme, nell’ultimo decennio del secolo scorso, come la legge Dini, sono partite dall’idea che fosse necessario cambiare complessivamente le regole del sistema previdenziale per garantire da un lato la sostenibilità finanziaria nel lungo termine; le riforme intervenute negli anni successivi, fino a quelle presenti nell’ultima legge di stabilità, fatta eccezione per le norme di assestamento del sistema contributivo, sono invece sembrate espressione di momenti di emergenza finanziaria dei conti pubblici, o un ripensamento per misure apparse socialmente ingestibili.

L’esempio forse più evidente è quello relativo ai requisiti di età per il pensionamento. Una delle principali innovazioni del sistema contributivo, infatti, riguardava il cosiddetto ritiro flessibile, ovvero la possibilità per un lavoratore di scegliere il momento di pensionarsi in un arco prefissato di anni, avendo raggiunto determinate condizioni di durata contributiva e di ammontare della pensione maturata. Le misure introdotte in fasi successive, con l’obiettivo più apparente che reale, come indicato dai risultati di alcune analisi quantitative, di frenare in un arco medio di tempo la spesa previdenziale e, in particolare, l’adeguamento automatico dell’età e il brusco innalzamento introdotto a partire dal 2012, hanno reso molto più difficile per la grande platea dei lavoratori assicurati valutare quando sarà effettivamente possibile andare in pensione. Peggio, non essendo accessibile per i lavoratori più anziani con una larga quota di carriera maturata nel sistema retributivo alcuna forma di uscita flessibile, di fronte alle difficoltà crescenti del mercato del lavoro, è esplosa la questione dei “senza lavoro e senza pensione”.

Per fronteggiare questa emergenza, oltre al ricorso alle cosidette misure di “salvaguardia”, anziché procedere al varo di uno schema definitivo di ritiro flessibile, il governo ha inserito nella recente Legge di stabilità altre due misure temporanee.

  • l’estensione a tutto il 2015 della cosiddetta “opzione donna”, ovvero il ritiro anticipato per le donne a 57/58 anni di età con ricalcolo a contributivo del trattamento pensionistico: formula già sperimentata con esiti modesti, poiché i coefficienti del sistema contributivo applicati prima dei sessant’anni causano un pesante taglio della pensione.
  • la possibilità in accordo con il datore di lavoro di trasformare in part time un contratto a tempo pieno nei tre anni antecedenti l’età standard per la pensione di vecchiaia, presenta invece qualche tratto di maggiore novità, anche se occorre aspettare un po’ di tempo per capirne la reale portata. Diversi aspetti dello strumento, infatti, non mancano di sollevare dubbi. L’incremento della retribuzione, esente da imposta, in proporzione al tempo ridotto comporta ad esempio un aumento di costo per ora lavorata di quasi il 24%, un dato che potrebbe dissuadere molte imprese a concordare la trasformazione dei contratti. E anche l’onere a carico del bilancio pubblico per la quota di contribuzione figurativa, in presenza di un tetto di spesa fissato a sessanta milioni per il 2016, concorre a delimitare la fruibilità della misura a una platea sicuramente inferiore alle 15 mila unità.

Di fronte agli evidenti limiti di queste misure e al fatto che una parte dell’onere per finanziarle ricada di nuovo sulla tassa da inflazione cui sono sottoposte non solo le pensioni più elevate ma anche quelle medie, con l’ulteriore proroga della deindicizzazione dei trattamenti superiori a tre volte il minimo, c’è effettivamente da chiedersi se il “pacchetto previdenza” anche in questa Legge di stabilità risponda effettivamente a obiettivi di razionalizzazione del sistema, o non sia piuttosto un’ulteriore aggiunta di strumenti tra loro poco connessi, che rischiano di complicare ancor più il quadro, con l’effetto forse non desiderato ma sicuramente antitetico rispetto alle finalità di un sistema di welfare, di mantenere i lavoratori nella condizione di effettuare scelte in un contesto normativo che non riesce a diventare stabile.

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