La polizza unit linked è finanziaria

Giudice - Sentenza Imc

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(di Selene Pascasi – Quotidiano del Diritto)

Non si applica la normativa prevista per le coperture vita. Lo strumento non ha natura previdenziale: contano i risultati della gestione dei premi, impiegati in fondi

È il fattore rischio – e la misura in cui sia posto a carico dell’assicurato e dell’assicuratore – l’elemento cui riferirsi per stabilire se una polizza vita, a prescindere dalla qualificazione giuridica del contratto, sia effettivamente tale o se, in realtà, debba ritenersi una forma di investimento in un prodotto finanziario. Caso, il secondo, in cui, trattandosi di una polizza unit linked, la normativa applicabile non è quella dettata per le polizze vita, ma quella che disciplina gli strumenti finanziari. Lo puntualizza la Corte d’appello di Bologna, con sentenza n. 1396 del 28 luglio 2016.

A citare in giudizio una società di assicurazioni, è il titolare di un’impresa, poi fallita. L’uomo, a società ancora in attivo, aveva sottoscritto una polizza vita, corrispondendo alla compagnia diverse somme di denaro, per un totale di 20mila euro. Importo percepito in esecuzione della polizza, che il curatore, dichiarato il fallimento della ditta, chiedeva fosse restituito alla procedura fallimentare.

Pretesa creditoria infondata, per il legale della compagnia. Nel caso concreto, egli rileva, si applica la disciplina in materia di assicurazioni sulla vita e, dunque, l’articolo 1923 del Codice civile, per il quale «le somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare».

Secondo la curatela, invece, la vicenda specifica non va regolata dalla normativa sulle polizze vita ma da quella dettata per gli strumenti finanziari: il contratto in questione è un «prodotto con prevalente natura finanziaria rispetto a quella previdenziale». Natura finanziaria da cui, prosegue, derivava la nullità, l’invalidità o comunque l’inefficacia della polizza. Di qui, la richiesta di condanna della compagnia a restituire l’intero capitale corrisposto dall’imprenditore e investito, o, almeno, il controvalore della polizza maggiorato di interessi.

Tesi accolta dal Tribunale, che ha annullato la polizza, e ora confermata in appello: a differenza del contratto di assicurazione sulla vita – avente carattere previdenziale, siccome teso a garantire al contraente una somma di denaro al verificarsi dell’evento – quella stipulata dal ricorrente è una polizza unit linked, essendo la «misura della prestazione a carico dell’impresa assicurativa strettamente collegata al valore delle quote del fondo di investimento interno appositamente costituito dalla stessa impresa».

Nel caso concreto, in effetti – in cui i rischi addossati all’assicurato e derivanti dalla gestione finanziaria dei premi investiti in fondi di investimento erano tali da «comprimere, o addirittura rendere assente la componente assicurativa del contratto» – a prevalere sulla funzione assicurativa-previdenziale, era quella finanziaria-speculativa. Il Tribunale, quindi, annota la Corte, aveva correttamente applicato la normativa vigente – ante legge 262/05 sulla tutela del risparmio – per gli strumenti finanziari: Tuf e Regolamento Consob 11522/98. Disciplina da cui non poteva che derivare la nullità della polizza, mancando «la prova del rilascio all’imprenditore, poi fallito, del documento sui rischi generali di investimento e della scheda con la profilatura del cliente». Respinto, perciò, l’appello dalla compagnia.

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