Indagine PwC, cala la fiducia dei CEO nella crescita dell’economia mondiale

Manager - Riunione (Foto rawpixel.com - Pexels) Imc

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Secondo quanto emerge dalla 22^ CEO Survey della multinazionale dei servizi di consulenza, solo il 42% degli amministratori delegati e direttori generali su scala globale (contro il 57% di un anno fa) si attende una crescita dell’economia nei prossimi dodici mesi. Il 70% dei CEO italiani crede in una crescita del proprio business nel corso dei prossimi dodici mesi (contro il 90% del 2018), percentuale che sale all’84% nei prossimi tre anni (era il 94% nel 2018). USA e Cina rimangono mercati strategici per i CEO (sia mondiali che italiani). AD e DG valutano con attenzione l’incertezza geopolitica, l’equilibrio politico, l’eccesso di regolamentazione ed i conflitti commerciali. Data Analytics, focalizzazione su agilità ed efficienza operativa, alleanze strategiche e miglioramento delle competenze delle risorse umane sono i temi chiave nell’agenda dei CEO italiani. L’intelligenza artificial sarà invece il vero elemento di svolta dei prossimi cinque anni

Che differenza può fare un anno: il 30% circa dei CEO mondiali ritiene infatti che la crescita economica globale diminuirà nei prossimi dodici mesi, un deciso calo di fiducia rispetto al 5% dello scorso anno. È questa la principale evidenza della 22ª Annual Global CEO Survey di PwC, analisi che fotografa il livello di fiducia nello sviluppo globale e del proprio business di circa 1.400 CEO – tra cui oltre cento amministratori delegati e direttori generali italiani – presentata nella giornata di ieri, alla vigilia del World Economic Forum di Davos. Il dato è in evidente contrasto con il balzo record dello scorso anno di ottimismo sulle prospettive di crescita economica globale, passato dal 29% del 2017 al 57% nel 2018.

I CEO mondiali e italiani evidenziano meno fiducia sulle prospettive dell’economia mondiale e sulla crescita del fatturato delle proprie società. Nel mondo cala la percentuale di CEO fiduciosi sulla crescita economica globale (42% nel 2019 contro il 57% nel 2018). Tra i CEO italiani diminuisce la fiducia nella crescita delle proprie imprese a dodici mesi (il 70% è ottimista nel 2019 contro il 90% nel 2018) e a tre anni (84% ottimista nel 2019, contro il 94% nel 2018). Gli italiani sono tra coloro che prevedono una minor crescita a dodici mesi delle proprie imprese (70%, contro il 91% degli USA, l’82% del Regno Unito, il 79% della Cina). Anche per quanto riguarda la crescita a tre anni, si conferma una maggior fiducia da parte dei CEO di altri Paesi rispetto agli AD e DG Italiani (Italia 84%, USA 92%, Regno Unito 90%, Cina 86%).

ll cambiamento più pronunciato si registra tra gli amministratori delegati in Nord America, dove l’ottimismo è sceso dal 63% nel 2018 al 37%, probabilmente a causa del venire meno degli stimoli fiscali e per le tensioni commerciali emergenti. Anche il Medio Oriente ha visto un forte calo (dal 52% al 28%), a causa dell’incremento dell’incertezza economica regionale.

“I pareri degli amministratori delegati sull’economia globale – ha dichiarato Bob Moritz, presidente globale di PwC – rispecchiano le principali prospettive economiche, con previsioni al ribasso nel 2019. Con l’aumento delle tensioni commerciali e del protezionismo è ovvio che la fiducia stia calando”.

“I CEO italiani sono diventati negli ultimi 3/6 mesi più cauti sulle prospettive delle loro aziende a 12 mesi e 3 anni, con un prevedibile impatto sulla propensione a nuovi investimenti industriali – ha affermato Nicola Anzivino, Partner PwC che ha curato l’analisi in Italia –. Stiamo entrando in un periodo caratterizzato da livelli di incertezza sulla crescita globale come evidenziato dal sentiment dei CEO a livello globale; tra i fattori che pesano maggiormente sull’attuale situazione di incertezza si evidenziano le guerre tariffarie, la Brexit e le turbolenze finanziarie globali dello scorso dicembre. Nonostante lo scenario macro sia incerto, le società italiane sono nettamente più forti a livello commerciale, industriale e finanziario rispetto al passato e questo ci porta a mantenere un moderato ottimismo nel medio periodo sulle loro performance economico-finanziarie”.

I principali rischi percepiti dai CEO

Tra i fattori di natura economica, politica, sociale e ambientale indicati come rischi dai CEO mondiali e italiani: l’incertezza geopolitica (75% a livello globale, 86% USA e 73% Italia), l’equilibrio politico (78% nel mondo, 82% in Regno Unito e 80% in Italia), l’eccesso di regolamentazione (73% mondo, 77% Germania e 65% Italia) ed i conflitti commerciali (70% a livello globale, 77% USA e 65% Italia).

I CEO globali valutano con attenzione eventuali conflitti fra Cina e Stati Uniti (88% mondo, 98% USA e 71% Italia); notevole attenzione è espressa anche da parte dei CEO del Regno Unito (80%) per il rischio di un conflitto commerciale con l’Unione Europea, in relazione ad una hard Brexit.

Le iniziative e strategie alle quali ricorreranno i CEO per aumentare la redditività della propria impresa sono principalmente l’efficienza operativa (70% Italia e 77% a livello globale), la crescita organica (Italia 54% nel 2019, contro 78% nel 2018; mondo 72% nel 2019, contro 79% nel 2018) e il lancio di nuovi prodotti (46% Italia e 62% mondo).

Il 28% dei CEO italiani continua a guardare con interesse allo sviluppo tramite alleanze strategiche o joint ventures per assicurarsi un percorso di crescita soprattutto internazionale (28% per il 2019, costante rispetto all’anno precedente). A livello mondiale, si registra invece una flessione di nove punti (dal 49% al 40% per il 2019).

A livello mondiale, i CEO continuano a considerare gli USA (27%) e la Cina (24%) come i mercati che presentano maggiori opportunità di crescita, seppur con una flessione delle percentuali rispetto all’anno precedente (nel 2018, USA 46% e Cina 33%). I CEO italiani guardano con forte interesse, oltre che agli USA e alla Cina, anche alla Germania quale paese “forte” economicamente in Europa.

“I CEO esteri e quelli italiani – ha spiegato Anzivino – valutano con attenzione i fattori di incertezza geopolitica quali le guerre tariffarie e, la Brexit. I CEO italiani si concentreranno su ciò che possono governare, quindi l’efficienza operativa e right sizing industriale per avere un maggiore livello di agilità industriale; rimane strategico il tema a livello internazionale delle JV e delle alleanze strategiche, che presentano un profilo di rischio inferiore rispetto alle acquisizioni. A livello mondiale, molti CEO di aziende di medie dimensioni stanno seriamente riconsiderando la propria strategia, pensando ad aggregazioni per presentarsi più competitivi di fronte alle sfide globali di medio periodo. I mercati USA, Germania e Cina continuano ad essere per i CEO italiani quelli più interessanti per lo sviluppo delle loro aziende, ma rispetto al passato si mostrano più prudenti su come strutturare il proprio footprint industriale a livello globale”.

Data Analytics: la sfida strategica per i CEO

I CEO italiani riconoscono l’importanza di poter disporre di dati di business completi e affidabili, per prendere decisioni informate e a contenuto strategico. Per l’88% dei CEO italiani i dati ritenuti più importanti sono quelli relativi “alle preferenze e alle esigenze dei clienti”, per l’85% quelli relativi “al brand e alla reputazione dell’azienda” e per l’82% quelli relativi alle “previsioni e proiezioni finanziarie”.

AD e DG del nostro Paese evidenziano la difficoltà di disporre di dati affidabili ed esaustivi e giudicano “incompleti” o addirittura “inadeguati” i sistemi di reporting e di controllo interno. I dati su cui i CEO giudicano di ricevere maggiori informazioni adeguate solo quelli relativi alle “previsioni e proiezioni finanziarie” (ritenuti esaustivi dal 45% dei CEO italiani); i dati invece giudicati più spesso “inadeguati” sono quelli relativi ai “vantaggi/svantaggi di nuove tendenze tecnologiche” (ritenuti tali dal 29%% dei CEO italiani).

I CEO italiani ritengono che la mancanza di informazioni adeguate dipenda sia dall’impossibilità di accedere a dati rilevanti, sia dall’incapacità di analizzare la mole eccessiva di dati a disposizione. Non rappresentano invece elementi di criticità, almeno per quanto riguarda la possibilità di ricevere e analizzare dati, le questioni legate alla privacy (segnalate come un problema solo dal 5,3% dei CEO italiani) e le questioni legate alla protezione dei dati (che nessun CEO italiano evidenzia come un problema).

Meno del 10% dei CEO ritiene che la propria azienda sia in ritardo rispetto alla concorrenza, mentre il 44% giudica che essa si trovi in una posizione di vantaggio.

“La disponibilità di dati di business completi e affidabili è al centro dell’agenda dei CEO mondiali e italianiha commentato Anzivino –. La quantità di dati che i CEO hanno a disposizione è significativa, ma manca uno strumento che possa gerarchizzarli all’origine in base alla strategia aziendale perseguita; «less is more» qualcuno ha commentato”.

Intelligenza artificiale, l’elemento di svolta dei prossimi cinque anni

L’intelligenza artificiale (AI) è il vero fattore chiave di svolta dei prossimi cinque anni. L’84% dei CEO a livello mondiale (73% in Italia) afferma espressamente che essa è destinata a rivoluzionare il modo di gestire il business nei prossimi cinque anni. Il 62% dei CEO a livello mondiale e il 48% in Italia si spinge a dire che il suo impatto sarà persino superiore a quello di Internet.

Manca però un reale piano di sviluppo per l’implementazione e la valorizzazione di una tecnologia così evoluta. Meno del 10% dei CEO nel mondo ha infatti implementato l’AI su vasta scala.

La maggior parte delle società coinvolte nell’indagine non ha ancora implementato alcuna soluzione che impieghi l’intelligenza artificiale (58% nel mondo, 77% in Italia). Almeno un terzo ha nei piani l’implementazione di soluzioni di questo tipo nei prossimi 3 anni (35% nel mondo, 33% in Italia).

Solo il 10% circa dei CEO ritiene che, nel complesso, l’AI avrà un impatto negativo sulla società. Rispetto agli impatti sul mercato del lavoro, in Italia i CEO tendono a non considerare l’AI come un problema, con il 57% dei rispondenti che ritiene che l’intelligenza artificiale non sottrarrà più posti di lavoro rispetto a quanti ne creerà. Questo ottimismo è meno diffuso nel resto del mondo, dove questa percentuale scende al 40%.

Un fattore da cui potrebbe dipendere questo ottimismo è nel livello di “intelligenza” che si prevede sarà raggiunto dall’AI: in Italia solo l’11% dei CEO % ritiene che l’intelligenza artificiale sostituirà gli esseri umani per livello di intelligenza, contro il 45% nel resto del mondo.

La maggior parte dei CEO intervistati (61% in Italia e 56% nel mondo) vede inoltre positivamente la creazione, da parte del governo, di una rete di sicurezza per i lavoratori sostituiti dall’AI. La maggior parte dei CEO ritiene che il governo possa e debba svolgere un ruolo critico ed essenziale nello sviluppo dell’AI a tutto tondo (65%% a livello italiano, 68% a livello globale).

Un mezzo fondamentale attraverso cui questo ruolo del governo può concretizzarsi è, come prevedibile, la predisposizione di incentivi per accelerare lo sviluppo e l’utilizzo dell’AI: una misura che trova d’accordo il 68% dei CEO italiani e il 66% dei CEO globali.

“L’intelligenza artificiale sarà il più importante fattore critico di successo – ha evidenziato Anzivino –. Gli investimenti saranno significativi e probabilmente l’effetto “the winner takes it all” sarà fortissimo. Il necessario cambiamento di sistemi, strutture e procedure comporterà un nuovo mindset strategico che metterà in discussione le gerarchie classiche dello stile imprenditoriale italiano e la necessità di  attrarre nuove competenze-risorse umane ad oggi non presenti in azienda, interessate a percorsi di crescita più veloci ed innovative”.

Miglioramento delle competenze delle risorse chiave per valorizzare gli investimenti in tecnologia. Il capitale umano al centro del nuovo scenario competitivo

Il 54% dei CEO italiani valuta con attenzione la “disponibilità di competenze chiave” e fatica a reperire nuovi talenti all’esterno. Il 65% dei CEO italiani ritiene sia diventato più complesso assumere nuovi talenti e il 42% ritiene che ciò sia imputabile ad una carenza di personale qualificato in terini di capitale umano.

I CEO italiani cercheranno comunque di reperire professionalità all’esterno; il 48,8% di essi prevede infatti che il numero di dipendenti dell’azienda aumenterà, anche se non sembrano convinti che questo sarà sufficiente a colmare il gap di competenze. Il 58% dei CEO italiani considera la formazione del personale interno all’azienda (upskilling) la principale misura per colmare le potenziali carenze di preparazione.

I CEO italiani prestano un livello molto minore di attenzione, rispetto alla media mondiale, ai dati relativi “alle opinioni e alle esigenze della forza-lavoro”. Il 58% dei CEO italiani giudica importante l’utilizzo di tali informazioni per prendere decisioni, contro una media mondiale dell’85%.

La concorrenza tra aziende per l’attrazione dei talenti è effettivamente agguerrita: il 16% dei CEO italiani individua l’assunzione di dipendenti della concorrenza come la principale misura per colmare le potenziali carenze di preparazione all’interno dell’azienda.

“I CEO italiani sono molto attenti alla crescita e valorizzazione del loro capitale umano e stanno spostando spesso la concorrenza tra società dai clienti ai dipendenti – ha sottolineato Anzivino –. Peraltro i Millennials, che costituiscono oggi la priorità nella ricerca e sviluppo delle risorse umane, hanno valori e criteri di scelta del proprio datore di lavoro diversi dal passato; in tale ambito la funzione Human Capital diventa la più strategica in azienda, con rilevanti investimenti correlati in termini di sistemi, strutture e procedure”.

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