La sfida dei PEPP, opportunità e punti critici del primo prodotto pensionistico paneuropeo

Pensioni - Domande Imc

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In un mercato fortemente regolamentato sono le norme che ne determinano il successo o l’insuccesso. In questo contesto si può inserire la sfida dei PEPP, il progetto volto a introdurre il primo prodotto pensionistico individuale paneuropeo (Pan-European Personal Pension product), al centro del convegno La nuova previdenza integrativa e la sfida dei PEPP, organizzato lo scorso 19 settembre dall’ANIA.

Quello dei PEPP, evidenzia inoltre l’associazione delle imprese assicurative nel booklet che riassume tutto l’universo dei nuovi prodotti paneuropei, è un piano ambizioso che si propone di favorire lo sviluppo della previdenza complementare nel continente oltre i livelli forniti dai fondi pensione occupazionali, così da ridurre il gap pensionistico dei cittadini europei per i prossimi decenni. E al tempo stesso di canalizzare le risorse provenienti da quei risparmi aggiuntivi – un flusso stimato in 700 miliardi – per trasformarli in investimenti a lungo termine a sostegno dell’economia reale dei Paesi dell’Unione.

La proposta di regolamento è stata ufficialmente presentata nel giugno 2017 dalla Commissione di Bruxelles che ha così aperto un nuovo cantiere nella costruzione dell’edificio comunitario, quello del welfare state, finora soltanto sfiorato dai progetti di armonizzazione. Il sistema pensionistico – oggetto della nuova regolamentazione – rappresenta un importante snodo in cui le esigenze sociali di un Paese (e, ancora di più, di un continente), si saldano a quelle della propria economia e dei mercati finanziari che la sostengono.

Tante sono state, dunque, le variabili prese in considerazione per comporre un quadro unitario. E, a tutto ciò, si è aggiunta una difficoltà di partenza. Il nuovo regolamento affronta materie (previdenza, fisco) largamente sottratte alla competenza comunitaria e che ogni Paese, negli anni, ha affrontato a suo modo.

Vi sono nazioni, ricorda l’ANIA, in cui la previdenza riposa quasi per intero sul primo pilastro pubblico ed altre, invece, dove si è sviluppato un articolato sistema di fondi pensione collettivi e pensioni individuali private.

Il compromesso che si va profilando, sia nella proposta iniziale della Commissione, sia nel testo elaborato dal Consiglio europeo e ora con le modifiche discusse nel Parlamento, risente della difficoltà di trovare un punto di equilibrio condiviso in una materia che, appunto, è fortemente regolamentata a livello nazionale. Su alcune importanti questioni si è preferito evitare una scelta netta, su altre non si è trovato di meglio che rimettere la decisione ai singoli Paesi, con il rischio così di raggiungere soltanto un livello molto basso di armonizzazione nel mercato europeo delle personal pension. Alla fine, alcuni nodi su questioni decisive sono rimasti irrisolti. Se non saranno sciolti nella fase finale dell’iter legislativo, rischiano di pregiudicare il futuro del progetto, a dispetto della sua indubbia utilità e delle tante aspettative che suscita.

Il “propellente” del fisco

Il successo dei piani pensionistici dipende, quasi sempre, dall’intensità degli incentivi fiscali che, soprattutto nella fase di accumulo, lo Stato accorda ai propri cittadini per favorire il risparmio previdenziale di lungo periodo. “Senza quel provvidenziale propellente – scirve l’ANIA – l’adesione ai piani sarebbe molto più limitata di quella che attestano le statistiche europee”.

I PEPP nasceranno tuttavia privi di quel sostegno, almeno nelle norme europee. Il legislatore comunitario avrebbe voluto introdurre un regime fiscale ad hoc sui nuovi prodotti oppure estendere anche a loro i benefici fiscali che ciascun Paese destina alla previdenza complementare. Per farlo, però, avrebbe dovuto ottenere il consenso unanime di tutti i membri dell’Unione, così come prevedono i trattati europei per le decisioni in materia fiscale. Si è però evidentemente ritenuto che non ne esistessero le condizioni. La scelta finale, sia nella proposta iniziale della Commissione che nei testi del Consiglio e del Parlamento, “è stata quella di espungere i temi fiscali dalla proposta di regolamento, trasferendoli in una raccomandazione (non vincolante) in cui si auspica che gli Stati membri riconoscano ai PEPP i benefici fiscali già previsti per le forme pensionistiche complementari esistenti”. Se però questo non dovesse avvenire, o avvenisse solo in modo limitato, ammonisce l’ANIA, i nuovi prodotti pensionistici pan-europei rimarrebbero sulla carta.

I temi fiscali sono resi ancora più intricati dalla fitta rete di accordi bilaterali che regolano i rapporti tra i singoli stati per evitare le cosiddette doppie imposizioni e che, attualmente, configgono con il modo scelto per assicurare la portabilità dei PEPP in tutti i Paesi dell’Unione. Anche in questo caso, in mancanza di un coordinamento europeo l’arrivo dei nuovi prodotti rappresenterà una nuova fonte di potenziali arbitraggi regolamentari in un continente già pieno di simili “opportunità”.

I dubbi sulla natura “pan-europea” e “pensionistica”

Si chiamano prodotti pensionistici pan-europei, ma lo sono realmente? Come chiariscono dall’associazione delle imprese assicurative, la caratteristica di un sistema previdenziale – di primo, secondo o terzo pilastro – consiste nell’erogare agli aventi diritto, al termine della vita attiva, una rendita, un vitalizio. Una pensione, insomma. Nel caso dei PEPP, al momento, questo non è scontato.

Le caratteristiche delle prestazioni relative alla fase di decumulo dei piani pensionistici non sono disciplinate dal nuovo regolamento comunitario. Su alcune questioni generali (età pensionabile, possibilità di anticipare i trattamenti in casi particolari) saranno i singoli stati a decidere, in coerenza con i propri sistemi pensionistici. Sarà invece liberamente il singolo iscritto, almeno nelle proposte della Commissione e del Consiglio, a scegliere se ottenere il montante accumulato sotto forma di capitale, di rendita o di altre formule di decumulo, come il rimborso programmato del montante stesso.

All’interno del Parlamento europeo, è invece maturato l’orientamento di imporre, limitatamente all’opzione di default assistita da garanzia, che almeno il 35% del montante venga obbligatoriamente convertito in rendita. Per tutti gli altri “continuerebbe ad esservi la stranezza di un prodotto pensionistico che non eroga una pensione”. E secondo l’ANIA non è solo una questione di etichetta: per un progetto ­“potenzialmente di impatto elevato sul futuro delle pensioni degli europei, la trasparenza è importante, così come risulterebbe arduo giustificare benefici fiscali di rilievo per strumenti che in effetti non si differenzierebbero in alcun modo, a quel punto, da altri piani di risparmio a lungo termine”.

Anche sulla qualificazione di prodotto pan-europeo l’associazione avverte qualche dubbio, “dato che in fin dei conti il prodotto non promette unitarietà ma una suddivisione in comparti nazionali, ossia in sostanza in una combinazione di prodotti nazionali, il cui valore aggiunto per gli iscritti è tutto da dimostrare. Infatti, va considerato che già oggi non è impedita l’offerta cross-border, eppure la sua diffusione è limitata, per le stesse ragioni, come la complessità e diversità dei sistemi previdenziali e fiscali, con cui dovranno fare i conti anche i PEPP”.

Opzione di default per gli investimenti: protezione del capitale o garanzia?

Il tema di cui si è forse maggiormente discusso nella prima fase dell’iter legislativo del progetto PEPP ha riguardato le opzioni di investimento a disposizione degli aderenti per indirizzare i propri risparmi nella fase di accumulo e, soprattutto, la scelta di default. Anche in questo caso, secondo l’ANIA, occorreva bilanciare diverse esigenze: lasciare sufficiente libertà di scelta ai gestori per non compromettere le performance finanziarie e, al tempo stesso, costruire una rete di protezione idonea a far si che quei capitali possano svolgere la funzione previdenziale cui sono destinati.

Alla fine, il confronto si è concentrato sull’alternativa tra una modalità di investimento che prevede la garanzia contrattuale del capitale – modello tipico del settore assicurativo – e quella che contempla la mera “protezione” del capitale, senza una garanzia del provider, fondata su strategie finanziarie con obiettivi di restituzione del capitale o su strumenti finanziari che neutralizzano le perdite.

In discussione non ci sono soltanto i diversi modelli gestionali ma anche la regolamentazione prudenziale cui devono rispondere i diversi operatori. Gli assicuratori, ad esempio, per fornire la garanzia del capitale debbono costituire riserve assicurative adeguate e disporre di requisiti patrimoniali – quelli stabiliti dalla disciplina di Solvency II – che consentano di sopportare sulle proprie spalle le conseguenze di eventi inattesi o risultati finanziari negativi, che vengono coperti dalla compagnia e non attribuiti all’iscritto. È una prerogativa che non hanno altri operatori e che si traduce in maggiore sicurezza per i clienti, anche se a scapito di rendimenti elevati.

Nella proposta iniziale della Commissione, l’opzione standard è genericamente riferita alla protezione, mentre i testi del Consiglio e del Parlamento entrano più nello specifico, lasciando comunque praticabili le diverse tecniche. Anche in questo caso, in parte la questione controversa ha favorito la tattica del rinvio. Spetterà infatti all’EIOPA stabilire, nella normativa di attuazione del Regolamento definitivo, gli standard idonei per assicurare la “protezione” del capitale. Secondo l’ANIA non è affatto scontato l’epilogo di questo dibattito e quale sarà la scelta finale del legislatore comunitario. Certamente “è una decisione destinata a pesare nelle caratteristiche del futuro mercato dei prodotti previdenziali personali, perché probabilmente verso l’opzione di default si indirizzeranno buona parte delle adesioni, soprattutto nella fase di avvio”.

L’attuale proposta di regolamento, nelle versioni della Commissione e del Consiglio, stabilisce infatti che, in mancanza di consulenza, l’unica possibilità a disposizione dei risparmiatori amanti del “fai da te” sarà proprio quella di affidarsi all’opzione di default, quella più prudente tra le opzioni disponibili.

Il “free lunch” della consulenza dai costi bloccati

Neanche nella previdenza può esistere un “pasto gratis”, ma il legislatore comunitario sembra non tenerne conto. La proposta di regolamento sui PEPP, sottolineano dall’ANIA, ha giustamente dedicato un’attenzione particolare alla consulenza nel collocamento dei nuovi prodotti ed anche al tema dei costi che saranno addebitati all’aderente. Commissioni che, in parte, serviranno proprio a remunerare il servizio di consulenza.

Ma nel corso dell’iter legislativo, dall’articolato iniziale della Commissione al testo del Consiglio, fino alla versione del Parlamento, si è assistito a una sorta di percorso inverso. Quanto più sono stati progressivamente innalzati gli obblighi di consulenza, limitando progressivamente le esenzioni previste inizialmente, tanto più nel capitolo dei costi il legislatore comunitario non si è limitato a richiedere, giustamente, standard sempre più elevati di trasparenza ma minaccia anche di imporre tetti alle commissioni che potranno essere richieste agli aderenti ai piani previdenziali.

È quanto prevede il testo del Palamento europeo. Se tali segnali verranno confermati nel trilogo tra le istituzioni, “lungi dall’ottenere d’autorità servizi migliori da prezzi più bassi”, secondo l’ANIA vi sarà solo il rischio di una rarefazione del mercato, perché i provider di quei servizi potrebbero decidere di non erogarli a condizioni considerate non sostenibili per remunerare i fattori produttivi. È il prezzo “che spesso occorre pagare quando la regolamentazione subisce una deriva dirigista, sostituendosi al libero gioco del mercato. Abbandonando la via maestra in cui una pressione verso il basso dei costi è l’effetto diretto di un mercato efficiente e competitivo”.

La prima versione del provvedimento, diffusa dalla Commissione europea, stabiliva che il collocamento dei PEPP deve sempre avvenire nell’ambito di un servizio di consulenza prestato dall’intermediario. L’unico esonero era accordato in caso di collocamento dell’opzione di default. Anche in quel caso, comunque, l’intermediario avrebbe dovuto applicare la regola dell’appropriatezza (verifica della conoscenza del prodotto da parte del cliente e dei rischi finanziari che esso comporta), pur con determinate limitazioni.

Con il compromesso raggiunto nel Consiglio europeo anche quelle limitazioni sono state abrogate. E secondo l’associazione delle imprese assicurative il problema “rischia di diventare non banale se si finirà per determinare regole differenti da quelle di settore già in vigore per prodotti analoghi”. Nella proposta approvata a maggioranza nella commissione ECON, il Parlamento si è spinto ancora più in là, rendendo obbligatoria la consulenza anche in caso di opzione di default.

Quanto ai costi, già in caso di switch della posizione previdenziale verso un altro provider era stato posto un tetto dell’1,5% sul montante da trasferire che il Consiglio ha abbassato all’1% e il Parlamento europeo ha proposto di ridurre ulteriormente allo 0,5%. Ma ciò che cambierebbe realmente le carte in tavola è un eventuale cap sul costo massimo di un PEPP che il Parlamento europeo ha introdotto nella misura dell’1%, anche se limitato all’opzione standard. Ma che secondo l’ANIA potrebbe effettivamente rivelarsi un autogol.

Il PEPP in Italia: cosa cambia?

In Italia, ricordano ancora dall’associazione, la previdenza complementare ha raggiunto con fatica, lungo un percorso durato finora più di 25 anni e fatto sia di riforme strutturali sia di graduali innovazioni, un assetto sostanzialmente equilibrato, caratterizzato oggi da una disciplina uniforme, pur in presenza di strumenti previdenziali diversi, istituiti sia da fonti collettive su base occupazionale sia da operatori di mercato, che si rivolgono soprattutto alle adesioni individuali.

L’impianto risulta bilanciato anche tra vincoli – come le limitazioni alla liquidabilità della posizione previdenziale e il favore riconosciuto all’erogazione in rendita, a fronte degli incentivi fiscali riconosciuti dallo Stato per l’alta finalità previdenziale degli strumenti – e forme di flessibilità, come le fattispecie in cui è possibile richiedere anticipazioni e riscatti, o la stessa prestazione pensionistica in via anticipata (RITA).

Il quadro della previdenza complementare italiana non sembra neanche soffrire di mancanza di offerta. Ogni cittadino ha a disposizione una forma collettiva di riferimento e un’ampia gamma di forme individuali, proposte da operatori finanziari, bancari e assicurativi, e ciascuna forma mette a disposizione, oltre a una linea garantita, più opzioni d’investimento, caratterizzate da diversi profili di rischio-rendimento e di costi. Quello che manca in Italia, si sa, è la domanda e la diffusione delle adesioni, ancora ferme a percentuali non soddisfacenti.

L’auspicio dell’ANIA è ovviamente che i PEPP possano contribuire a rivitalizzare le adesioni. Ma ciò, per quanto affermato finora, non è affatto scontato. Oltre alle incertezze sulle caratteristiche dei PEPP, andranno affrontati e risolti – a livello italiano – i tanti temi relativi al rapporto tra la legislazione vigente e i PEPP.

L’associazione delle imprese assicurative ne cita alcuni: ai PEPP verranno effettivamente riconosciuti gli stessi benefici fiscali oggi previsti per le forme pensionistiche complementari? Come si innesteranno le diverse regole che si vanno profilando per i PEPP – per esempio, sul trasferimento della posizione tra forme previdenziali, sulle tipologie di prestazioni, sulle caratteristiche della linea di default – nel quadro normativo nazionale? Saranno applicate solo alle forme individuali o, in virtù della disciplina uniforme che caratterizza il nostro sistema, estese anche alle forme collettive?

Non basta capire, conclude l’ANIA, come finirà il processo legislativo europeo, ma occorrerà prendere in Italia decisioni importanti. Da queste decisioni dipenderà se i PEPP saranno un prodotto rivolto ai pochi lavoratori “mobili” tra i Paesi europei o riusciranno a diventare un prodotto di massa.

Intermedia Channel

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