Imprese a caccia di manager dei dati

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(di Stefania Pescarmona – Repubblica Affari & Finanza)

Sarà il Chief Data Officer (CDO) l’executive più richiesto in Italia nei prossimi anni. Secondo un’analisi realizzata da BGC, oggi ce ne sono 200. Nel 2018 ce ne vorranno 2mila ed entro il 2020 si arriverà a 10mila, ma nel mercato saranno scarsi

Sarà il Chief data officer (Cdo) l’executive più richiesto in Italia nei prossimi anni. Secondo un’analisi realizzata da The Boston Consulting Group (Bcg), attualmente in Italia ci sono appena circa 200 Cdo, ma il numero di questi professionisti è destinato a crescere enormemente. «Stimiamo che si arrivi a superare quota mille nel 2018, per poi oltrepassare la soglia dei 10mila nel 2020», ha anticipato ad Affari e Finanza Davide Consiglio, principal di The Boston Consulting Group, che ha parlato di una figura in forte evoluzione e di un gap elevato tra Europa (e Italia in particolare) e Stati Uniti.

«Tre sono gli stadi evolutivi del chief data officer – ha illustrato Consiglio –. All’inizio si è sviluppata una figura sostanzialmente It, che entrava in campo dopo il verificarsi di un problema (recovery), poi ci si è spostati verso una figura attenta alla manutenzione e alla cura della qualità dei dati (maintenance), specializzata nell’anticipare i problemi prima del loro manifestarsi. In ultima analisi, si sta affermando (al momento prevalentemente negli Stati Uniti) una terza figura di traino e innovazione del business, che non solo risolve i problemi, ma che porta al business nuove soluzioni data-driven».

Introdotto circa quindici anni fa negli Stati Uniti, in particolare nelle tech company e nelle società finanziarie specializzate in carte di credito, il Cdo è arrivato in Italia (anche per la minore presenza dei settori trainanti) solo da 3-4 anni. E questo è avvenuto soprattutto in banche, assicurazioni, nelle telecomunicazioni e media e nelle società di industrial goods.

«La prima richiesta di questo tipo di figura sul mercato italiano è arrivata nel 2013 da una realtà in area financial services», ha confermato Pietro Novelli, manager del mercato italiano di Oliver James Associates, società di executive search, che poi ha aggiunto che «in un contesto in forte evoluzione, dove la strategia data è stata inizialmente vista più come una scommessa che come un investimento ad alto valore aggiunto, molte aziende italiane hanno preferito promuovere percorsi di crescita interna, anche su ruoli di Cdo, attingendo a talenti dalle aree It, finance e organization».

A titolo di esempio, in ambito financial services, Novelli ha ricordato che il Cdo di Unicredit, Roberto Monachino, ha una provenienza dall’area finance, mentre in Intesa Sanpaolo, Valerio Cencig, ha un background It; e ancora, Elena Rasa, Cdo di Generali, ha una provenienza attuariale, mentre Alessandro Bulfone di Mediobanca arriva dall’area financial control.

Anche in Italia, però, attualmente si sta assistendo a un numero crescente di ricerche esterne per figure di Cdo con provenienza specifica dall’area analytics. In ogni caso, il Cdo (inquadramento dirigenziale, con una retribuzione annua fissa di circa 120-150 mila euro) è una professionalità complessa, esperta di information technology, ma anche di business, legal e Hr, che gestisce un portafoglio di competenze formato da data scientist, data architect, data engineering, legal e It. Ne sa qualcosa Axa Italia, che ha cominciato a strutturare un team dedicato full time al big data analytics nel 2014. «Oggi il nostro Cdo riporta al Coo (chief operating officer, ndr) e coordina un team di 5 persone (data scientist e data developer) con un’età media di poco superiore ai 30 anni», ha dichiarato Maurizio Di Fonzo, direttore risorse umane, organizzazione e change management di Axa Italia, che poi ha proseguito dicendo che il team ha la missione di contribuire alla definizione della strategia e delle politiche di data management e di assicurame la corretta realizzazione, lavorando a stretto contatto sia con il business (marketing, sales, sviluppo offerta, claims e underwriting) sia con le funzioni It e digital.

Vista la complessità della professione, non è facile però reperire sul mercato professionalità simili. «Per colmare il data maturity gap, la leva principale è l’investimento in formazione: il mercato non offre ancora competenze già ‘pronte’; le Università si stanno organizzando e quindi è strategico costituire un ‘vivaio’ di risorse interne da fare crescere in un contesto di crescita accelerata», ha dichiarato Valerio Cencig, data officer di Intesa Sanpaolo.

Mentre Roberto Nard, chief data officer – Emea di Aig ha concluso dicendo: «Credo che si sia formato un grosso gap tra aziende più evolute da un punto di vista tecnologico e da un punto di vista culturale rispetto alla gestione dei dati e aziende che hanno una vasta quantità di dati, ma non sanno bene come gestirli. La figura del Cdo diventa quindi fondamentale per queste ultime nel creare la struttura necessaria per la loro gestione, ma anche per cambiare la cultura e far comprendere che le funzioni di business devono investire tempo e risorse nella gestione e nella governance dei dati stessi».

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