Il pendolo tra previdenza e welfare

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(di Gianni Geroldi – Il Sole 24 Ore)

Una parte importante delle misure attese nella prossima Legge di bilancio riguarda aspetti di rilievo del nostro sistema pensionistico, come dimostra l’attenzione per il confronto con le parti sindacali che lascia ipotizzare la ripresa di una “nuova concertazione”. Due, in particolare, sono le questioni lasciate in sospeso, a volte rese addirittura più problematiche dalle molteplici riforme degli ultimi vent’anni. L’una riguarda le pensioni basse e i connessi rischi di povertà in età anziana, l’altra è quella relativa alla rigidità dei requisiti anagrafici per il pensionamento.

Le pensioni basse…

Nel progettare la riforma Dini, era chiaro che il metodo contributivo avrebbe comportato una sostanziale corrispettività tra contributi versati e livello della futura pensione. Ossia: a carriere deboli sarebbero corrisposte pensioni basse. C’erano però ragioni che andavano oltre l’obiettivo della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico. Innanzi tutto, la logica di funzionamento del contributivo avrebbe avuto effetti equitativi rispetto al preesistente calcolo retributivo che creava distorsioni nella redistribuzione. Inoltre, il generale processo di armonizzazione previsto dalla riforma doveva, seppur con molta gradualità, rimuovere i numerosi privilegi categoriali presenti nel sistema previdenziale. Come sostegno di natura assistenziale, la riforma aveva previsto l’assegno sociale che, in prospettiva, avrebbe dovuto assumere una funzione centrale per prestazioni di carattere non contributivo finanziate dalla fiscalità generale.

Da allora, però, la situazione è molto cambiata. Il funzionamento del mercato del lavoro ha sempre più dato luogo a rapporti discontinui, con interruzioni solo parzialmente assistite da contribuzione figurativa, mentre la possibilità di prolungare l’attività verso età più elevate per avere un migliore trattamento pensionistico si è rivelata un’opportunità per chi ha già alle spalle una carriera migliore e un lavoro stabile, ma difficilmente praticabile per le qualifiche più basse e ancor più per chi resta disoccupato in età avanzata.

A fronte di ciò, il panorama delle forme di sostegno, anziché cercare una complessiva coerenza, è andato ulteriormente diversificandosi, con misure tampone spesso di carattere elettorale. Abbiamo ora una multiforme tipologia di sostegni, dall’integrazione al minimo alla “quattordicesima”, con differenti requisiti di accesso, redditi di riferimento e ammontare delle prestazioni. Proprio l’ipotesi di irrobustire il sostegno o ampliare l’ambito dei beneficiari della quattordicesima è tra i temi in discussione tra governo e sindacati. Non vi è dubbio che, nell’aiutare le pensioni basse, l’intento di dare più peso agli anni di effettiva contribuzione, rispetto a schemi che prescindono quasi totalmente dai contributi versati, possa essere una scelta che in qualche misura contrasta l’evasione. Tuttavia, con un quadro che rimane così eterogeneo, sarebbe forse opportuna una generale revisione dello schema di “pensione minima” per andare verso una formulazione univoca delle regole. Ma sarebbe altrettanto importante sostenere maggiormente la maturazione del montante previdenziale, ampliando la contribuzione figurativa e introducendo forme di integrazione della contribuzione durante la carriera lavorativa (matching contribution) che incentivano emersione e lavoro regolare, anche in condizioni meno remunerate e di orario ridotto.

… e l’età alta

Il grado di rigidità dell’età di pensionamento è l’altro tema importante. Anche in questo caso il modello contributivo della «Dini» aveva fatto una scelta netta, optando per un’ampia flessibilità e una decisione individuale sostanzialmente “libera”, se non per il requisito di un minimo di pensione maturata. L’ottica di contenimento della spesa previdenziale nel breve e medio termine ha portato gli ultimi governi a delimitare fortemente la flessibilità in uscita e a restringere i requisiti di accesso per innalzare l’età di pensionamento. Sebbene queste misure fossero motivate dall’emergenza economica e dei conti pubblici, superare rigidamente la soglia dei 65 anni ha inevitabilmente portato una serie di problemi, peraltro comuni a quasi tutti i Paesi europei. Se si guarda alle altre esperienze, si può notare come la necessità di contenere la crescita della spesa previdenziale abbia posto in secondo piano l’obiettivo della libera scelta, per lasciare spazio agli strumenti di sostegno del reddito per i lavoratori più anziani, soprattutto se disoccupati di lunga durata. Tra questi strumenti, oltre al rafforzamento e al prolungamento in chiave assistenziale degli ammortizzatori sociali, hanno ripreso un ruolo crescente gli schemi di pensione anticipata fortemente ridimensionati solo pochi anni fa.

In tutti i casi, come nelle ipotesi in discussione in Italia, due sono i principali aspetti da regolare: delimitazione della platea dei beneficiari e decurtazione della pensione. Per il primo punto, dalla flessibilità estesa a tutti l’ambito sembra progressivamente restringersi a chi ha difficoltà di lavoro accertabili (disoccupazione, condizioni di salute, lavori gravosi) o problemi di cura familiare. Per la percentuale di abbattimento della pensione, le situazioni sono molto eterogenee e comunque il dato medio non si discosta molto dai 3-4 punti percentuali per anno di anticipo. Su questo aspetto c’è però negli altri Paesi grande attenzione al rischio che l’ammontare della pensione ridimensionata possa scendere sotto un livello ritenuto adeguato. Questo dovrebbe essere un elemento importante anche per la discussione nel nostro Paese. In tal senso, per capire l’impatto complessivo sul reddito del futuro pensionato, sarebbe prudente comunicare non solo la percentuale di abbattimento sulla pensione maturata dovuta alla restituzione dell’anticipo avuto, ma anche la differenza percentuale con la pensione piena che si sarebbe raggiunta, con un aumento del montante e un diverso coefficiente di trasformazione, lavorando fino all’età standard di pensionamento.

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