La previdenza comincia da piccoli

Investimento - Risparmio - Figli (2) Imc

Investimento - Risparmio - Figli (2) Imc

(di Alberto Magnani – Il Sole 24 Ore)

Tra piani di investimento e fondi pensione

IL QUESITO: Ci piacerebbe pensare al futuro di nostro figlio, anche da un punto di vista previdenziale. Ci chiediamo se non sia il caso di investire su forme di rendita integrativa. Nel caso, meglio i fondi pensione o i Pip?

La previdenza non ha età. Ma conviene “regalare” ai figli uno strumento di rendita integrativa prima ancora della fine degli studi, come investimento per la sicurezza economica? Ed è meglio affidarsi ai fondi pensione o ai Pip, i piani individuali pensionistici che si attuano sotto forma di polizze a vita? Iniziamo dalla seconda domanda. Giuseppe Romano, direttore dell’Ufficio studi e ricerche di Consultique, pone una premessa: se si parla di aspetti giuridici e fiscali, i due modelli si equivalgono. Il decreto legislativo 252/2005, pensato per favorire la concorrenza tra le varie forme di pensione integrativa, ha di fatto «messo sullo stesso piano fondi pensione e Pip. È importante sottolinearlo perché questo esclude già possibili dubbi da parte dei genitori su aspetti fiscali e normativi», sottolinea Romano. È il caso della deducibilità, identica in entrambi i casi: le somme versate, fino a un massimo di 5.164,57 euro, possono essere dedotte dall’imponibile Irpef.

Le differenze emergono, semmai, sui soggetti che raccolgono i versamenti: «Nel caso dei fondi si parla comunque di istituti bancari, nel caso dei Pip di assicurazioni». Se la scelta cade sui fondi pensione, i vantaggi riguardano soprattutto costi e flessibilità: minor spese di gestione, nessun obbligo di versamento (al contrario delle rate fissate nei Pip), possibilità di scegliere e modificare la linea di gestione nel tempo. Per quanto riguarda i Pip, il margine di convenienza dipende dal tipo di contratto che si va a firmare. Le alternative principali sono due: contratto assicurativo di ramo I, una polizza nella quale la rivalutazione è ricollegata a una o più gestioni separate; contratto di ramo III, cioè polizze di tipo unit linked: la rivalutazione è collegata al valore delle quote di un certo numero di fondi interni detenuti dall’impresa di assicurazione o al valore delle quote (Organismi di investimento collettivo del risparmio).

Esistono anche forme miste, dove la rivalutazione è collegata a entrambi. «Nell’era dei “tassi sottozero” potrebbe essere utile il contratto di ramo I, ma spesso gli istituti tendono a offerte più “aggressive” e offrono il ramo III. Di fatto, è come andare a comprare un portafoglio di fondi. Con tutti i rischi del caso» avverte Romano. L’invito alla prudenza, in realtà, è più ampio della semplice distinzione tra schemi previdenziali. Fondi e Pip non sono l’unica soluzione: «Si può accantonare in ottica previdenziale con altre modalità, senza ricorrere a forme che non si prestano bene a un mondo così in evoluzione. Supponiamo che nostro figlio vada a vivere all’estero o fruisca di altre risorse… Meglio aspettare. L’unica logica dev’essere il risparmio».

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