La famiglia-welfare che protegge (troppo) i giovani

Famiglia - Investimenti Imc

Famiglia - Investimenti Imc

(di Dario Di Vico – Corriere della Sera)

I padri che hanno sempre equiparato la mobilità sociale al superamento delle occupazioni manuali tendono a riproporre lo stesso schema non tenendo conto che nelle fabbriche e nel terziario moderno la complessità del lavoro abbatte vecchi steccati

I numeri che colpiscono di più scorrendo il Rapporto annuale dell’Istat presentato ieri (venerdì 20 maggio, ndIMC) a Roma sono quelli che fotografano la velocità del cambiamento delle famiglie italiane, esaminate non dal lato del mutamento degli stili di vita ma nel loro ruolo di soggetto economico durante e dopo la Grande Crisi. In un solo anno, dal 2014 al 2015, le famiglie jobless sono aumentate dal 9,4 al 14,2% e le più colpite dall’assenza di lavoro si trovano nella fascia generazionale giovane. I nuclei parentali che hanno al loro interno più di un occupato sono scesi dal 45,1 al 37,3% e anche le famiglie con un solo membro che lavora regolarmente sono calate dal 31,4 al 29,3%. All’interno di questa quota cresce il fenomeno delle breadwinner, ovvero delle donne che portano loro a casa «il pane per tutti».

Intervenendo alla presentazione del Rapporto il presidente Giorgio Alleva ha anche introdotto un ulteriore approfondimento in merito alla trasmissione inter-generazionale delle condizioni economiche: il forte legame che c’è tra i redditi di giovani tra i 30 e i 39 e il contesto socio-economico delle famiglie di provenienza. Alleva ha sottolineato il rischio che «la famiglia diventi un ostacolo alla mobilità sociale». In Italia il vantaggio dei giovani con status di partenza alto —che da adolescenti vivevano in casa di proprietà e avevano almeno un genitore laureato e/o manager) — è di gran lunga più alto che negli altri Paesi europei, con la sola eccezione dell’Inghilterra. E la nostra scuola, del resto, non riesce a svolgere il suo ruolo istituzionale, quantomeno, di attenuazione delle differenze di partenza.

La verità è che nei lunghi anni della recessione la famiglia in Italia è stato un potentissimo ammortizzatore sociale. Nella sostanza ha redistribuito al suo interno i redditi che venivano dagli stipendi dei padri e dalle pensioni dei nonni assicurando che i figli potessero avere una continuità degli standard di vita anche quando, una volta finita la scuola, non riuscivano a debuttare nel mondo del lavoro. In qualche caso non gli stipendi ma i risparmi sono serviti a far partire attività imprenditoriali dei nipoti come testimonia l’elevato numero di partite Iva che apre ristoranti, centri benessere o aziendine informatiche senza far ricorso al credito ordinario. La redistribuzione intergenerazionale dei redditi ha permesso in questi anni di limitare la povertà minorile, un fenomeno ormai presente nel nostro Paese ma che avrebbe potuto conoscere dimensioni più larghe.

Il fenomeno dell’allungamento della permanenza dei giovani in famiglia è stato ampiamente trattato in questi anni, il Rapporto Istat ci permette di aggiungere ulteriori fattori di conoscenza. Grazie a questi dati possiamo pensare di spaccare l’universo dei bamboccioni in almeno tre fasce. La prima riguarda coloro che grazie al robusto investimento in capitale umano delle famiglie conseguono un titolo di studio che chiameremo competitivo (sul mercato del lavoro). Rispetto al passato il completamento dell’iter si allunga mediamente di tre anni, successivamente però i riscontri statistici ci dicono che questo tipo di giovane altamente qualificato trova una collocazione all’altezza delle aspettative in circa 36 mesi.

Una seconda fascia la possiamo individuare nei giovani che si laureano ma conseguono alla fine del corso di studi un titolo poco competitivo sul mercato e di conseguenza prolungano la loro permanenza in famiglia perché devono inseguire occupazioni precarie e/o demansionate. Il terzo gruppo, sul quale c’è un’ampia letteratura, sono i cosiddetti Neet che non studiano e non lavorano: costituiscono lo zoccolo duro della disoccupazione giovanile costretti a restare nella casa paterna sine die.

Finora la famiglia è riuscita ad assorbire e governare i fenomeni di cui abbiamo parlato con una ristrutturazione dei consumi e delle priorità di spesa, il peso della crisi però continua a farsi sentire e non si può escludere l’arrivo di una seconda fase in cui non sarà così semplice operare da ammortizzatore sociale. La famiglia-welfare però porta con sé anche qualche distorsione di carattere culturale. Non ha un’esatta percezione di come si muove il mercato del lavoro ed è portata, ad esempio, a privilegiare il lavoro impiegatizio purchessia. I padri che hanno sempre ragionato equiparando la mobilità sociale al superamento delle occupazioni manuali tendono a riproporre lo stesso schema anche per la prole non tenendo conto però che nelle fabbriche e nel terziario moderno la complessità del lavoro sta abbattendo vecchi steccati.

Si spiega così il fatto che in determinate zone del Paese — per lo più al Nord — le imprese cerchino alcune figure di tipo tecnico-professionale e non le trovino. Ad aiutare la famiglia-welfare ad evolvere culturalmente e a favorire l’occupabilità dei propri figli avrebbe dovuto dare una mano Garanzia Giovani ma così non è stato.

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