Indagine Willis Towers Watson, effetto dirompente della Brexit sulle imprese europee

Brexit (2) Imc

Brexit (2) Imc

Una recente indagine di Willis Towers Watson rivela che circa i due terzi (59%) delle imprese europee con interessi nel Regno Unito vede la Brexit come “ennesimo momento di discontinuità” piuttosto che come una “sfida fondamentale”. Il 26% degli intervistati, inoltre, dichiara di aver timori al riguardo per il proprio business.

La ricerca, che ha coinvolto circa 100 dirigenti europei in ambito Risorse Umane, appartenenti principalmente a grosse multinazionali, evidenzia inoltre preoccupazioni relative al reclutamento, alla retention, alle retribuzioni e ai benefits dei talenti di cui necessita il Regno Unito.

I risultati dell’indagine, spiega il colosso della consulenza e del brokeraggio, arrivano in un momento cruciale della Brexit: il governo del Regno Unito ha invocato l’articolo 50 e lo scorso 29 marzo sono iniziati i negoziati formali per lasciare l’UE. “La Brexit – commenta Edoardo Cesarini, amministratore delegato di Legacy Towers Watson presso Willis Towers Watson – è una questione cruciale per le imprese che hanno forti interessi economici nel Paese ma piuttosto che essere vista come una sfida è percepita come un disagio. Questa relativa fiducia è incoraggiante per la pianificazione e la crescita, ma molte aziende sono chiaramente preoccupate su come mantenere nel Regno Unito personale qualificato e su come attrare e ricompensare i talenti provenienti dal resto dell’Unione Europea.

Più di un terzo (36%) degli intervistati ha dichiarato che le imprese per cui lavorano sono più preoccupate riguardo l’attrarre e trattenere nel Regno Unito cittadini europei con competenze specifiche. Una percentuale simile (31%) sta attualmente affrontando il problema della mobilità del personale di alto livello tra il Regno Unito e l’Unione Europea e il 29% evidenzia come sia più di una priorità per tutto il resto dei dipendenti. Da quando c’è stato il referendum, inoltre, il 24% delle imprese ha già valutato la tipologia delle competenze e il numero del personale minimo necessario nel Regno Unito, mentre il 29% lo sta facendo o ha intenzione di farlo entro i prossimi tre mesi.

“Le imprese – aggiunge Cesarini – sono preoccupate per gli ostacoli alle competenze che potranno essere messi in atto nel post-Brexit e stanno facendo il punto della situazione. Molti hanno indicato la mobilità del personale come un problema, sia per le posizioni manageriali senior che per ruoli specialistici. L’ansia di mantenere personale non britannico è già palpabile. L’abbassamento del valore della sterlina ha avuto come conseguenza retribuzioni meno attraenti. Di fronte a questo, alcune aziende stanno cercando di affrontare la questione aumentando la retribuzione e gli incentivi”.

Dall’indagine, infine, è emerso che un intervistato su cinque ha ammesso che la questione della retribuzione nel Regno Unito è diventata più di un problema per i non residenti. Allo stesso modo, quando viene chiesto se hanno fatto delle variazioni al costo della vita per gli espatriati, il 15% del panel dichiara di averle fatte o di averle progettate per realizzarle entro i prossimi tre mesi, mentre il 16% ha dichiarato di prendere in considerazione la questione.

Intermedia Channel

Related posts

Top